che lui cancellasse la prova, ma sapendo. Che le sue mani toccassero ciò che aveva fatto. Enrico annuì, silenzioso. Si alzò, tornò con un asciugamano bagnato e tiepido. Si inginocchiò di nuovo dietro di me. Sentii il panno umido passare con delicatezza sorprendente tra le mie natiche, pulendo il sangue, il seme, la vergogna e la gloria mescolate. Ogni passata era un brivido, un riconoscimento. "Fa male?", chiese, la voce bassa. "Sì", sibilai. "Ma è un buon dolore". Un dolore che diceva: questo è tuo. Solo tuo. Poi mi voltai verso di lui, completamente nuda, ferita, posseduta. Lo guardai negli occhi scuri. "Ora", sussurrai, sfiorando la sua bocca con un dito. "Adesso puoi baciarmi". Era il sigillo. Il passaggio più osceno, più intimo, ora gli apparteneva. E io volevo il suo bacio su quelle labbra che avevano ordinato, ringhiato, posseduto. Volevo assaggiare la sua vittoria. Lui esitò un attimo, poi le sue labbra si posarono sulle mie. Un bacio lento, profondo, che sapeva di sale, di sudore, e di quel confine appena violato. Un bacio che diceva: sei mia. Ovunque. Ci addormentammo abbracciati, le mie natiche che pulsavano ancora di un dolore sordo, caldo. Un dolore che era una promessa, un confine sacro infranto solo per lui. Ma il sonno non fu pace. Fu una bufera .Nel sogno lo scenario cambiava completamente.
*** Eravamo sempre a casa di Paolo, ma io ero seduta in poltrona e al centro della scena c'erano Paolo ed Enrico. Enrico aveva fatto ingresso nella stanza vestito da donna con i miei abiti più eleganti: la gonna tubino nera che adoravo, il tailleur di seta color crema che portai al matrimonio di mia sorella. Truccato con maestria. Fondotinta coprente, ombretti sfumati, rossetto rosso bordeaux. Capelli corti nascosti sotto una parrucca lunga, castana, identica alla mia. Somigliava a me in modo inquietante. Paolo lo baciava con trasporto accarezzandogli i glutei. Io osservavo, immobile, gelida. Paolo sfiorava le labbra di Enrico con le dita mentre lo guardava negli occhi. "Ti voglio scopare forte" sussurrava Paolo. Enrico annuiva con un sorriso malizioso, girandosi a quattro zampe sul tappeto bianco della villa. Paolo si inginocchiava dietro di lui, sollevava la gonna tubino nera scoprendo le sue natiche bianche e glabre. Lo spalmava di gel con cura meticolosa. Enrico gemeva, fingendo la mia voce. Paolo premeva la punta del suo cazzo enorme contro il rossetto stretto di mio marito. Lo sfiorava senza penetrare. Enrico si contorceva, implorando: "Fallo, Paolo. Entra". Paolo spingeva. Enrico urlava, un grido acuto, femmineo. Paolo affondava con colpi profondi, brutali contro le natiche di mio marito. Enrico gridava ad ogni spinta: "Sì! Così! Più forte!". Paolo afferrava i suoi fianchi, martellando senza pietà. "Sei stretta, Adriana!" ringhiava Paolo, sudando. Enrico gemeva ancora più forte: "Sfondami!". Paolo gli afferrava i capelli della parrucca, tirando indietro la testa. "Vuoi che ti scopi come una troia?" sibilava Paolo. "Sì!" urlava Enrico. "Scopami come se scopassi mia moglie!".Paolo caricava, colpi d'ariete che sollevavano Enrico da terra. Enrico urlava, la voce sempre più simile alla mia. Paolo raggiungeva l'orgasmo con un ruggito, svuotandosi dentro mio marito.
Nello stesso stante fui colta in un orgasmo che sembrava reale e mi svegliai di soprassalto, il cuore in gola. Il dolore alle natiche era un martello ritmico. Enrico dormiva accanto a me, un braccio pesante sulla mia vita. Respiravo affannosamente nel buio. La stanza odorava ancora di sesso e dolore. Il sogno mi bruciava dietro le palpebre. Paolo che scopava Enrico vestito da me. Enrico che gemeva con la mia voce. La parrucca lunga, castana. Il rossetto bordeaux sbavato. Quel "Scopami come se scopassi mia moglie!" che ancora echeggiava nelle mie orecchie. Era solo un incubo? O una premonizione? Un desiderio mio nascosto di vedere Enrico sottomesso a Paolo che filtrava dal subconscio? Mi girai lentamente, cercando di non svegliarlo. Ero bagnatissima, passai le mani sulla fica, ero venuta realmente oltre che nel sogno. Quella situazione era stata molto eccitante per me, ora capisco cosa voleva dire Enrico quando parlava che guardare godere il proprio compagno era di una eccitazione ineguagliabile. Avevo veramente voglia di vederlo agire come una donna. La luce dell'alba filtrava dalle persiane. Enrico si mosse, svegliandosi. I suoi occhi mi scrutarono. "Hai dormito male?" chiese, la voce ancora roca dal sonno. "Un sogno... strano" mormorai, evitando i dettagli. Lui sfiorò il mio fianco, poi la mano scese verso le mie natiche ancora doloranti. "Fa ancora male?" "Sì" sibilai. Il suo tocco era leggero, quasi reverenziale. "Lo rifaremo?" chiese, gli occhi fissi sui miei. Annuiti senza esitazione. "Sì, quando vorrai". Un sorriso gli sfiorò le labbra. Quel dolore era un sigillo, un confine violato solo per lui. Mi strinse a sé, il naso nei miei capelli. "Sei perfetta". Ma il sogno mi bruciava dietro le palpebre. Paolo che affondava in Enrico vestito da me. Enrico che gemeva con la mia voce. Quel "Scopami come se scopassi mia moglie!" che ancora echeggiava. Mi alzai dal letto senza rumore. L'umidità tra le cosce era ancora fresca. Avevo veramente voglia di vederlo agire come una donna. Di vedere Paolo trattarlo come aveva trattato me. Di sentirgli urlare la mia voce sotto la spinta. Era un desiderio viscerale, osceno. Mi fermai davanti all'armadio aperto. La gonna tubino nera. Il tailleur di seta crema. Il rossetto bordeaux. Li sfiorai con le dita tremanti. Poi chiusi l'armadio di colpo, il cuore in gola. Enrico mi raggiunse in cucina mentre preparavo il caffè. Mi avvolse da dietro, le mani sul mio ventre. "Pensavo..." sussurrò contro la mia nuca. "Potremmo chiamare Paolo oggi. Per organizzare il prossimo incontro".
Mi irrigidii.
"Solo tu e lui?" disse, la voce più bassa del sussurro.. "Come abbiamo detto".
Mi voltai verso di lui. "E se..." esitai, le dita che gli sfiorarono la mascola. "E se invece... fossi tu ad essere osservato?".
I suoi occhi si strinsero. "Cosa intendi?".
Presi un respiro profondo. "Intendo che vorrei che Paolo scopi te. Mentre io guardo".
Un silenzio di ghiaccio. Poi una risata breve, nervosa. "Scherzi?".
Scossi la testa. "No". Gli presi la mano, guidandola verso la gonna tubino nera nell'armadio che sapevo già pronta. "Voglio vederti in quei vestiti. Voglio sentirti gridare come me". Il suo respiro si bloccò. Mi scrutò, cercando tracce di scherzo. Non ne trovò. "Tu... vuoi che mi faccia scopare da Paolo? Vestito da te?". "Sì" sibilai. "Voglio che Paolo ti tratti come ha trattato me. Che ti sfondi come ha sfondato me". Gli sfiorai le labbra con un dito. "E quando ti prenderà... quando sarai sotto di lui...". Mi chinai all'orecchio, il respiro caldo sulla sua pelle. "Gridagli di scoparti forte. Gridagli di scoparti come se scopasse me". Un brivido gli percorse la schiena. Vidi il conflitto nei suoi occhi: orrore, eccitazione, paura. Poi una luce nuova, oscura.
"Dio, Adriana..." mormorò. "Sei sicura?"
"Più di qualsiasi cosa" risposi. E lo ero. Volevo vedere mio marito diventare la mia copia. Volevo sentire Paolo ordinargli di aprire le gambe. Soprattutto, volevo sentire Enrico urlare quelle parole mentre veniva posseduto: "Inculami forte! Scopami come se scopassi mia moglie!". Il mio corpo tremava già al pensiero. L'ho sognato tutta la notte disse Adriana e nel sogno sono venuta solo a guardarti. Enrico rimase immobile, il corpo rigido contro il mio. Poi, lentamente, un sorriso storto gli contorse le labbra. Non era rifiuto. Era resa. "Allora chiamalo" disse, la voce roca. "Digli che... che abbiamo un nuovo gioco". Gli afferrai la mano, guidandola verso il mio ventre, dove l'umidità era già un fiume. "Prima" sussurrai, "fammi vedere come ti muoveresti. Come... come geme una donna". Lo trascinai in camera. Aprì l'armadio. La gonna tubino nera scivolò tra le sue dita. Il tailleur di seta crema. Li prese come fossero armi. "Indossali" ordinai. "Adesso". Si voltò verso di me, gli occhi neri di una sfida accettata. "Tu guardi". Si spogliò con movimenti esitanti, poi infilò la biancheria intima mia - un tanga nero che gli solcava i glutei maschili. La gonna lo strinse ai fianchi, il tailleur gli modellò le spalle larghe. La trasformazione fu agghiacciante. Con la parrucca lunga e il rossetto bordeaux, Enrico divenne un fantasma di me stesso. Camminò a tacchi alti, goffo. Poi si voltò davanti allo specchio.
"Dio" mormorò, la voce volutamente più acuta. "Sembri...". "Sembri una puttana" tagliai io. "La mia puttana". Mi avvicinai, gli sfilai la giacca. "Adesso inginocchiati, mettiti alla pecorina".
Obbedì. Gli afferrai i capelli finti, tirando indietro la testa. "Immagina che sia Paolo" sibilai. "Immagina che ti spacchi il culo". Un gemito gli sfuggì, autentico. Le mie dita gli sfiorarono le labbra dipinte. "E quando ti entra...". Gli premo il pollice contro la bocca. "Grida. Grida che vuoi essere sfondata". Annuì, gli occhi chiusi, il respiro affannoso. Nel silenzio della camera, sentii il suo tremore. La sua eccitazione. La mia vittoria. Paolo sarebbe arrivato tra un'ora. Enrico rimase in ginocchio, la gonna nera spiegazzata sul pavimento, la parrucca leggermente storta. Il rossetto aveva lasciato una macchia carnosa sul mio pollice.
