"Alzati" ordinai. Si sollevò a fatica, i tacchi che traballavano. Gli aggiustai la parrucca, lisciandogli una ciocca ribelle dalla fronte. "Cammina". Fece qualche passo incerto verso il letto, le anche troppo rigide, maschili. "Più morbido" sibilai. "Scivola".
Provò, oscillando le spalle con esagerazione. Ridacchiai. "Sei un trans fallito". Arrossì sotto il fondotinta. Quel rossore improvviso, femminile, mi eccitò. Mi avvicinai, sfiorandogli la nuca scoperta.
"Quando Paolo sarà qui...". Sentii un brivido percorrergli la schiena. "...ti farà inginocchiare così. Ti spalmerà il gel con le dita grosse". Le mie unghie gli graffiarono leggere la pelle tra la parrucca e il colletto. "Sentirai la sua punta contro il buco". Un sussulto. "E quando spingerà...". Gli affondai un dito nel fianco, simulando un'affondata. Enrico gemette, alto, stridulo. Un suono innaturale. "Troppo falso" lo rimproverai. "Devi crederci". Lo fissai. "Vuoi che ti sfondi?". Abbassò lo sguardo. "Sì" sussurrò, la voce roca, tornata sua. "Più forte". Sorrisi. Era pronto. O quasi. Il citofono ronzò alle tre precise. Paolo arrivava puntuale come un orologio svizzero. Enrico trasalì, la mano che istintivamente si portò alla parrucca. "Non muoverti" sibilai, spingendolo verso la poltrona. Si sedette, rigido, le gambe incrociate con goffa eleganza. Aprii la porta. Paolo entrò con un sorriso sicuro, gli occhi che mi cercarono prima di posarsi sulla figura seduta. Il suo sorriso si gelò. "Cristo..." mormorò, fissando Enrico vestito da me. "È... inquietante". Avanzò, circospetto. Enrico rimase immobile, il rossetto che luccicava sotto la luce del lampadario. "Saluta" ordinai. Enrico sollevò una mano, un cenno timido. Paolo scoppiò a ridere, un suono greve. "Dio, Enrico... sembri una drag queen di seconda categoria". Enrico arrossì di nuovo sotto il fondotinta. Quel rossore femminile mi trafisse il basso ventre. Paolo si voltò verso di me. "E quindi? Qual è il gioco?". Gli sfiorai il petto. "Vuoi scopare mia moglie?". Indicai Enrico. "Eccola". Paolo scosse la testa, ancora incredulo. "Scherzi?". "No" dissi, prendendo la mano di Paolo e guidandola verso la gonna nera di Enrico. "Scopala. Proprio come hai fatto con me". Paolo osservò Enrico, poi me. Nei suoi occhi scorsi un lampo di eccitazione oscura. "E tu?" "Io guardo" sibilai. "Come faceva Enrico con te". Faremo a turno una volta scoperai me una volta la mia sostituta, indicando Enrico.
Paolo annuì lentamente. Si avvicinò alla poltrona, afferrò Enrico per un braccio e lo sollevò. "In piedi, puttana". Enrico obbedì, tremante. Paolo gli girò intorno, valutandolo come una merce. Gli afferrò i glutei attraverso la stoffa, una stretta brutale. "Strettino" commentò. Poi lo spinse verso il divano. "A quattro zampe. Adesso". Enrico esitò un secondo. I nostri occhi si incrociarono. Vidi la paura, l'eccitazione, la resa. Si inginocchiò sul divano, poi si piegò in avanti, la gonna nera che si sollevava scoprendo le mutandine nere aderenti. Paolo estrasse il tubetto di gel dalla tasca. "Tienigli ferme le anche" ordinò, senza voltarsi. Mi avvicinai, le mani che si serrarono sui fianchi di Enrico. Sentii i suoi muscoli contrarsi. Paolo sollevò l'orlo della gonna, scoprendo completamente le natiche bianche di mio marito. Spremette una generosa quantità di gel freddo tra le chiappe. Enrico trasalì. "Zitto" ringhiò Paolo, spalmando con le dita grosse. Il suo indice cercò il buchetto stretto, premendo con insistenza. Enrico gemette, un suono strozzato. Paolo sfiorò l'ingresso. "Respira" ordinò. Enrico espirò. La punta dell'indice di Paolo sfidò la resistenza, penetrando con un movimento a vite. Enrico urlò, un suono acuto, quasi femminile. Le mie dita affondarono nella sua carne mentre lo tenevo fermo. Paolo muoveva il dito dentro di lui, allargando, esplorando. "Strettissimo" commentò, estraendo il dito lucido. Poi sentii lo schiocco della cintura. Paolo si sbottonava. "Adesso, troia" sibilò, premendo la punta del cazzo contro quel buco ancora contratto. "Preparati". Io mi accomodo per godermi la scena dissi raggiungendo la poltrona. Paolo caricò il bacino. Un affondo brutale. Il cazzo entrò di colpo, sfondando la resistenza. Enrico urlò nel cuscino del divano, un grido lacerante. Paolo rimase immobile, conficcato fino alle palle. "Dio... che morsa..." ansimò, il sudore che gli imperlava la fronte. Poi iniziò a muoversi. Colpi profondi, ritmici contro le natiche di Enrico. Ogni spinta lo spingeva in avanti sul divano. Io osservavo, immobile, le gambe strette per contenere l'eccitazione. Enrico gemeva tra un colpo e l'altro, la voce rotta, un misto di dolore e sottomissione. "Più forte!" urlò improvvisamente, la voce stranamente simile alla mia. Paolo ringhiò, afferrandolo per i fianchi. "Vuoi essere sfondata, puttana?". "Sì!" strillò Enrico. "Scopami come se scopassi mia moglie!". Paolo caricò. Colpi d'ariete che sollevavano Enrico da terra. La parrucca gli scivolò di lato. Il rossetto era sbavato sul cuscino. Io mi mordevo il labbro, sentendo il calore salirmi tra le cosce. Enrico urlava ad ogni affondo, perdendo ogni mascolinità. Era la mia copia, posseduta. Paolo raggiunse l'orgasmo con un ruggito, svuotandosi dentro di lui. Enrico tremò, un gemito lungo. Poi crollò sul divano, esausto. Paolo si ritirò con un suono umido. Il seme colava lungo la coscia di Enrico. Un rivolo bianco sul pallore della pelle. Il mio marchio liquido su di lui. Mi alzai lentamente ed raggiunsi Enrico sul divano gli allargai le natiche e cominciai a leccare lo sperma di paolo come avrebbe fatto lui con me poi inserii una mano sotto d lui e raggiunsi il suo pene rigido cominciando a masturbarlo. Quando mi accorsi che stava per venire lo girai di colpo e lo feci sborrare nella mia bocca, se lo era meritato. Enrico tremava ancora, il respiro affannoso. Paolo si stava riabbottonando, gli occhi fissi su di noi. "Beh?" chiese, un sorriso ambiguo sulle labbra. "Soddisfatta?". Annuii senza distogliere lo sguardo da mio marito. Enrico sollevò la testa, il trucco completamente distrutto. Mi guardò. Nei suoi occhi c'era vergogna, dolore, e una strana, bruciante eccitazione. "E adesso?" sussurrò. Gli sfiorai le labbra sporche di rossetto e sperma. "Adesso" dissi, "fai una bella doccia" Lo aiutai ad alzarsi. Tremava sulle gambe, la gonna nera macchiata. Lo guidai in bagno sotto lo sguardo impassibile di Paolo. Aprii la doccia. Il vapore riempì rapidamente la stanza. "Togliti tutto" ordinai. Enrico obbedì, strappando via la parrucca, sfregando il rossetto con furia. Entrammo nella cabina. L'acqua calda gli sciolse il fondotinta in striature nere sulla pelle. Mi chinai, prendendo il sapone. "Girati". Gli lavai le natiche con cura meticolosa, sciacquando via il sangue, il seme, l'umiliazione. Lui gemeva ad ogni mio tocco sulle ferite. "Fa male?" chiesi. "Un inferno" ansimò. "Ma è il mio inferno". Gli passai la spugna sul petto. "E Paolo?". "Fuori" risposi. "Aspetta". Quando uscimmo, Paolo era in piedi vicino alla finestra. Si voltò. Enrico nudo, tremante, con le mie mani sui suoi fianchi. "Allora?" chiese Paolo. Enrico abbassò lo sguardo. "Grazie" mormorò, la voce roca. Paolo rise, breve. "Non ringraziare. È stato un piacere... Adriana". Il nome mi trafisse. Enrico trasalì. Paolo si avvicinò, sfiorando il mento di Enrico. "La prossima volta, scoperò tua moglie". Poi se ne andò senza aggiungere altro. La porta si chiuse. Nella stanza improvvisamente silenziosa, Enrico mi guardò. "Sei contenta?". Lo strinsi a me, sentendo il suo cuore martellare. "Più che contenta" sussurrai contro la sua pelle. "Ho visto te diventare me ed e stato favoloso". Le mie dita gli esplorarono le natiche ancora contratte. "Questo dolore... è nostro". Lui annuì, seppellendo il viso nel mio collo. "E adesso?". Sorrisi, sfiorandogli l'orecchio. "Adesso" dissi, "tu mi scopi. Come solo mio marito sa fare". Lo guidai verso la camera. Sul divano, una macchia scura luccicava sotto la luce. Il nostro gioco era appena iniziato. lo voglio nel culo, voglio sentire lo stesso tuo dolore per compensare. Mi spinsi sul letto, sollevando le anche. "Usa quel dolore" ordinai. "Fammi sentire cosa hai provato". Enrico estrasse il lubrificante. Le sue dita erano ferme quando mi penetrarono, preparandomi con una precisione chirurgica. Ogni tocco era un promemoria del suo martirio. "Sei pronta?" chiese, la voce roca. Annuiti, afferrando le lenzuola. "Fammi urlare" .La sua penetrazione fu un coltello di fuoco. Urlai, le unghie che si conficcavano nel palmo. Lui rimase immobile, conficcato fino alle palle, proprio come Paolo aveva fatto con lui. "Respira" sussurrò, imitando Paolo. Un gioco nel gioco. Espirai. Lui iniziò a muoversi. Colpi profondi, misurati, che trasformavano il dolore in un calore elettrico. "Più forte!" gemetti. Ogni affondo mi sollevava dal materasso. Vidi nei suoi occhi la stessa follia che aveva illuminato Paolo. La stessa sete di possesso. "Sei mia" ringhiò. "Tutta mia". Sentivo il suo sudore cadermi sulla schiena. Il ritmo aumentò. Non ero più Adriana. Ero il suo fantasma, posseduto come lui era stato posseduto. Il dolore e il piacere si fusero in un unico grido quando raggiunsi l'orgasmo, le sue dita che mi martoriavano il clitoride. Lui seguì poco dopo, svuotandosi dentro di me con un ruggito. Tremammo insieme, due animali feriti. Ci sdraiammo fianco a fianco, il respiro affannoso. Il mio culo pulsava come se fosse stato sfregiato da un ferro rovente. Lui sfiorò le mie labbra. "Parità" mormorò. Sorrisi, assaggiando il sale sulla sua pelle. Paolo aveva aperto una porta. Ora noi la attraversavamo insieme, scoprendo nuovi modi per appartenerci. La stanza odorava di sesso e verità. Fuori, il sole tramontava. Il nostro gioco era finito...per oggi.
