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Erotika
Adriana · Cap. 1
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Capitolo 1 di 1 31 min di lettura

ADRIANA

SESSO SFRENATO FRA LEI LUI E L'ALTRO

Anna Bolerani
11 mesi fa · 1k letture · 1

“Potremo continuare a frequentarlo ma non necessariamente devo partecipare anche io potrai farlo da sola". Frenò all'incrocio, la luce rossa che illuminava la sua espressione seria. Il silenzio tornò a riempire l'abitacolo mentre la mia mente elaborava l'immagine: io e Paolo, nudi nella sua villa sul mare, con Enrico che osserva da una poltrona. "E tu?", chiesi, sfiorando il suo braccio. "Cosa proveresti? Non sarebbe... strano?". Enrico sorrise, un'espressione stranamente serena. "Strano? Forse. Ma quando ti ho vista stasera... completamente persa nel piacere..." Scosse la testa. "È stato come riaccendere qualcosa. Ecco cosa voglio: concentrarmi solo su di te, senza distrazioni". La sua mano strinse la mia. "Paolo sarà solo per te, io assisterò e lui capirà. Qualcuno che ti faccia sentire così, senza complicazioni". La proposta mi colpi come una scossa elettrica. Immaginai Paolo che mi scopava sotto lo sguardo fisso di Enrico, il suo respiro che si accelerava osservando ogni mio fremito. Un brivido caldo mi percorse la schiena. "Paolo... completamente per me?", sussurrai, sentendo un'umidità improvvisa tra le cosce. "E tu? Solo spettatore?". Enrico annuì lentamente, gli occhi pieni di una determinazione nuova. "Solo spettatore. Voglio vedere ogni tuo singolo spasimo, Adriana. Senza filtri". Arrivammo a casa nel silenzio carico di promesse. Appena varcata la soglia, Enrico mi spinse contro il muro dell'ingresso. Le sue labbra cercarono le mie con un'urgenza che non sentivo da anni. "Adesso", mormorò contro la mia bocca, le mani che già mi sbottonavano la camicia. "Adesso mostrami cosa hai provato". Lo seguii in salotto, i vestiti che lasciavamo cadere come scorie del mondo esterno. Mi fece sedere sul bordo del divano, poi si inginocchiò davanti a me. "Chiudi gli occhi", ordinò con voce roca. "Rivivi Paolo dentro di te". Obbedii. Le dita di Enrico mi sfiorarono le cosce mentre ripercorrevo mentalmente ogni spinta, ogni gemito, il peso di quel corpo estraneo che mi possedeva. "Raccontami", insistette lui, la bocca che intanto discendeva verso il mio ventre. "Dov'è che ti toccava? Come?". "La... la mano sulla gola", ansimai, la testa che cedeva all'indietro. "Mi stringeva appena... mentre mi prendeva da dietro". Sentii le sue dita imitare la pressione, leggera ma decisa, sulla mia trachea. Un brivido mi scosse tutta." E poi?", la sua voce era un ruggito soffocato contro la mia pelle. "Quando ti ha fatto sedere sul mio viso... com'era?". "Umido", sussurrai, le dita che si intrecciarono nei suoi capelli. "Caldo... la tua lingua... e lui che mi riempiva...". Non finii la frase. Il suo bacio fu una frana sul mio clitoride, un'ondata di piacere così immediata che mi contorsi, un grido strozzato in gola. Enrico non rallentò, succhiando con una ferocia che sembrava divorare il ricordo stesso di Paolo, sostituirlo con la sua possessività. Le mie mani gli artigliarono le spalle, cercando un appiglio mentre la stanza ondeggiava." Voglio sentirti venire", ordinò, sollevando il viso bagnato. I suoi occhi erano pozzi neri di desiderio concentrato. "Adesso. Per me". Non servirono altre parole. Il solo peso del suo sguardo, carico di quella nuova, elettrizzante intenzione di osservatore assoluto, fu la scintilla. L'orgasmo mi travolse come un treno, un tremito violento che mi fece inarcare la schiena contro il divano, le unghie che affondarono nella sua carne. Urlai il suo nome, un suono lungo e spezzato che echeggiò nella casa silenziosa. Quando riaprii gli occhi, Enrico era ancora inginocchiato, immobile. Mi studiava. Non con lo sguardo affamato di chi vuole partecipare, ma con l'intensità bruciante di chi sta assorbendo ogni dettaglio: il rossore sul mio petto, il tremore residuo nelle cosce, il respiro ancora affannoso. "Così", mormorò, una traccia di stupore nella voce. "Così sei perfetta". Mi aiutò ad alzarmi, le sue mani salde sui miei fianchi. "Ora andiamo a letto. Ho bisogno di tenerti stretta". Sotto le lenzuola fresche, il suo abbraccio fu diverso. Non un preludio, ma un contenimento. Le sue braccia mi cingevano la vita, il petto contro la mia schiena, il naso sepolto nei miei capelli. "Dimmi", sussurrò dopo un silenzio carico del mio respiro che tornava lento. "Quando Paolo ti ha scopata... cosa sentivi qui?". Una mano calda si posò sul mio basso ventre. Non per eccitare, ma per indicare un luogo preciso." Potere", risposi senza pensare, sorpresa dalla parola uscita dalle mie labbra. "Sentivo che... potevo essere chiunque. Solo desiderio. Senza dover essere la dirigente, la moglie, l'adulta responsabile". Sentii il suo sorriso contro la nuca. "Ecco. Voglio vederti in quel posto. Farlo diventare il nostro luogo segreto della tua trasgressione". Poi mi venne un'idea folle. Mi voltai verso di lui, le lenzuola che scivolavano giù. "Enrico", sussurrai, le dita che gli tracciarono la mascella. "Ho voglia che tu mi scopi. Ma non come facciamo di solito". Feci una pausa, il cuore in gola. "Voglio che mi scopi il culo. Voglio essere sverginata dietro". Enrico rimase immobile per un secondo, il respiro che gli si bloccò. Mi guardò, gli occhi che scrutavano i miei come per capire se scherzavo. "Il culo?", ripeté, la voce più roca del solito. "Non l'abbiamo mai fatto. Davvero vuoi...?""Sì", tagliai corto, guidando la sua mano giù, oltre l'addome, verso la curva del sedere. "Con te. Solo con te. Prima di qualsiasi altro". Era una demarcazione netta, un confine sacro. Quel buco stretto, vergine, dovevo offrirlo a lui per primo. Era il mio modo di dire che Paolo era stato un gioco, un eccitante diversivo, ma che certe soglie le avrei varcate per la prima volta solo con mio marito. Con l’uomo che mi aveva visto sbocciare. poi avrei potuto farlo anche con qualcun altro senza dovermi porre dei limiti. Enrico trattenne il respiro, le dita che mi sfiorarono l’inguine con una riverenza nuova. "Sei sicura? È... doloroso la prima volta". Ma nei suoi occhi scuri bruciava una fiamma improvvisa, un misto di possessività e desiderio crudo che non gli avevo mai visto. La mia richiesta aveva toccato una corda profonda, primordiale. Quel passaggio non concesso a nessuno prima di lui era una dichiarazione d’appartenenza più potente di qualsiasi anello. Aprii il comodino, frugando tra i blister di pillole e le creme notturne fino a trovare il tubetto di gel lubrificante. Lo porsi a Enrico con mano leggermente tremante. "Spalmalo tu" sussurrai, voltandomi a pancia sotto, il viso affondato nel cuscino. "Prima di entrare... fallo lentamente". Lui scaldò il gel tra le dita, poi sentii la punta dell'indice, fresca e scivolosa, premere contro il mio rossetto stretto. Un cerchio lento, insistente, che mi fece contrarre i glutei per l'emozione. "Respira" mormorò, e mentre espiravo, la punta del dito sfidò la resistenza muscolare, penetrando con una pressione costante. Un bruciore sottile, subito placato dal gel, mentre la sua falange scivolava dentro, inesorabile, fino alla nocca. "Dio, quanto sei stretta..." sibilò, iniziando un movimento a uncino che mi fece gemere nel cuscino. La sua mano libera mi tenne ferma mentre il dito esplorava, allargando delicatamente il passaggio con movimenti circolari. Sentii il bruciore trasformarsi in una strana pienezza, poi, inaspettatamente, in un brivido di piacere quando sfiorò un punto interno che mi fece sobbalzare. "Qui?" chiese, ripetendo la pressione. Annuii, incapace di parlare, mentre un'ondata di calore mi invadeva le gambe. Aggiunse un secondo dito, più lentamente, dilatandomi con una pazienza che era quasi una tortura. Il dolore era un filo tagliente, ma intrecciato a un'oscura eccitazione che mi faceva premere il ventre contro il materasso. Quando le dita si ritirarono, sentii il vuoto, subito sostituito dalla punta fredda e turgida del suo cazzo, ben lubrificata. Premette contro l'ingresso stretto, un peso implacabile. "Respira, Adriana" ripeté, la voce rotta dallo sforzo di controllarsi. Espirai profondamente, e lui spinse. Un dolore acuto mi trafisse, un lacerarsi interno che mi fece urlare nel cuscino. Le mie dita afferrarono le lenzuola, le nocche bianche. Enrico si fermò, immobile, il respiro affannoso contro la mia schiena. "Stai bene?" ansimò. Annuiti, incapace di parlare, concentrata sul bruciore che sembrava espandersi. Poi, lentamente, iniziò a muoversi. Una frazione di centimetro in avanti, una pausa, un'altra frazione. Ogni micromovimento era un coltello, ma sotto la lama, qualcosa di più profondo pulsava. La sua mano mi teneva ferma all'anca, l'altra si intrecciò alle mie dita, schiacciando le mie nocche contro il materasso. "Sei... così stretta..." sibilò, la voce piena di meraviglia e sofferenza." Allargamelo tu, amore," dissi io, la voce strozzata dal cuscino e dalla tensione. Era un ordine, una supplica. Volevo che fosse lui a forzare quel confine, a prendersi quel passaggio vergine con la stessa determinazione con cui aveva conquistato il mio cuore anni prima. Non volevo delicatezza, volevo la sua possessività. "Fallo. Adesso." Enrico obbedì. Un respiro profondo, poi una spinta decisa, un affondo che strappò un grido soffocato dalle mie viscere. Il dolore fu un lampo bianco, acuto, che mi fece contrarre ogni muscolo, le unghie che graffiarono il materasso. Lui rimase immobile, incastrato in quel calore stretto, palpabile, quasi opprimente. "Dio... sei una morsa..." ansimò, il sudore che gli colava dalle tempie sulla mia schiena. Sentivo il suo cazzo pulsare dentro di me, un martello conficcato in un incudine di carne. Poi iniziò a muoversi. Non più tentennamenti, ma colpi profondi, ritmici, come un battito primordiale. Il suono umido del gel e della mia carne che si apriva, che si adattava a forza. Ogni spinta mi spingeva più in basso sul letto, il suo pube che schiacciava le mie natiche con un impatto sordo. "Così?" ringhiò, affondando più forte. "Così lo senti tutto?". Annuiti, la faccia schiacciata nel cuscino, il dolore che si stemperava in un calore inaspettato, una pressione piena che invadeva tutto, dall'inguine alla gola. Era invasione, possesso totale. Ogni nervo urlava la sua presenza. "Più forte," ansimai, la voce rotta. "Fammelo sentire bruciare". Enrico obbedì. Le sue mani mi afferrarono i fianchi, sollevandomi leggermente, e lui caricò. Colpi d'ariete, profondi, brutali contro le mie natiche. Il dolore si fuse all'istinto, un fiume in piena che travolgeva ogni barriera. Sentivo il suo scroto schiaffeggiarmi il clitoride a ogni affondo, un contrappunto di piacere crudo alla lacerazione dietro. Un gemito animale mi sfuggì, lungo, gutturale. "Così?" ringhiò lui, il respiro un mantice. "Così ti piace il culo in fiamme?". Annuiti, affondando le unghie nel materasso. Sì. Bruciava, Dio come bruciava, ma era una fiamma purificatrice. Ogni spinta allargava quel tunnel vergine, lo plasmava a sua immagine. Sentivo ogni centimetro del suo cazzo, ogni vena, ogni pulsazione dentro quel calore stretto, opprimente. Era invasione, sottomissione, appartenenza. Un confine violato solo per lui. "Sì, Enrico, così!" ansimai, la voce strozzata dal piacere-dolore. "Lo sento tutto... mi spacchi... fammi sentire una troia!". Le parole uscirono viscide, oscene, alimentate dal furore di quei colpi. Lui ringhiò, una bestia liberata. Le mani mi serrarono i fianchi con forza da livido, sollevandomi a metà, e caricò. "Sei la mia troia!" ringhiò, il fiato caldo sul mio collo. "La mia puttana col culo stretto!". Ogni parola era una frustata, ogni spinta una conquista. Il dolore si fuse all'istinto, un fiume in piena. Mi abbandonai, lasciando che mi sfondasse, che mi marchiasse. Sotto di me, il lenzuolo si inumidiva di saliva, di lacrime? Non sapevo più. Volevo solo quel martellare, quel possesso totale. "Più forte!" urlai. "Rompimi!". Lui obbedì. Un ultimo affondo, un'impalatura che mi sollevò da terra. Poi il suo corpo si irrigidì, un grido soffocato. Sentii l'esplosione dentro di me, calda, profonda, un getto che sembrava riempire ogni fessura di quel passaggio violato. Tremai, un tremito convulso, mentre il dolore e il piacere raggiungevano l'apice in un groviglio inestricabile. Rimase immobile, conficcato fino all'osso, il respiro un rantolo. "Dio... Adriana..." mormorò, le dita che si rilassavano sui miei fianchi, lasciando il segno. Sentivo la sua sborra. Un calore intenso, vivo, che pulsava dentro il mio culo ancora stretto, quasi dolorante. Era un liquido denso, un possesso liquido che mi riempiva, sigillando quella violazione come un marchio. Il gelido iniziale del lubrificante era stato spazzato via da quel torrente caldo che sembrava espandersi, rivendicare ogni centimetro di quel tunnel appena aperto. Un fremito mi percorse la schiena, un misto di sfinimento e strana, oscura soddisfazione. Era dentro di me, nel posto più intimo, più vergine. Bruciava ancora, ma ora c'era quel calore a lenire la lacerazione, a trasformarla in un ricordo indelebile. Poi si ritirò. Lentamente, con un suono umido, viscido. Sentii un rivolo caldo scivolare lungo la mia coscia, un'effusione della sua conquista. Il vuoto che lasciò era enorme, doloroso, ma anche... vuoto. Mi voltai a fatica, il corpo un unico livido. Lo vidi in ginocchio sul letto, il cazzo ancora turgido, lucido di lubrificante, sangue e il suo seme biancastro che colava dalla punta. I suoi occhi erano fissi su di me, su quel buco ora leggermente aperto, arrossato, umido del suo possesso. C'era una reverenza in quello sguardo, una meraviglia crudele. "Guarda", sussurrò, indicando il rivolo sulla mia coscia. "Il mio marchio". Mi trascinai verso di lui, le gambe tremanti. "Lavami", ordinai, la voce roca. Non volevo pulirmi da sola. Volevo

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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