Io continuavo a tenermi in riga. Rigida. Perfetta. Invisibile.
Le altre mi notavano, ovviamente. Ma lo facevano con gentilezza. O almeno, così sembrava.
E poi venne la notte.
Nella tenda, l’aria era ancora densa del vapore dei nostri respiri, le torce erano già spente e restavano solo le nostre sagome nei sacchi, addosso al silenzio della neve.
Stavo per chiudere gli occhi, quando la voce di Giulia ruppe il buio.
Non mi guardava. Parlava verso l’alto. Ma parlava a me.
“Clara, sei sempre tesa, lo sai?”
“Mica solo oggi. Anche ieri. E prima. Sempre contratta come se stessi aspettando che ti crolli qualcosa addosso.”
Ingoiai a vuoto, il cuore accelerato.
Maria ridacchiò piano.
“Ha ragione,” aggiunse. “Sembri sempre sul punto di scappare.”
“Lo sai che c’è un metodo infallibile?”
Giulia aveva quella voce bassa e morbida, fatta per sussurrare segreti.
“Quando sono tesa o nervosa… io mi masturbo. In tenda, sotto il sacco, anche con altra gente. Aiuta. Ti svuota la testa.”
Rimasi paralizzata.
Le gambe strette, la schiena rigida, le mani congelate dentro il pile.
Avevo sentito bene?
Maria intervenne, subito, ma con una voce più allegra, come se stessimo parlando di una canzone o di un piatto di pasta.
“Sì, sì, Giulia ha proprio ragione. Io lo faccio anche solo per prendere sonno, eh. Tipo… la sera prima del campo… avevo ansia? Una carezzina e via.”
“Anzi,” aggiunse, divertita, “non solo carezzine. Se mi serve un colpo sicuro, mi metto una canzoncina in cuffia e… buonanotte.”
Io stavo bollendo.
Nel vero senso della parola.
Il cuore mi rimbombava nelle orecchie, le guance in fiamme, la pelle sotto la maglietta sembrava vibrare.
Stavano scherzando?
Giocando?
Mi stavano mettendo alla prova?
“Tu no?”
Fu Giulia a rompermi di nuovo i pensieri. La sua voce era calma, ma netta.
“Mai pensato di… rilassarti così? Anche solo per non essere sempre sul filo.”
Maria aggiunse, più bassa, quasi sussurrando:
“O magari ti serve solo la mano giusta.”
Le due risero piano.
Io non dissi niente.
Il mio corpo era immobile. Ma la mia testa era un turbine.
E in mezzo al buio, con le loro voci ancora nelle orecchie e il respiro che non riuscivo a rallentare, l’unico pensiero che avevo era:
Cosa cazzo sta succedendo.
E perché mi piace così tanto.
Maria si voltò su un fianco nel sacco a pelo, il suo profilo appena disegnato dal riflesso opaco della luna sul telo della tenda.
La sentii ridacchiare, piano, e poi dire con la sua solita voce dolce e disarmante:
“Perché non le facciamo il rito di iniziazione… se lei è d’accordo, ovviamente.”
Io annuii.
Non so nemmeno se davvero compresi la domanda.
Era un gesto automatico, istintivo.
Il mio corpo stava decidendo per me.
E il calore che sentivo ovunque mi faceva dire di sì a tutto.
Giulia rise piano, una di quelle risate basse, quasi torbide.
“Allora Clara… adesso ti insegniamo noi come ci si rilassa davvero.”
Si voltò a guardarmi, senza muoversi dal sacco. Solo lo sguardo. Solo la voce.
“Hai mai ascoltato le storie giuste prima di dormire?”
Io no.
Mai.
E non sapevo se ero pronta.
Ma le ascoltai.
Maria fu la prima a parlare, la voce un sussurro, quasi una ninna nanna perversa:
“C’era quella volta… eravamo in un campo estivo, pioveva forte e Giulia si era bagnata tutta… tutta. Non aveva ricambio. Così le diedi la mia maglietta. Ma sotto… niente. Solo pelle calda. Quando mi si sdraiò accanto quella sera, nel sacco doppio, mi si incollò addosso e… beh, non so chi delle due iniziò, ma ci baciammo. Piano. Poi la sua mano scese… e lì imparai cosa vuol dire venire con qualcuno che sa cosa fa.”
Sentii i peli delle braccia sollevarsi.
Le gambe strette.
Il battito accelerato.
Giulia prese il testimone, più diretta.
“Io invece mi ricordo la volta in cui Maria si era addormentata con la mano sulla mia pancia… solo che mentre dormiva… quella mano cominciò a muoversi. Giuro. Forse sognava. Ma io non la fermai. Mi piaceva troppo. Quando si svegliò mi trovò a mordermi il labbro e… abbiamo finito quello che aveva cominciato.”
Risero di nuovo, ma era una risata carica, piena di tensione e promesse.
“Ci conosciamo da anni,” continuò Maria, voltandosi leggermente verso di me, il sacco che frusciava piano.
“E quando c’è bisogno… ci aiutiamo. Sempre.”
“Potremmo aiutare anche te,” disse Giulia, con quel sorriso che non vedevo ma sentivo bruciare sulla pelle.
Io ero lì, nel mio sacco, immobile, accaldata, tesa e incredula.
Stavano raccontando quelle cose a me.
A me.
E io non riuscivo nemmeno a parlare.
“Ci stai, Clara?”
“Se vuoi, iniziamo. Ma devi dirlo tu.”
Le loro voci erano morbide, lente, avvolgenti.
E io…
io avevo ancora il cuore impazzito.
E le cosce strette.
E il desiderio che bruciava sotto ogni strato.
«Sì… vi prego.»
Lo dissi prima ancora di pensarci davvero.
La voce mi uscì roca, quasi rotta. Ma chiara.
E loro non esitarono.
«Brava,» sussurrò Giulia.
«Vieni qui, Clara,» disse Maria con un tono che sembrava zucchero caldo.
Si spostarono leggermente nei loro sacchi, facendomi spazio nel mezzo.
Il nylon frusciò, le coperte si gonfiarono, e il freddo del tessuto si mischiò subito al calore del loro respiro.
Mi sentivo nuda, anche se ero ancora vestita.
Mi distesi tra loro.
Maria da una parte, con i suoi ricci disordinati che mi sfioravano il collo.
Giulia dall’altra, con il suo profumo di pelle e sapone che mi entrava nei polmoni.
Le loro mani iniziarono piano.
Sopra la maglia. Leggere.
Come se volessero accarezzarmi e rassicurarmi insieme.
Poi, un po’ alla volta, scesero.
Sulle costole.
Sulla pancia.
Le dita di Maria si fermarono sotto il mio seno.
«Ma quanto sei dolce…» mormorò.
«Guarda che tettine perfette,» disse piano, con un tono complice.
«Giulia, non trovi siano adorabili?»
Giulia ridacchiò, e mi sfiorò da sopra la maglia, con la mano che si posava leggera come una piuma.
«Altroché. Piccole, ma tonde. Proprio da mordicchiare.»
Le loro voci erano carezze più delle mani.
Io ero immobile, ma dentro…
una scossa mi attraversava tutta.
Loro erano morbide, calde, sensuali in ogni gesto.
Io tremavo.
Sotto le dita di due corpi che avevo immaginato solo nelle notti più silenziose.
Maria sfiorò la mia guancia con la punta del naso.
«Stai bene?»
Annuii.
Non avevo voce.
Poi le mani si mossero ancora.
Le loro dita si intrecciarono per un attimo sulla mia pelle nuda, mentre mi sollevavano la maglia piano.
Mi stavano scoprendo, centimetro dopo centimetro.
E ogni parola che dicevano sembrava uno strappo al pudore e un balsamo al cuore, insieme.
«Guarda che bellezza,» mormorò Giulia, guardandomi con un’intensità che mi fece arrossire.
«Sei tenera. Ma calda. Così viva…»
E io, stretta tra quei due corpi mozzafiato, avevo smesso di ricordare cosa significasse avere paura.
Solo il mio respiro.
Le loro mani.
E la sensazione che tutto quello, per una volta, potesse essere giusto.
Il tessuto della maglietta si sollevò del tutto.
Le loro mani si muovevano lente, sicure, come se sapessero esattamente dove volevo essere toccata — anche prima che lo sapessi io.
Maria fu la prima a passare la punta delle dita sul mio fianco nudo, disegnando piccoli cerchi sulla pelle che sembravano lasciare scie di fuoco.
Giulia invece si avvicinò al mio petto, le dita appena sotto il bordo del reggiseno, accarezzando con movimenti così delicati che sentii i capezzoli indurirsi prima ancora che li toccasse davvero.
«Guarda come reagisce…» sussurrò Giulia con un sorriso nella voce.
«Sta fiorendo sotto le nostre mani.»
Le loro parole erano parte del tocco.
Ogni complimento, ogni frase detta piano tra una risata e un respiro, entrava in me come un brivido.
Mi stavo sciogliendo.
Anzi, mi stavo aprendo.
A loro. A me stessa.
A un piacere che non avevo mai permesso di esistere prima.
Maria si abbassò leggermente verso di me, il suo respiro caldo sul mio collo.
Mi sfiorò con le labbra, non era un bacio, era una promessa.
Un assaggio.
«Vuoi che te lo leviamo noi?»
Il reggiseno.
Annuii.
Le parole non servivano più.
Eravamo già in un’altra lingua.
Giulia slacciò con due dita dietro la mia schiena, mentre Maria tirava via le spalline con una dolcezza feroce.
E quando fui nuda sopra, sentii l’aria fresca accarezzarmi la pelle… seguita dalle loro mani, più calde di tutto il resto.
Mi accarezzarono il petto con attenzione e desiderio.
I loro palmi erano morbidi, le dita curiose.
Mi stringevano piano, mi sfioravano i capezzoli con movimenti circolari che mi fecero gemere senza volerlo.
«Così tenera, così sensibile…»
«Non sapevi di poter sentire così tanto, vero?»
Avevano ragione.
Non lo sapevo.
Ma lo stavo imparando.
Le loro bocche arrivarono subito dopo.
