Sofia alza lo sguardo su di me. Ha lo stesso sguardo di Oliver Twist che, nel romanzo di Dickens, implora altro cibo alla mensa dell’orfanotrofio. «Pro… voglio dire, Francesco, se ti prometto che da domani mi metto a studiare davvero duro non dici a mia madre di come sono messa?»
«E quanto “duro” hai intenzione di metterti a studiare?» Metto le mani in tasca, i pollici restano fuori e indicano l’eccitazione che mi strazia nelle mutande. «Perché se devo mentire a tua madre, preferirei che mi spiegassi quanto impegno vuoi mettere nello studio da qui in avanti.»
La ragazza non stacca gli occhi dal rigonfiamento all’altezza del cavallo dei miei pantaloni leggeri. Sorride e scivola dalla sedia, leccandosi le labbra. «Adesso ti faccio vedere, Francesco.»
Si afferra il fondo della maglietta e se la sfila. I suoi grossi seni – porca puttena, quanto sono grossi! – si sollevano e cadono, dondolando sul suo petto. Getta la T-shirt sulla sedia e mi sbottona i pantaloni. Abbassa la zip e le braghe si afflosciano sulle mie scarpe. L’afrore di eccitazione si libera come il vapore di una pentola che bolle a cui viene tolto il coperchio.
Il tessuto delle mutande pende in avanti, sotto la pressione del mio cazzo duro e in tiro. La ragazza vi avvicina il volto e passa il naso sul rigonfiamento, il suono del risucchio d’aria nel suo naso mi scalda il ventre, scende fino all’altezza delle palle e risale passandoci sopra le labbra.
Solleva la testa, la punta della lingua tra le i denti. «Te lo faccio diventare così grosso, prof?»
E non ho ancora cominciato a scoparti, sgualdrinella… Abbasso la voce e la rendo profonda. «Fammi vedere quanto ti vuoi impegnare.»
Lei prende le mutande per l’elastico e lo abbassa. Il cazzo libero crolla davanti a lei, come un dito puntato in mezzo ai suoi occhi. L’odore di eccitazione è opprimente, copre anche quello dell’olio del tonno.
Sofia chiude le dita sull’asta, le sue falangi sono fredde sul fuoco della mia eccitazione. La cappella esce appena dalla corona, la ragazza la lecca con la punta della lingua. Una scossa elettrica si scarica lungo il cazzo e mi blocca il fiato.
Lei solleva gli occhi verso di me, sotto il suo mento pendono le grosse tette. «Adesso ho capito perché Anna ed Emilia parlano sempre bene di te…»
Le accarezzo la nuca. «Se ti comporti bene questa volta e vuoi qualche lezione di ripasso, in futuro potrei farti capire cosa apprezzano tanto le tue compagne.»
«Uh,» si avvicina con le labbra al mio sesso, «allora è meglio se mi do da fare.»
Con due dita mi scappella e passa la lingua sul glande. Scivola attorno alla cresta e fa scorrere la punta nel meato.
Chiudo gli occhi e mi appoggio alla scrivania con le mani. La testa si fa leggera, ogni scivolata di lingua della ragazza sul mio cazzo è un passaggio di spugna bagnata su una lavagna piena di pensieri. Apro la bocca e respiro a pieni polmoni, assaporando ogni singola molecola dei feromoni sessuali che stanno riempiendo la stanza.
La ragazza spinge la testa in avanti e il cazzo le riempie la bocca. Inizia a muovere in avanti e indietro, la spinta è veloce, come se volesse spingersi la cappella più in fondo nella gola ed emette un rumore liquido, eccitante, il ritorno indietro è più lento, la ruvidità della lingua solletica il mio filetto.
Espiro fino a svuotarmi i polmoni. «Porca puttena, sei fantastica, Sofia…» Non quanto le altre due sgualdrinelle nella tua classe, ma ti farò esercitare parecchio con il mio cazzo… Ti faccio laureare all’università dei pompini con il 110 e lode.
Mi spingo avanti e le afferro le tette. Le mie dita le stringono: calde, morbide, vellutate. Metterci l’uccello in mezzo, stringerle e muoverle su e giù fino a sborrarle in faccia… La cappella mi prude, devo stringere l’orifizio che blocca il flusso dell’urina per non sborrarle in gola al pensiero prima del tempo.
La sgualdrinella mi sta eccitando troppo!
«Fermati, Sofia…» Mi manca il fiato, ho un capogiro. «Aspetta.»
Lei mi fissa e spinge indietro la testa. Il cazzo esce bagnato dalle sue labbra, tracce di rossetto restano impresse attorno alla grossa vena che si muove ubriaca lungo l’asta. L’aria fresca aggredisce la cappella umida di saliva. «Non sto andando bene, prof?» Una nota di allarme acuisce la sua voce.
Stai andando anche troppo bene… «Spogliati e sdraiati sulla scrivania!»
Lei tentenna. «Non… non sono…»
Certo: ha pensato di darmi un assaggio della scopata completa che mi concederebbe se mentissi a sua madre, ma se mi fotto la sua figa subito lei perderebbe una buona parte del suo potere. «Mettiti a gambe aperte, voglio leccarti la figa.»
Le allungo una mano che lei prende per mettersi in piedi. «Davvero?»
Mi trattengo dallo scuotere la testa. Non ve la leccano più, quegli stronzi? È il modo più semplice per conquistare il cuore di voi zoccole. «Sì.» Quale posizione migliore per palparti le tette mentre ti piego al mio volere?
Lei si morde un labbro, ha un canino a punta. Si toglie le scarpe da ginnastica e si abbassa i pantaloni e le mutandine. È depilata, le grandi labbra sono aperte e le piccole sono marroni per l’eccitazione. Non stava fingendo l’apprezzamento per il mio cazzo. Getta i vestiti sulla maglietta e si siede sulla scrivania accanto a me. «Così, prof?»
Le prendo le caviglie e le sollevo le gambe, le cosce le si staccano dal tavolo e la faccio ruotare sul culo. Lei grida un “oh!” di sorpresa e mette le mani sul piano per non cadere all’indietro. La metto per il lungo del tavolo e le apro le gambe.
Esiste qualcosa di più soddisfacente dell’aprire le cosce di una donna - a parte fotterla?
«Metti le gambe sulle mie spalle.» Le bacio la figa, bagnata, profumata di eccitazione, un profumo che mi scioglie il cuore e indurisce il cazzo. Le succhio un piccolo labbro, caldo. Passo la punta della lingua sulle increspature, il piatto sui lati.
Lei emette un gemito. «Sì, prof… Ah, n— non fermarti.»
«Non preoccuparti, dovranno portarmi via di peso dalla tua figa, passerotta mia…» Due dita si intrufolano in fondo alla sua figa, accarezzano l’imbocco della vagina e la penetrano. «Ti offendo se ti fotto con due dita?»
Sofia si scuote come se cercasse una posizione più comoda sul tavolo. «Più dentro… più dentro.»
Muovo la mano avanti e indietro e la ruoto a sinistra e a destra, l’interno del sesso della ragazza è caldo, bagnato quasi più delle sue fauci. La sua eccitazione cola nel palmo della mia mano. L’altra si allunga sul suo corpo e afferra la tetta destra: è scossa dai battiti impazziti del suo cuore. La stringo.
Le dita di Sofia prendono i miei capelli come se temesse che possa passarmi per la testa la folle idea di abbandonare questo godurioso banchetto.
Arcuo le dita dentro di lei, le premo contro la parete della sua vagina. Lei ansima, geme, le sfuggono gridolini. La mano libera stringe la tetta che non sto massacrando io.
«Continua, ti prego…»
Il suo clitoride si ingrossa, un minuscolo cazzetto che scivola fuori dalla commensura. Lo prendo tra le labbra e lo lecco. Sofia emette un grido simile al verso di un rapace, le gambe sulle mie spalle tremano e si scuotono. Succhio il clitoride, faccio il vuoto con la bocca.
Le dita della ragazza tirano i miei capelli, il suo busto si muove come un serpente impazzito. Mugugna qualcosa come un gemito di pietà, ma i suoi ansimi lo spezzano in versi incomprensibili.
Vienimi in faccia, puttanella, fai esplodere il tuo orgasmo in un piacere liquido! Premo i polpastrelli nella sua figa, succhio il suo clitoride.
Sofia lancia un grido strozzato, la sua schiena si arcua una volta, cade distesa sul tavolo e si solleva di nuovo. La sua figa rilascia un effluvio divino, mi riempie le narici, mi sballa la mente come nessuna droga potrebbe, il suo utero gronda fino lungo le mie dita, gocciola sul pavimento. Il suo inguine si spinge contro la mia faccia, le cosce bollenti si chiudono sulla mia testa.
