Una smorfia si disegna sul viso del mio ragazzo, io mi ritrovo con una mano sul reggiseno e una sulle mutandine. Sono fradice, anche più dei vestiti, mi stanno ghiacciando la pelle, ma non ho intenzione di restare nuda davanti a questi tre. E in mezzo a questo lerciume.
Scuoto la testa. «No, va bene così…»
Gli slip bianchi di Alberto lasciano rigagnoli lungo le sue gambe. Questa volta non mi contraddice.
La voce cavernosa del vecchio della porta mi colpisce come una bastonata. «Non ci dovevate venire quassù con il brutto tempo che arrivava.»
L’anziano del letto si incammina verso la credenza. La apre, dentro è il buio più pesto. «Dici che non hanno imparato che si deve rispettare la montagna…»
Di cosa stanno parlando? Cosa credono di essere? I guardiani della… Il fiato mi si blocca nei polmoni, l’odore di fetido resta aggrappato al mio olfatto. Non posso essere i saggi, cosa sto pensando?
«Non hanno imparato un cazzo.» Il brontolio del tuono mi causa meno agitazione della voce del vecchio della porta.
Quello del letto estrae le mani dal buio del mobile sbilenco e due scodelle di legno compaiono tra le dita. «Impareranno. Sono giovani.» Indica il tavolo accanto a noi. «Sedetevi, dovete avere fame.»
Il mio stomaco è chiuso, collassato. Le ragnatele sopra i letti dondolano ad una corrente d’aria che ulula dalla porta. Non mi permetto di respirare con la bocca, qui dentro, davvero pensa che voglia mangiare qualcosa?
Il vecchio delle braci finisce di appendere i nostri abiti. Gocciolano quanto la pioggia all’esterno. Si asciuga le mani sulla maglia di un colore che ricorda il muschio. Muschio malato. «Sì, abbiamo qualcosa per voi.»
Intercetto lo sguardo di Alberto. Posso leggere nei suoi occhi i miei stessi pensieri. Sarebbe stato meglio correre fino al bosco e prendere anche una sventagliata di grandine che trovarci qui.
L’anziano appoggia le scodelle di legno sul tavolo coperto da una cerata a quadretti rosso smorto e bianco lercio. «Sedetevi. Sedetevi alla panca.»
Alberto solleva le sopracciglia, un angolo della sua bocca è abbassato. Ormai riconosco quando è disgustato, e in questo momento ne trattiene una smorfia. Nemmeno lui mangerà nu—
Il vecchio della porta è accanto al tavolo. «Sedetevi!» La voce troppo grossa per stare nella baita, la riempie tutta. Sul tetto la grandine termina di ticchettare.
Il mio ragazzo si siede sulla panca e si trascina all’altra estremità. Il legno cigola, manca solo che si spezzi.
Lo sguardo del vecchio mi stringe il petto. Mi siedo sull’asse e metto le gambe nel buio sotto il tavolo. Non ci sono ragnatele, non mi sfiorano la pelle, ma può esserci qualsiasi mostro acquattato. Un brivido mi increspa la pelle della schiena. Appoggio i polsi sulla tovaglia di plastica. È attaccaticcia, macchie e particelle di cenere la costellano. Strappi e squarci mostrano il legno non lavorato del tavolo. Non la devono aver lavata da quando l’hanno comprata…
L’anziano del camino arriva con una brocca di ferro ammaccata a tal punto che sembra essere stata presa a bastonate o gettata da una dozzina di rampe di scale. «Bevete un po’ di latte, vi fa bene.» Un liquido bianco troppo denso, simile a panna, scende nelle due ciotole. Quante malattie ci saranno in quel latte?
Alberto allunga le mani e prende la sua scodella. Il latte non manca mai nella sua colazione, ma non l’ho mai visto tentennare tanto. La solleva fino alle labbra e si ferma.
Il vecchio della porta appoggia la mano sul tavolo, il braccio muscoloso è coperto da peli neri grossi quanto le vibrisse di un gatto. Ti prego, fa che non mi tocchi…
Alzo la ciotola e l’avvicino alla bocca. É troppo buio per vederci dentro qualcosa che galleggia. Apro le labbra e mando già. Ha la densità del ketchup e un sapore nauseante, forte. Lo stomaco mi si strizza, non tratterrò a lungo…
Appoggio la ciotola sul tavolo, un rigurgito mi sale fino alla bocca. Metto il dorso di una mano sulla bocca come a nascondere un ruttino e rimando giù. Non è il caso di vomitare davanti a…
Mi trattengo dal cadere in avanti, sbatto gli occhi e scuoto la testa. La baita inizia a muoversi verso… coso… la mano che non si usa per scrivere. O è l’altra che…
Una nebbiolina riempie la baita, i suoni sono attenuati.
Mi volto verso Alberto. «Cosa sta… cosa…»
Lui ha la bocca aperta, sembra soffocare. Si alza in piedi. «Che cazzo ci avete da—»
Il vecchio accanto a lui lo afferra, un braccio sul collo, l’altro sulla pancia. Il mio ragazzo strabuzza gli occhi, si divincola, ma la presa non cede.
Uno degli anziani mi si avvicina, puzza come un animale in putrefazione. Mi mette una mano sotto un’ascella e mi solleva come se pesassi mezzo chilo. «Cosa stai… stai…» Il tavolo mi balza in faccia, la mia guancia e le mie labbra impattano contro la tovaglia lercia.
«Lasciatela, bastardi! Cosa state facendo?» La voce di Alberto arriva da un altro pianeta anche se ondeggia davanti a me. L’anziano gli tappa la bocca con la mano.
Il vecchio del camino prende le scodelle e le sposta su una sedia con lo schienale rotto. «Si dimena parecchio, il ragazzo.»
«Non era abbastanza, la droga, per lui.» L’altro vecchio mi prende l’elastico delle mutandine e me le abbassa.
Oh, cazzo… Devo muovere le mani, devo lottare per… Le dita… le dita sono sempre state lì?.. tremano appena, è come se avessero tagliato la linea che controlla i miei muscoli. Un gemito sfugge dalle mie labbra.
Il vecchio del camino torna davanti a me, ha fuori dai pantaloni un cazzo in tiro grosso come un polso. La cappella è fuori dalla pelle, rossa come le braci. Una sua mano mi afferra i capelli sopra la fronte e mi spinge indietro la testa, le dita dell’altra mano s’infilano tra le mie labbra e i denti e aprono la mia bocca.
Il cuore mi batte nelle orecchie. Gli occhi mi bruciano ma le lacrime non si formano. Oddio, voglio morire…
Alberto grida a pieni polmoni, la mano viene tolta dalla sua bocca. «Lasciatela, pezzi di merda! Lasciatela stare!»
Il bastardo alle sue spalle gli blocca la testa. «Guarda cosa si merita chi non rispetta la montagna!»
Un dito scivola tra le mie cosce, s’insinua tra le grandi labbra della mia figa e… il fiato si blocca nei miei polmoni… non è un dito, è troppo grosso. Il vecchio mi sta penetrando, la sua cappella entra dentro di me, afferra le mie anche e spinge fino a riempire la mia vagina.
«Come sei calda, Ilaria… proprio una puttanella come piace a me.»
Inizia a muoversi dentro di me, ogni colpo mi spinge avanti sul tavolo che cigola. La sua cappella apre le pareti del mio sesso, si ritrae, portandosi via un pezzo della mia anima.
La punta del cazzo dell’altro passa sul mio naso, un fetore micidiale mi soffoca, scivola tra le mie labbra ed entra nella mia bocca. Struscia sulla mia lingua, lascia un sapore che solo un topo annegato nel liquame di una fogna potrebbe eguagliare. Lo stomaco mi si contrae, ma il latte maledetto resta al suo posto. Il pelo sull’inguine mi pizzica il viso.
Alberto è bianco in viso, ha gli occhi sbarrati. Non fiata nemmeno. Il vecchio dietro di lui mi fissa con cupidigia, aspetta il suo turno per scoparmi.
Perché non posso svenire? O vomitare, disgustarli, farmi gettare anche di fuori, sotto la pioggia e i fulmini, perché devo stare qui?
Uno schizzo caldo riempie la mia figa. Il cazzo resta dentro, in profondità. Il vecchio stronzo esala un sospiro. «Brava, Ilaria, mi piace quando mi fai godere.»
Quello davanti mi afferra i capelli e mi tiene ferma la testa, spinge la cappella fino in gola e si libera. Quattro schizzi di sborra mi colano nell’esofago. Mi libera la bocca e tossico, gocce biancastre si spandono sulla tovaglia davanti a me.
Il vecchio davanti a me ha il cazzo umido della mia saliva, una goccia bianca pende pigra dal taglio. Mi dà un paio di pacche sulla testa come se fossi un cane. «Ben fatto, puttanella, ben fatto.»
Un nuovo giramento di testa mi colpisce, la baita si solleva da una parte. Le palpebre si fanno insostenibili, il mondo si riduce sempre più.
Lo stronzo alle spalle di Alberto gli tira indietro i capelli, gli solleva la testa. «Hai visto che cosa hanno fatto a quella troia? Chi non rispetta la montagna, viene punito.»
Il mio ragazzo ringhia, mostra i denti, pronto a squarciare la giugulare al vecchio se solo lo lasciasse.
