Vai al contenuto
Erotika
Papà Pervertito · Cap. 2 — Troppo vicini
Aa
Dimensione testo
Sfondo
Salva

Troppo vicini

... avvertii chiaramente sull’avambraccio il calore che emanava dalle sue cosce aperte, dalla sua “natura”, appena, appena rigonfia.

Giovanna Esse
1 anno fa · 2.926 parole · 13 min
846 letture

- Guarda... – sussurrai, mentre provavo vergogna e follia sensuale. Credo che le lo fece, non potevo controllare, non potevo fare niente, se non lanciare una serie di mugugni animali, ancestrali, mentre mi inarcavo, a scatti, come attraversato da potenti scariche di energia. Nella penombra del mattino il preservativo si riempiva inesorabilmente di sperma. Il piccolo serbatoio non lo contenne, era tanto, così si sparse per tutta la “testa” gonfiandosi, come un palloncino pieno di lattiginoso seme bollente.

La mia furia erotica era sfumata... dovetti resistere all’impulso di ritrarmi dal suo abbraccio incestuoso, di fuggire, seminudo e vergognoso, dal letto dove l’avevamo concepita! Sarei corso nello stanzino, nel bagno, in qualsiasi posto buio, oscuro, per nascondermi e non uscirne più. Passata l’eccitazione animalesca, ero tornato in me e avrei voluto amputarmi quel cazzo maledetto, quella odiosa protuberanza che aveva avuto la meglio su tutto me stesso.

Ero quasi un vecchio. Per anni avevo aborrito, ritenendole inconcepibili, queste pratiche mostruose, esecrande. E quella mattina, in pochi istanti, avevo distrutto tutto, dannandomi, e tirandomi dietro la mia bambina, nella mia aberrazione.

Non potevo alzarmi. Avrei fatto ancora più schifo... a me stesso e al mondo; avrei trattato il mio piccolo, unico, amore come l’ultima delle chiavate occasionali, come una puttanella da una botta e via. Lei invece era un fiore... il mio fiorellino; era appena sbocciata nella sua bellezza adolescenziale. Una meraviglia della natura, un trionfo di acerba femminilità... eppure aveva da poco lasciato le medie!

Restai fermo come chi ha fatto un passo falso e tiene in mano una campana di vetro... forse speravo con la mia immobilità di evitare la catastrofe!

Il mio cazzo svettava ancora, barzotto ma rigonfio, affogato nel mio stesso sperma.

Non so se lei sapesse cosa faceva, probabilmente seguiva un istinto incontrollabile, come avevo fatto io. Si stringeva a me; pressava sul mio lato soprattutto con la fighetta. Non osai toccarla li, ma ficcai il mio avambraccio tra me e lei. Era più piccolo e ossuto, più utile al suo abbraccio ritmico. Convulsamente si stava masturbando, strusciandosi addosso al padre. In pochi istanti mi arrapai di nuovo.

Mentre strusciava sul mio braccio in preda all’eccitazione, forse per curiosità, forse per goduria, la sua mano scese verso il membro; con le piccole dita lo liberò pian pianino dal preservativo. La crema bianca del peccato si sparse sulla mia pancia, filtrando tra i peli del pube, imbrattandomi fino allo scroto.

La sentii irrigidirsi; il suo naso sbuffò, mentre serrava le mascelle digrignando i dentini. Era anche lei in preda a un piacere senza controllo. Iniziò a spalmare la sborra, a saggiarla tra le dita, a schiacciarla col palmo sul mio addome. L’odore inconfondibile si sparse per la camera, eccitandoci entrambi ma sottolineando il peccato di lussuria.

Era troppo, iniziò a sussultare per l’orgasmo, premendo così forte contro l’avambraccio che sembrava me lo volesse spezzare. Venne a lungo, con piccoli gridolini, senza controllo: ma io dimentico di tutto, la volevo sentire proprio così, felice, appagata, mentre si rassegnava ad un infinito piacere.

Mi alzai lentamente dal letto...

- Riposati tesoro, io vado a fare la doccia. Più tardi dobbiamo parlare... – dissi alla stanza. Lei era di nuovo crollata nel sonno appagante.

Pregai gli dei affinché tutto l’accaduto fosse stato solo un sogno.

Magari non per me ma almeno per la mia bambina!

Passarono i mesi, ma di quell’episodio non ne riparlammo mai.

In questi anni “strani” non le ho mai dovuto dire niente, mai convincerla a non parlare con nessuno di quanto ci stava accadendo, soprattutto a te, sua madre. Lei mi amava molto: è una ragazza matura e intelligente, sicuramente aveva perfettamente compreso il nostro distacco, il nostro “disgusto” reciproco... Non voglio essere parziale ma mi convinsi che le era chiaro che le tensioni e i dolori che provavo, provenivano principalmente dal tuo distacco, dalla tua strafottenza. Casa e lavoro, lavoro e casa, per il resto eri cieca, cara Teresa. Non vedevi l’incastro offensivo in cui mi avevi relegato e non vedevi nemmeno nell’animo di tua figlia! Tanto, di cosa ti saresti mai dovuta preoccupare? Per lei c’ero io... ormai ero “un vecchio”, che potevo fare di meglio che starmene il più possibile in casa, in pantofole, per accudire e controllare la tua “preziosa” bambina? E tu, nel frattempo, libera come l’aria, fluttuavi all’esterno della nostra vita, incontrollabile, lontana, sicura di te.

La mia etica mi schiacciava, non feci mai nulla per stuzzicare la ragazza, per attrarla a me, ma dopo quegli episodi non potevo fare a meno di desiderarla, di amarla in modo diverso. Mi gustavo la sua bellezza. Anche troppo! Non posso sapere quanto “fosse” normale il suo modo di stare in casa, da sola col papà. Dopotutto adesso era cresciuta: bellissima, seni perfetti, prorompenti come mele verdi. Pochissimi peli, la sua figa era un cespuglietto chiaro, innocente come il grano ma eccitante come il peperoncino di Calabria. Non riuscivo a vedere malizia nella sua libertà, forse solo un’estrema confidenza: girava semplicemente nuda, dopo la doccia, alla ricerca dei suoi indumenti. Nei mesi caldi indossava solo la maglietta, senza pantaloncini né pigiami, quando riposava sul divano. Però notai che quando in casa c’eri tu, si faceva più attenta e si mostrava meno disinibita, come non volesse attrarre l’attenzione su di sé.

Io guardavo, godevo, ma tacevo. Poi in segreto mi masturbavo ripensandola al mio fianco. L’eccitazione saliva alle stelle anche al solo ricordo, così riaprii questa cassetta: la ripristinai come ai vecchi tempi. Ripresi a provare piacere anche inserendomi il nostro dildo nel culo; carezzavo quei pochi capi di lingerie sexy, che tu raramente ti eri degnata di indossare. Comprai dei profilattici, senza motivo, e ve li nascosi tra le altre nostre cianfrusaglie.

Nostra figlia usava calzettoni, calzerotti, e solo d’inverno collant pesanti.

Una mattina di sabato, tu eri dovuta andare in trasferta all’alba, con dei colleghi, e saresti tornata sicuramente molto tardi. Per la ragazza invece era festa, quel giorno.

Uscii presto per fare la spesa, le comprai il cornetto al Bar, come piaceva a lei.

Dopo sentii l’immancabile suono del suo stereo, mentre altri rumori e porte sbattute mi informavano che si stava dando da fare con le mille cure di bellezza, che solo le donne sanno imbastire.

- Papà, che ne dici: sono ridicola?

La piccola mi piombò in cucina e quando mi voltai mi stava venendo un colpo, feci uno sforzo enorme per controllare la ridda di emozioni che mi invasero; tra gelosia e amore paterno, tra eccitazione e desideri osceni. La mia “bambina” indossava dei collant neri ma di un modello che, nel mio immaginario, avevo sempre abbinato col sesso e l’erotismo. Intendo quelli che hai usato anche tu, a volte. Aperti avanti e dietro, sostenuti da strisce simili ai peccaminosi tiranti di un reggicalze. Di sotto, per fortuna, aveva le sue classiche mutandine da teen ager. Mi ripresi, cercando di sembrare in uno stato del tutto normale.

Proprio non sapevo come comportarmi! Cosa dire...

- Ma cosa ti salta in mente? Di chiedere a me queste cose? Ma parlane con tua madre, no? Sono cose da donne.

Ma lei non si mosse di un millimetro, sorridendo senza malizia ma allo stesso tempo facendomi rizzare i peli sul collo. Mormorò qualche scusa, qualche salamelecco, per costringermi a dire la mia.

- Ho capito... va bene. – sbuffai seccato, mentre in cuor mio diventavo sempre più felice di godermi tanta meraviglia: E pensare che quel capolavoro di ragazzina era mia figlia. Ne fui orgoglioso, ne fui eccitato, ma feci del mio meglio per restare padre.

- Per prima cosa: ma tua mamma lo sa che vai in giro abbigliata in questo modo?

- Ma dai, papà... figurati mamma cosa se ne frega... magari sei tu troglodita e geloso!

- Sono calze da donna grande... e...

- Quindi io sarei solo una bambina? – fece uno sguardo veramente brutto.

- No, - dissi – è che, che comunque non dovresti attirare l’attenzione degli uomini!

- Ma per favore! Uomini? Pà, ma io vado solo a una festa, siamo noi, le ragazze e i ragazzi di classe, forse qualche altro amico! Tutto qui!

- Va bene... sarà! – dissi poco convinto, - Comunque credo che le mutandine vadano al di sopra di questo tipo di collant, non sotto...

- O bella... e perché?

- Perché... perché ai miei tempi, c’erano le calze, non tanto i collant; calze e reggicalze. E le persone mettevano gli slippini al di sopra, in modo da poter fare la pipì o la cacca senza togliere le calze.

- Ah, giusto. Non ci avevo pensato. – pensierosa e furbetta, si allontanò sculettando, con le sue chiappette dolci e sode... mentre io mi tenevo al tavolo per non svenire.

Fine del capitolo 2
Ti è piaciuto?
Dai il tuo voto
Scritto da
Giovanna Esse
Redattrice di erotika.app , blogger e Strega Magistra. Vuoi confessare un'avventura o un sogno del tuo "alter ego erotico"? Scrivimi in privato per consigli o pubblicazione. [email protected]
Altri racconti

Commenti 0

Accedi per scrivere un commento…

    Nessun commento ancora. Scrivi il primo.

    Indice dei capitoli
    Cap. 3 →
    Salva in una lista