E stato dopo, col matrimonio, che lentamente ho iniziato a capire come stavano le cose. Così, mentre gli anni passavano, io desideravo sempre più di trasgredire e tu, invece, sempre meno di farci, almeno, una semplicissima scopata. C’erano lunghe discussioni ricordi?
E’ vero, lavoravamo entrambi, ma io facevo del mio meglio per essere a casa ogni notte... e tranne casi rari, i nostri week end erano liberi.
Ma chi avevo in casa con me? la donna delle pulizie! (intendiamoci, non quella sexy da video porno), quella coperta di pigiamoni, vestaglione, pantofolacce orride. Calzini... stramaledette mutande bianche, di una puritaneria disgustosa. Ma sai com’è? Mi lamentavo, te lo dicevo, ci litigavo, ma poi stanchezza e gioventù, facevano si che ci passassi sopra, pur di raggiungere quell’orgasmo ebete... in quelle 4 – 5 volte al mese, un orgasmo arrangiaticcio...
Fu allora che cominciasti a disgustarmi, cara.
Mi disgustavi anche quando “tentavi” di piacermi, abbigliandoti in modo sexy... ma vedi, te lo ripeto anche adesso, le calze, i reggicalze, le guepiere, per eccitare un uomo vissuto, come me (e tu lo sapevi) devono far parte dello stile, della femminilità intrinseca. Non sono un vestito di carnevale, cazzo! Uno scomodo completino di cui liberarsi, appena terminata la tua esibizione “teatrale”.
Passarono glia anni senza grandi cambiamenti... l’abitudine ci supportava.
Ma poi arrivò la piccola, la desiderasti: e ‘l’abbiamo voluta, avuta. Tra gestazione, parto e svezzamento, fu un turbinio di impegni. Lei era la nostra gioia, catalizzava il nostro amore completamente, e l’impegno per farla fiorire ci fece dimenticare per qualche anno delle mie (dico mie, perché in tanti anni, le tue non le ho mai capite) esigenze sessuali.
Quando cercai di rivedere in te mia moglie e la mia donna, non ti trovai più. Riprendesti a tempo pieno il tuo lavoro e il tuo lavoro divenne la tua “famiglia”: avevi una famiglia fuori casa, e una figlia a casa. Stop! In questo scenario io ero diventato un puntolino all’orizzonte. E sia.
Ma intanto erano cambiati pure i tempi: la bambina cresceva, tu avevi un ottimo impiego, io, invece, vedevo aumentare sempre più i “costi” del lavoro, spesso era meglio stare a casa, che spendere soldi inutili o persino rischiare di perderne un po’, in affari avventati. E poi, diciamolo, rispetto a te stavo invecchiando; l’età c’era.
Oramai, avere rapporti con te era diventata un’ipotesi, ma la cosa peggiore e che mi avevi talmente disorientato, negli anni, che proprio non ti amavo più, al contrario.
Forse se ci fossimo separati, la nostra storia sarebbe finita, e amen. Ma così, vederti ogni giorno più strafottente, e vincente nella tua strafottenza, era davvero umiliante.
Sapevi che ormai ero incastrato; sapevi che non avrei mai dato un dolore così forte alla nostra bambina. Dopotutto ti tornavo utile, con me più spesso a casa, tu avevi molta più libertà di dedicarti al tuo lavoro, a quella tua seconda vita fuori casa.
Così mi tenevi in pugno, ero una delle tante “cose” che possedevi, di cui non preoccuparti più di tanto.
Non ho mai saputo se tu avessi avuto altri uomini, tra i colleghi o, comunque, in quella tua esistenza che non conoscevo, e che nemmeno volli mai indagare.
Ormai avevo tanto rancore nei tuoi confronti, odiavo talmente i tuoi silenzi mortificanti, che aggiungere ulteriori elementi di “schifo” verso di te, non avrebbe cambiato assolutamente le cose.
Che potevo fare? Ormai ero un “perdente” rispetto a te. Chiassate? Nemmeno ti scalfivano. Lasciarti? Avrei solo fatto del male a mia figlia? Tradirti... forse potevo, forse qualcosa è anche capitato, in tanti anni, ma a te cosa importava?
Come facevi, Teresa, a vivere così?
Ma almeno, scopavi?
Guarda... se è vero che non avevi nessuno, al di fuori delle mura di casa... una donna nel pieno della sua femminilità, mi rendevi spesso preoccupato perfino della tua salute mentale. Neppure una monaca vive così, credo.
Io intanto non potevo far altro che masturbarmi; disperarmi in pratiche solitarie, che servivano a mantenere un minimo di vitalità, per il mio povero cazzo, che viveva i giorni del tramonto con sempre maggiori difficoltà di erezione.
Anche per questo ti ho odiata. Io avevo sempre minor tempo per scopare e tu me lo hai fatto sprecare. Non andavo con nessuna, non corteggiavo: ormai, nella mia condizione, avevo troppa paura di avvicinare una donna e poi finire umiliato, da una mancata erezione, da un problema di eiaculazione.
Eh cara Teresa, ma come vedi, la mia lettera non è finita... e no. Tu ancora non lo sai ma, alla fine, mi sono vendicato, e di brutto!
Te lo garantisco, mia cara Sfinge strafottente: tra poche righe la tua impassibilità sarà spazzata via per sempre; tra poco non potrai ignorarmi mai più... odiarmi, sì.
Forse mi vorresti vedere morto? Beh... lo sono, e allora? Che mi fai di peggio di ciò che io, nel piccolo carcere dove mi avevi relegato sono riuscito a fare a te?
Io e Lei.
So che non mi resta molto, è l’ora di raccontarti tutto.
Oggi è il 18 giugno.
Circa 7 anni or sono il tuo lavoro impegnativo ti portò per 2 giorni a Torino.
Ci andasti contro voglia, la nostra ragazza aveva un po’ di febbre, ma d’altro canto, sapevi che era in buone mani, e tu non potevi farne a meno. La donna in carriera, poteva fidarsi del suo cavalier servente, quando si trattava di sua figlia!
La nostra ragazzina, naturalmente, venne a dormire nel mio lettone.
Quella sera era sudata; le diedi le medicine, il latte. Ti telefonai appena prese sonno. Ricordo che eri a una cena di lavoro; ti rassicurai. Ci salutammo sbrigativamente. Più tardi andai a dormire a mia volta.
Nostra figlia, non era più bambina già da circa un anno. Avevo già intravisto le sue tettine che iniziavano a perdere la piattezza infantile, le sue forme ormai diventavano adolescenziali; ma tutto questo non avrebbe mai sfiorato la mia libido... se... se... se io fossi stato un uomo normale, non una larva mortificata dal tuo silenzio maligno.
Comunque...
Una volta a letto, come d’abitudine, limitai il più possibile la luminosità della lampada, mi serviva solo uno spiraglio, giusto per dedicarmi alla lettura, come al solito.
La piccola si era rilassata e dormiva profondamente. Poi mi appisolai anch’io, con il libro ancora tra le dita.
Mi svegliai molto più tardi, pronto a posare il libro e a rigirarmi, per mettermi su di un lato, ma in quel momento lei si mosse, mi si avvicinò, come faceva di solito, e mi pose la gamba sulla pancia. Tutto normale, tutto secondo i canoni.
Decisi di restare ancora supino, immobile, per non disturbare il suo sonno.
Però si presentò un piccolo inconveniente. Il mio pene, ovviamente moscio e a riposo, sfiorava la gamba di lei. Un po’ per la sollecitazione “meccanica”, un pò per le mie lunghe astinenze, iniziò a farsi duro e a crescere, venendo a contatto con la sua carne, coperta solo dal pigiama leggero. La mia capocchia si bloccò nell’incavo, dietro il ginocchio... di sopra lei era appoggiata in parte sul mio petto, e il capezzolino sinistro “pungeva” il mio costato: la ragazzina era calda, lievemente sudata, tremendamente accogliente.
Vedi Teresa, inutile nasconderlo, un padre (o una madre) vengono spesso a contatto, con i genitali, col corpo dei figli... era successo anche a me e, puntualmente, con santa pazienza, avevo sempre trovato l’escamotage per ritrarmi in fretta, senza suscitare la perplessità “erotica” di mia figlia. Quella notte no.


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