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Erotika
Sorellastre troppo intime · Cap. 4
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Capitolo 4 di 6 10 min di lettura

Capitolo 4

Giovanna Esse
2 anni fa · 353 letture · 0

L’aperitivo con Giulio e Roberta fu divertente e spensierato nonostante io e Nami continuassimo a cercare l’una lo sguardo sfuggente dell’altra, tant’è che i nostri amici ci chiesero più di una volta se qualcosa non andasse tra noi. Bevemmo un paio di birre a testa e ci affrettammo verso il parco poco lontano, dove già la band aveva terminato il sound check; mancammo di poco i vari “Sà, sà, sà, prova, prova!”

Quando la luce del sole fu quasi del tutto svanita dal cielo, le prime note di una delle canzoni più famose ci invogliarono a interrompere la nostra staticità a favore di piccoli e ritmati movimenti. La band si esibì per un po’, poi approfittammo dell’inizio della pausa per correre a regalarci un’altra birra prima che il bar fosse circondato dalla folla. Iniziammo a berla quando Giulio, dispiaciuto, ci informò che a causa di un imprevisto doveva assolutamente andare via. Invano tentò di convincere la sua amata a restare con me e Nami; lei decise di andare via con lui, lasciandoci da sole in una marea di sconosciuti. Li salutammo proprio nel momento in cui gli artisti ricominciarono il concerto e ci sbrigammo a terminare le bevande; giusto in tempo perché poco dopo una delle nostre canzoni preferite s’amplificò per il parco.

Decidemmo di buttarci nella mischia e iniziammo a ballare, scatenandoci in un baccanale di movimenti poco coordinati e stonati tentativi di imitare la bravissima cantante. Presto la folla cominciò a pogare, a saltare, a muoversi freneticamente. Sembrava quasi di trovarsi all’interno della caverna di Zion dove tante persone, sedotte dal ritmo e dall’incertezza del domani, avevano deciso di godersi quell’ultima notte di passione e frenesia.

La danza aumentò d’intensità con l’incedere delle note; gocce salate di sudore mi schizzarono via dai capelli e dal corpo che s’agitava e piroettava al ritmo della musica, riempiendo l’aria circostante di feromoni. Chiusi gli occhi, strinsi forte le palpebre al punto che numerose macchioline bianche si mescolarono nel mio campo visivo e, con tutta me stessa, diedi voce al mio cuore strillando il ritornello della canzone e battendo forsennatamente i piedi per terra. Mi piegai per lo sforzo, liberai l’anima dall’ansia e dalla preoccupazione che avevo accumulato nei giorni passati, quasi scorticandomi la gola nell’intensità del grido. Sentii la morsa liquefarsi nel mio stomaco, aprii gli occhi e vidi che anche Nami, lì di fronte, si stava scatenando urlando disperatamente come me. Il ritmo sostenuto della canzone ci aveva reso dimentiche di qualsiasi cosa all’infuori del controllo delle membra e del testo del brano che stavamo ascoltando. I nostri sguardi s’incrociarono più e più volte, sorridemmo entrambe; lei portò una mano all’orecchio per domare una ciocca fastidiosa e io, tracotante di lussuria, decisi di farmi avanti. Mi avvicinai a mia sorella, le afferrai la mano e nell’esaltazione del momento iniziai a ballare con lei. I nostri corpi si avvicinavano e si allontanavano ritmicamente nella danza convulsa, ancora e ancora e ancora, mentre altre persone ballavano intorno a noi e riempivano l’atmosfera dell’odore acre, caldo ed eccitante dello sforzo fisico; per quanto ce ne interessasse però, potevano benissimo non essere lì. C’eravamo solo io e lei sotto i riflettori in quel rituale druidico. Il tamburo aveva sincronizzato i nostri cuori che battevano ormai come una cosa sola; tali erano divenute anche le nostre menti, connesse e alimentate, ora più che mai, da un desiderio comune, da un circolare uroboro rosso che inizia dove l’altro capo incontra la sua fine.L’abbracciai stretta, percepii la sua pelle contro la mia, l’odore del suo profumo misto a quello del sudore e dell’erba tagliata di fresco sotto i nostri piedi. Le annusai istintivamente i capelli. Quando mi sciolsi dal suo abbraccio, non potei fare a meno di notare quanto intensamente mi stesse fissando.

Il tempo cessò istantaneamente di esistere.La musica non scorreva più tra noi.La folla era svanita.

Solo quegli intensi occhi neri coronati da lunghe ciglia, ora, mi si stagliavano di fronte. Mi strinsi a lei poggiandole una mano sul fianco e dolcemente Nami guidò le sue dita sulla mia guancia accaldata dalla folle danza, guardando timidamente in basso, all’altezza della mia scollatura. Le sue labbra carnose anelavano il contatto e decisi di assecondare quella bramosia.Per due volte le sfiorai la punta del naso col mio; non rifiutò l’intimità, anzi, mi fece capire che ambiva ad altro. Le mie labbra si apersero leggermente imitando la magnificenza di un bocciolo che svela al mondo la sua anima. Un piccolo sorriso m’increspò appena la guancia e la timida fossetta, padrona del lato destro della mia identità, fece capolino. Ridussi ulteriormente la distanza che ci separava, i nostri sussurri ormai divisi solamente da un sottile velo d’aria. Potevo percepire il suo fiato su di me, pasta dentifricia e birra si erano amalgamati in un unico, intenso aroma. Chiusi gli occhi, impaziente di ghermire quel contatto fisico che per troppo tempo s’era limitato ad abitare i miei sogni più sfrenati.

D’improvviso persi l’equilibrio e mi ritrovai per terra: un ragazzo poco incline al rispetto degli spazi altrui e parecchio ubriaco ci aveva urtate facendomi ruzzolare carponi. Non seppi dire se al momento fossi più adirata per la spinta o per la magia che il reo aveva interrotto, ma mi alzai dignitosamente, presi per mano il signor Imbarazzo (che nuovamente era tornato tra noi) e facendo finta di nulla ricominciai a ballare a distanza di sicurezza da Nami, mentre le parole di quella che sarebbe stata l’ultima canzone della serata s’andavano spegnendo.

“Stand my groundI won’t give in,I won’t give up,No more denying,I’ve gotta face it.Won’t close my eyes and hide the truth inside.If I don’t make it, someone else will,Stand my ground.” *

​Il concerto terminò poco dopo la mezzanotte. Io e mia sorella camminammo per un po’ a braccetto, ancora ebbre di musica e di quanto avevamo sfiorato, ondeggiando come le “oche che non erano tortore” del famoso cartone animato e cantando a squarciagola, anche noi poco rispettose del sonno altrui, i vari ritornelli che avevamo ascoltato durante la serata. Raggiungemmo la fermata del bus notturno che ci avrebbe accompagnate a casa – un capannello di persone lì davanti ci fece capire che non era ancora passato – e chiacchierammo per un po’ con un amico appena riconosciuto.

Rientrate nel nostro amorevole nido domestico, Nami affermò di avere assolutamente bisogno di lavarsi, nonostante l’ora tarda. Prese l’accappatoio e si chiuse in bagno, mentre io in camera cercavo la playlist contenente le canzoni che avevamo ascoltato fino a poco tempo prima. Abbassai il volume a un livello appena udibile per non disturbare i vicini, rimossi le scarpe e mi buttai di peso sul letto, ancora vestita, ripensando a tutte le sensazioni che avevo vissuto durante quell’incredibile giornata.

Prima di andare avanti…

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