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Erotika
Sorellastre troppo intime · Cap. 5
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Capitolo 5 di 6 13 min di lettura

Capitolo 7

Giovanna Esse
2 anni fa · 363 letture · 0

Gaia piroettò su se stessa per un po’, facendoci arrivare velocemente a ridosso del ferragosto.

I giorni passarono in fretta. Io e mia sorella viaggiammo molto, con la fantasia e col desiderio, portando nelle nostre valigie tanta curiosità, un po’ di libidine e un pizzico di rimorso. Replicammo sul mio corpo il sogno africano; visitammo le calde coste caraibiche il dì successivo per poi esplorare le vette del Nepal quello dopo ancora, apprendendo le forme e le particolarità dei nostri corpi, assimilandone gli appetiti, ma costringendo le mani a esplorare solo la superficie esterna.

Urlai “Thálassa! Thálassa! Mare! Mare!” e feci ridere Nami per cinque minuti, la notte in cui replicammo la Catabasi degli antichi greci, quando le peregrinazioni dal deserto dell’Elam alle coste del Ponto Eusino le fecero raggiungere un travolgente orgasmo. Camminammo poi lungo la Via della Seta, seguendo le orme del grande mercante; dalla bocca di Nami, improvvisata Repubblica lagunare, giungemmo alle lontane terre boscose del Catai. Lì perorai a lungo la mia causa e finalmente, dopo un’attesa sfibrante, le mie dita furono ammesse a corte e conobbero il Gran Khan; dovettero inginocchiarsi al suo cospetto, piegarsi al suo volere e soddisfarne brame, capricci e desideri.

Quella mattina mi dovetti svegliare presto, oppressa dalle numerose commissioni da smaltire. La vidi distesa supina, nuda, ancora intenta a sognare. Mi fermai qualche istante ad ammirarla, assaporandone mentalmente il sudore salato e la morbidezza delle labbra. Aveva nascosto un braccio sotto il cuscino, mentre l’altro si divideva tra il materasso e il ventre: il pollice le sfiorava l’ombelico, il mignolo puntava, deciso, all’inguine. La debole luce del sole, che penetrava nella stanza attraverso gli scuri, le pennellava con un sottile strato d’aria la curva dei seni, sulle cui cime riposavano, teneramente, i due frutti della passione. Mi vidi intenta a poggiarci sopra la bocca, schiudere le labbra, riscaldarli con il fiato e gustarne infine il sapore, giocherellando con loro e svegliandoli al contatto con la mia lingua. Decisi di non fare colazione con il suo corpo e rivolsi quindi il mio sguardo alle lunghe estremità inferiori, l’una un po’ scostata dall’altra. I miei occhi atterrarono sulla margherita che, tatuata sulla sua pelle lattea, nasceva dal collo del piede per fiorire rigogliosa poco più in alto. Immaginai di avvicinarmi a quel fiore, allargare le gambe e annaffiarlo con la mia linfa, di alimentarlo con la passione e, infine, accarezzarlo con le labbra. Quella visione mi avviò i sensi, rapendoli al torpore notturno. Lasciai la parte migliore per ultima: con lo sguardo risalii lentamente verso il pube, nella speranza di cogliere l’ispirazione che, nella doccia, mi avrebbe aiutata a iniziare la giornata di buonumore. La vista della nera e corta peluria mi spinse a osare di più. Mi sistemai un po’ meglio, per godere appieno della bellezza del roseo fiore di ciliegio che custodiva gelosamente tra le gambe, ma nel movimento colpii inavvertitamente la bottiglia d’acqua, che cadde a terra. Nami si voltò, si distese su un fianco richiamando a sé le gambe e offrendomi la schiena e la curva dei glutei, sospirò e ripiombò così nel sonno.

E’ la latina Afrodite, che col suo potere m’inganna; le dono la mela e per ringraziarmi m’invita, suadente, a scrutarne il Monte; per poi vietarmi di contemplar l’Olimpo.

Rispedii al mittente il desiderio di far planare i miei baci lungo la pista d’atterraggio disegnata dalla sua spina dorsale – ben in mostra adesso, nella curva che aveva assunto il suo corpo -, di farla voltare e proseguire con la bocca lungo il fianco fino a raggiungere l’ombelico, tropico oltre il quale cominciava la zona interdetta alla mia lingua. Abbandonai la stanza e andai a lavarmi.

L’acqua fresca mi svegliò del tutto. Indugiai qualche minuto in più e portai le dita a far visita alla mia Ornella; le accolse, come spesso era successo in quei giorni, già pronta. Trasudai piacere, avvertii le prime vibrazioni farsi largo dentro di me e mi appoggiai alle mattonelle per assecondare i marosi. Strinsi le palpebre e le gambe, contrassi le dita dei piedi e irrigidii le natiche; aprii la bocca per urlare, ma mi trattenni per non svegliare Nami. Mugolai sommessamente per un paio di secondi, finalmente sazia e appagata delle fantasie che mi avevano aiutata, e stetti lì, immobile, divisa tra la soglia della coscienza e un capitombolo nel più superficiale dei deliqui. Lasciai che il getto d’acqua mi accarezzasse il viso e aspettai che il sopraffiato si stancasse di giocare con me. Finii di lavarmi, mi asciugai, mi vestii, presi un post-it e annotai alcune parole. Rientrai in camera in punta di piedi, facendo attenzione a non colpire la bottiglia maledetta, e poggiai il pezzo di carta sul comodino. Ritornai sui miei passi e lasciai la stanza, con l’intento di dedicarmi finalmente alle commissioni, mentre l’haiku 1 che avevo scritto a mia sorella mi riecheggiava ancora nella mente:

Stelle d’oriente;

guardar quei neri occhi tuoi

m’incendia il cuore.

*

Nel pomeriggio ci organizzammo con alcuni amici per trascorrere il ferragosto ai giardini pubblici. Il menu prevedeva un quintale d’insalata di riso – si sa che è meglio prepararne in abbondanza, così da ritrovarsela ancora e ancora, nei secoli a venire -, lambrusco dolce a fiumi (“gira, gira, gira, gira, gira, gira, tanto torni qua!”, cantai maliziosa, stonata e sottovoce a Nami, ancheggiando, roteando l’indice e indicandole infine Ornella) e, per accontentare gli astemi, anche un paio di bottiglie di Coca Cola. Terminata la registrazione del messaggio vocale, saltellai e crocchiai allegramente per un altro paio di minuti utilizzando una banana a mo’ di microfono, poi ritornai seria. Prenotammo il viaggio in Spagna per la fine del mese, feci merenda mangiando il microfono, andammo a comprare l’alcool, ci lavammo, cenammo e, dopo aver visto un film, finalmente ci coricammo.

L’indomani, aperto l’armadio e avendone esaminato il contenuto, convenimmo sul fatto che non avessimo nulla da indossare. Demmo inizio così alla lotteria dei vestiti; per diversi minuti osservammo inebetite quell’ammasso di tessuti e colori, eleggendo i vincitori ma scartandoli, poco convinte, subito dopo. Stanca e stufa, afferrai a caso un paio di pantaloncini chiari e un top abbastanza scollato, con bretelle e lacci che, incrociandosi sulla schiena, me la lasciavano scoperta al pari di braccia e addome. Nami invece preferì un comodo prendisole celeste, che le metteva in risalto la pelle chiara e il nero degli occhi e dei capelli. Alle 11:00 incontrammo gli altri all’ingresso dei giardini. Zaini, chitarra e razioni da esercito in spalla, ci addentrammo nel parco e vagammo lungo i vialetti alla ricerca di un posto all’ombra; io e Nami chiudevamo la formazione.

Più di una volta mi avvicinai a lei e le sfiorai il mignolo con la mano, cercando il contatto fisico e sognando un bacio. Il mio desiderio iniziò a brontolare, ma lo zittii repentinamente. Camminammo per qualche minuto, poi, fortunatamente, trovammo posto sotto un fitto gruppetto di alberi. Ci sedemmo e chiesi gentilmente a Nami di spalmarmi la crema solare su schiena e spalle. Il contatto tra la mia pelle, già scaldata dal sole, e le sue mani mi derubò di un assordante sospiro, subito camuffato da colpo di tosse. Le sue dita danzarono come la Fata Confetto sulle mie spalle, mi costrinsero a chiudere gli occhi e a immaginarci da sole, io e lei, nude e intente a disegnare, con i polpastrelli, la mappa che avrebbe raffigurato i nostri corpi. Discese lungo le spalle e le braccia e passò lentamente alla schiena, intuendo, dal movimento che feci con il collo, quanto quella frizione stesse elettrizzando i miei sensi. Rallentò ulteriormente, per quanto gli occhi e l’intuito dei nostri amici le permisero, e arrivò al fondoschiena, sopra l’elastico dei pantaloncini. Poi, con la voce rotta dall’emozione, bisbigliò:

«Vuoi che te la spalmi anche sulla pancia?»

Un “Sì, ti prego!” fu sostituito a malincuore da un “No, lì ci arrivo!”.

Ricambiò il mio sguardo e fece crollare le barriere di carne e sangue che dividevano le nostre anime, poi interruppe quell’intenso contatto visivo e tornò a scambiare qualche battuta con gli amici. Mi guardai intorno intontita, rapita da un bellissimo sogno e riportata bruscamente alla realtà, cercando di capire se qualcuno dei presenti avesse notato qualcosa d’insolito in ciò che era appena successo. Fortunatamente, ognuno sembrava intento alle proprie faccende. Mi alzai, raggiunsi gli altri e blaterammo allegramente, ridendo, scherzando e versandoci da bere, finché l’arrivo delle bionde trecce e degli occhi azzurri anticipò quello del pranzo.

Prima di andare avanti…

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