Dopo aver mangiato e una volta superata la sonnolenza dovuta al vino e al riso, il nostro amico chitarrista tornò a suonare, accompagnato stavolta da un complice e da un paio di tamburelli, membri estranei di una comitiva che si era appena aggregata al nostro gruppo.
Nami e un altro paio di amiche si alzarono e iniziarono a ballare, seguendo il ritmo di canzoni quasi improvvisate. Osservai per un po’ la mia margherita; il prendisole, che a malapena riusciva a star dietro ai suoi movimenti, m’ispirava fantasie in cui l’assenza di mutandine mi spingeva a sollevarle la veste, scrutarle l’intimo segreto e, con dita vogliose, tastarne le forme. La ammirai, meravigliata di quanta grazia potesse scaturire dalle sue movenze, fino a quando un ragazzo sconosciuto iniziò a farsi largo tra le danzatrici, diretto verso di lei. Lo vidi approntare un dialogo, modellando il fiato a forma di complimenti che, nella mia mente, erano sicuramente dozzinali, volgari e sgradevoli. La margherita sorrise cortesemente, poi volse il viso a ponente per erigere una barriera intorno a sé. Il marrano non si diede per vinto. Muovendosi a ritmo, circumnavigò il gruppo danzante, sempre più affollato, per tornare nuovamente dirimpettaio di mia sorella.
Chi sei tu, vile, che cerchi con la banalità di addentrarti nel cuore di chi non ti merita?
Percepii un’ondata di furore fluire dal cuore e pervadermi collo, braccia e gambe. Incapace di resistere oltre, mi alzai, mi unii alle danzatrici e, lancia in resta, mi scagliai contro quel mulino a vento per liberare Nami dall’illusoria minaccia. Le afferrai le mani e la trascinai verso di me, allontanandola dall’estraneo, ma mollai la presa una volta al sicuro, incapace di mantenere a lungo quel contatto senza avere la possibilità di farlo germogliare. Ringraziatami per quel nobile e valoroso gesto, la margherita iniziò a danzare con me.
Il ritmo sfrenato della musica mi condusse presto in un parossismo di libidine. Come diapositive erotiche, rapide quasi stessero viaggiando a bordo di un treno invisibile, le visioni del corpo nudo di mia sorella si alternarono alla realtà che mi circondava; mi trasportarono dal parco alla stanza da letto per poi farmi tornare di nuovo al punto di partenza, in un ciclo continuo, in una spirale senza fine.
In quel preciso momento, nel tempo e nello spazio, stavo danzando con lei sopra un manto d’erba verde per poi ritrovarmi, l’istante successivo, ad abbrancare il suo corpo nudo e stuzzicarle i capezzoli con i miei, prima che alberi e amici tornassero nuovamente a intrufolarsi nella scena.
I nostri volti, come magneti, erano attratti l’uno dall’altro; si avvicinavano desiderosi e si allontanavano timorosi, per non destare sospetti. Le mani si cercavano, fingendo di non trovarsi.
M’immaginai nuda e sdraiata accanto alla mia margherita, con le gambe dischiuse. Sognai di farle palpare il calore delle labbra meridionali; di convincere il suo medio ad affacciarsi all’interno, solleticare delicatamente le mucose e di condurlo, umidiccio, verso l’impaziente protuberanza che attendeva il suo turno; d’invitarla infine a suggere il succo della carnosa pesca.
La realtà raschiò via dalla mia mente quella fantasia e mi ritrovai nuovamente nel parco. La mia bocca si aprì, volenterosa di modulare qualsiasi suono potesse far comprendere a Nami quanto la desiderassi, ma si chiuse subito dopo. Domandai nuovamente asilo alla fantasia e innalzai una cattedrale di silenzio, dove poter urlare il mio desiderio a pieni polmoni. Mi sentii bloccata da robuste catene morali, impegnata nell’inutile tentativo di spezzarle mentre mi scagliavo con furore verso di lei, portando i muscoli allo spasmo a causa della tensione e dello sforzo, arrivando a malapena a sfiorarla con il fiato.
È l’Amore che fa male. Quanto vorrei congiungere le nostre labbra e sentir suonare le campane a festa, qui e adesso, indifferente ai giudizi e ai mormorii della gente.
Ci stancammo presto di ballare e tornammo a sederci accanto ai nostri amici (non prima di aver gettato un’occhiataccia al marrano che, pervaso da un’improvvisa e rinnovata ondata di coraggio, stava ritornando da Nami).
Cantammo, bevemmo e ridemmo. I nostri sguardi s’incrociarono e si baciarono, più e più volte, in quei pochi momenti in cui nessuno ci degnava d’attenzione.
Presto il sole si concesse il lusso di tramontare. Molti dei nostri amici ci salutarono e si avviarono per la loro strada; uno di loro invitò me, Nami e il chitarrista a cena. Non avendo voglia di cucinare, accettammo l’invito. Cambiammo idea e, invece di preparare la cena, preferimmo ordinare una pizza. Passammo la serata in allegria, poi il nostro amico ci offrì gentilmente un passaggio. Sull’uscio di casa lo salutammo, ringraziandolo ancora una volta, e finalmente entrammo nel nostro nido.
Dopo aver chiuso il portone, l’ardore che così a lungo si era accumulato durante la giornata, trovò finalmente la sua valvola di sfogo. La pressione eruppe con veemenza, indomabile; scattammo immediatamente l’una verso l’altra, cupide delle nostre labbra, e ci baciammo. Ci separammo solo per pochi secondi, giusto il tempo di togliere un indumento e gettarlo per terra o sul divano – dovunque la sua traiettoria l’avesse fatto atterrare, non ce ne importava granché – per poi ricongiungerci nuovamente, ancora e ancora, finché restammo totalmente nude. Ci guardammo per un attimo, gli occhi e i sensi storditi dalla smania del contatto così a lungo negato, e capimmo subito che non potevamo rimandare oltre. Le afferrai la mano, strinsi le mie dita intorno alle sue e la condussi in camera. Lì ci sdraiammo sul letto e, intrecciando i respiri, sfogammo i nostri desideri e ci masturbammo. Spalla contro spalla, pelle sulla pelle, sudore mescolato con altro sudore, l’odore acre ed eccitante dei nostri corpi madidi e appiccicosi ci imprigionò in un improvviso istinto ferino, facendoci correre all’impazzata e permettendoci di raggiungere l’orgasmo, quasi simultaneamente, poco dopo.
Restammo ferme e in silenzio per un po’, l’una accanto all’altra, con le nostre cosce che ancora condividevano una frontiera. Si rigirò, prona, verso di me, sorrise, inserì una gamba tra le mie e mi baciò dolcemente. Mi sciolsi in quel bacio e strinsi le braccia intorno alla sua schiena, per avvicinarmi a lei. Annodai le mie gambe alle sue, carne e psiche impegnate a percepire e memorizzare ogni particolare di quella fusione, e ricambiai il soffice tocco della sua lingua. Ci guardammo, alla fine del bacio, e ridemmo, un po’ imbarazzate per quel contatto così intimo per cui non ci sentivamo ancora pronte. Con il pollice mi accarezzò affettuosamente le labbra e la fossetta, riemersa sul mio viso in quell’istante come se anche lei desiderasse le attenzioni di mia sorella; si scusò e senza aggiungere altro ritornò a distendersi accanto a me, permettendo ai nostri piedi di giocherellare tra di loro e alle mani di profondersi in carezze.
«Abbiam sogni però, troppo grandi e belli, sai… non è tempo per noi, e forse non lo sarà mai…», canticchiò con un granello d’amarezza le parole del famoso cantautore, recidendo le remiganti ai suoi desideri e facendoli precipitare nel fango.
«Nami, da quando ti conosco, non ho mai visto un ostacolo in grado di fermarti. Hai sfondato qualsiasi muro e realizzato ogni tuo sogno… bè, a parte quello di fare la ballerina classica, ma il tutù non ti si addice, sei troppo pallida per il rosa. Che cosa sono i sogni in fondo, se non la malta che tiene uniti i mattoni della realtà?»
Sorrise. Le incisi il battito del mio cuore sulla pelle e portai a spasso il mio indice, dal suo seno fino all’inguine e ritorno.
«Nami, io sono tua?»
«Sì, baka 2, e allo stesso modo io appartengo a te… e non picchiare nessuno, ok?»
Ridemmo insieme.
«Sara, il sole oggi ti ha fatto spuntare le lentiggini!»
Si voltò verso di me e mi baciò la fronte, le guance, il naso e la bocca; poi, senza bisogno di aggiungere altro, ci addormentammo; sfinite, ma soddisfatte.
— continua
1 Componimento poetico formato da tre versi (per un totale di diciassette sillabe che seguono lo schema 5/7/5)
2 Baka = termine giapponese, traducibile con “stupida” o “sciocca”.
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