Ebbi la tentazione di cedere ai bisogni del mio corpo, la morbida carne lì sotto già da un po’ stava comunicandomi la sua smania, ma resistetti. Nami mi raggiunse qualche minuto dopo, vestita di nient’altro che un abbondante e sformato asciugamano bianco. I suoi capelli ancora umidi m’inebriarono di un intenso e meraviglioso odore di shampoo.
«Ho dimenticato di nuovo le ciabatte», affermò sorridendo.
Si mise semi seduta, distese le gambe sul materasso e, vedendola stanca, le domandai se avesse bisogno d’aiuto. Timidamente annuì.
Presi un asciugamano dalla cassettiera, – assecondare le mie voglie e tergerla con il mio corpo sarebbe stato impossibile – mi sedetti sul suo letto e le avvolsi il piede con il telo. Ne frizionai lentamente il dorso, prima di dedicarmi alla pianta. Il mio pollice iniziò inconsciamente ad accarezzarle l’arco mentre l’altra mano, ancora ligia al dovere, tamponava il soffice cotone sulla calda pelle arrossata. Le lunghe e sottili dita erano la mia prossima meta. Ad una ad una le asciugai delicatamente, stando ben attenta a ricalcarne i contorni: l’alluce, il lungo illice, poi le successive.
Mi ringraziò canzonatoria per la solerzia, specificando che come domestica avrei sicuramente avuto un futuro. La ignorai e continuai nella mia opera. Le asciugai la caviglia, il polpaccio, la tibia e il ginocchio, sentendo la mia temperatura interiore continuare a innalzarsi; le mutandine già da tempo chiedevano pietà.
Decisi di dedicare anche all’altra estremità di mia sorella lo stesso trattamento ricevuto dalla prima. Avvolsi il telo sul piede ancora umido e ne massaggiai le forme, premendo il pollice sulla pianta e poi sull’incavo delle dita. Nami si umettò le labbra in un riflesso incontrollato, chiuse gli occhi e si lasciò scappare un breve mugugno. Si portò una mano al petto e s’accarezzò prima il collo e poi la conca, madida di sudore, che questo forma con le clavicole. Abbandonai l’inutile asciugamano per terra e ripresi a massaggiarle la liscia pelle del piede. Titillai un paio di volte i suoi polpastrelli, immisi dolcemente le dita nell’incavo e poi percorsi con l’indice la linea che dall’antro delle cinque compagne corre giù fino al tallone; le dipinsi sulla pianta cerchi e spirali e sagome senza consistenza, premendo infine con forza entrambi i pollici per donarle un po’ della mia energia. Strinse e spalancò le dita del piede, decisamente grata per quella mia sfrontatezza; uno spasmo involontario le galoppò lungo tutta la gamba. Nami aprì gli occhi e, con mia grande sorpresa, schiuse leggermente le gambe. Il bianco telo che indossava aveva un po’ abbassato la guardia mettendo in mostra il pallido seno sinistro, dall’origine fino alla dolce e seducente forma sferica della sua fine. L’introverso capezzolo fece capolino dalla sua mano ma decise alfine di servirsi della protezione di indice e medio per restare seminascosto nella penombra creata dall’abat-jour. Sublimata da quella visione e ormai preda di un crescendo di emozioni, con dita frementi e impazienti disegnai lentamente le linee dei tendini sul dorso del piede e la curva della caviglia. Le lisciai il malleolo e, ricalcando con le dita il contorno del tatuaggio, risalii lungo la margherita a fil d’indice, facendole venire la pelle d’oca. Fui colta da un impeto irresistibile e decisi di offrirle un piccolo dono là dove il metatarso incontra la falange dell’alluce: le mie labbra.
Lei mi fissò, fui incapace di interpretare la sua espressione.Decisi di frantumare ogni indugio: alea iacta est.
Avanzai carponi sul materasso verso di lei, desiderosa di coglierla di sorpresa, e le regalai un bacio a stampo sulle labbra. Durò un secondo; mi staccai subito, curiosa di conoscere la sua reazione. Mi fissò per un po’, il suo personale Caronte stava sicuramente traghettando chissà quali e quanti pensieri dalla mente al cuore. Si sporse su di me e ricambiò il mio con un altro timido e casto bacio sulle labbra.
Questa volta fui io a essere presa alla sprovvista. M’ero aspettata qualsiasi reazione. Stupore certamente, forse diffidenza, probabilmente riluttanza. Mai avrei immaginato che lei, la mia dolce Lesbia a cui chiederne mille, cento e altri mille ancora, potesse invitarmi ad assaporare le sue labbra. Il batticuore incalzò quando Nami mi poggiò dolcemente una mano sul viso e dischiuse la bocca al contatto con la mia: la carne toccò altra carne, i nervi barattarono colori e sensazioni e le mucose s’irrorarono dell’ardore del nostro bacio. Giorni di tormenti si sciolsero in quell’unione inaspettata di bocche e anime, mentre le nostre lingue si esibivano in un’articolata coreografia che nulla poteva invidiare a quelle degli uccelli in cielo: s’incontrarono, si divisero, si cercarono e nuovamente s’avvicinarono, sempre più ansiose di conoscersi nel profondo. La mia destra le cinse la nuca mentre l’altra mano, acquisita una certa indipendenza dalla mia volontà, decise di curiosare lungo il corpo di mia sorella con l’intento di cercar conforto nella sua; ne accarezzò silenziosamente il collo, la spalla e poi il braccio. I bastioni infine raddoppiarono e divennero dieci, s’incrociarono e si fusero tra loro, stringendosi vicendevolmente. La difesa dell’asciugamano crollò di colpo mettendole in mostra il seno, ma non ebbi il coraggio di aprire gli occhi per guardare; troppo potente era il timore che stessi vivendo un sogno, lungi da me volerlo interrompere. Percepii le dita di mia sorella, audaci bersaglieri alla ricerca di una breccia in cui intrufolarsi, percorrermi la schiena. S’infilarono leste al di sotto della maglietta, facendomi inarcare in uno spasmo involontario, e mi carezzarono la spina dorsale, verso la nuca e puntando al bacino, su e giù e di nuovo settentrione e meridione, alba e tramonto; si accomodarono infine all’altezza del coccige, indecise se proseguire la loro corsa verso la notte.
Come tutto era iniziato, purtroppo altrettanto rapidamente finì in quell’istante. Nami si staccò inaspettatamente dal mio viso; gli occhi velati da un accenno di pianto lasciavano presagire tutti i dubbi etici e morali che l’avevano cinta d’assedio. Si profuse in continue scuse, la voce tremante, e corse in soggiorno chiudendo la porta di camera dietro di sé.
Assistetti attonita alla sua fuga, ogni forza rifuggita dal mio corpo stanco; la sentii, impotente, singhiozzare dall’altra parte della parete.
Fui per un istante divisa tra il volerle correre incontro per abbracciarla e rassicurarla, per dirle che non era successo nulla di grave, e il restare dov’ero per concederle un po’ di spazio. Preferii la seconda alla prima e, abbracciatami il cuscino che ancora profumava dei suoi capelli, chiusi la coscienza al Mondo e domandai asilo al Regno dei sogni.
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