Vai al contenuto
Erotika
Punite dalla madre · Cap. 2
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 2 di 5 14 min di lettura

Malizia di una madre perversa

La vecchia donna, malata di sadismo, continua a perseguitare le figlie anche dopo la sua morte. Un incredibile testamento per farle continuare a soffrire.

Giovanna Esse
1 anno fa · 570 letture · 1

Più ci pensavo e più mi convincevo che nostra madre volesse renderci come lei. Forse più che i soldi e le proprietà a me e a Rosa voleva lasciare in eredità il suo sadismo dandoci il pretesto per aprire quel suo terrificante baule e per farci prendere in mano i suoi aberranti strumenti correttivi. Per farlo non si era nemmeno fatta scrupolo di scrivere sul suo testamento accuse infamanti verso Luca per dargli il ruolo del soggetto da rieducare. Che donna meschina!

L'unica cosa che interessava a me ed a mia sorella era provare a salvare la nostra famiglia dal disastro. Non ci importava nulla di imparare ad infliggere dolore nè a sapere dosare colpi perfetti percuotendo carni indifese con lunghe fruste. Ci importava di Luca ed avremmo smesso quando lui ci avrebbe detto basta.

La dottoressa Bovardi voleva che noi stabilissimo la data ed il luogo dove esaudire la richiesta del testamento. La data fu scelta in fretta. Mia sorella Rosa propose sabato 12 Maggio ma io dissi che sarebbe stato meglio il giorno seguente, domenica. Così fu. L'unico problema fu dove svolgere la sessione. Non potevamo svolgere quella particolare attività nella casa di nostra madre ad Agrizzano. Non potevamo farci vedere in paese dai parenti perchè avremmo dovuto dare troppe spiegazioni a loro e poi a mio marito. Scegliere il posto sembrava un problema insormontabile ed il tempo passava. Ad aiutarci a superare lo stallo ci pensò la dottoressa Bovardi, andando ben oltre il suo ruolo professionale, offrendoci una soluzione. Lei aveva una seconda casa a poca distanza da Capo Rizzuto, era una graziosa villetta monofamiliare da cui dal primo piano si poteva intravedere il mar Ionio. Ci propose di passare là non solo la domenica prefissata ma anche il sabato per avere il tempo di esercitarci ed imparare a sferrare colpi in sicurezza. La dottoressa avrebbe pensato addirittura ad ingaggiare la ditta di trasporti per prelevare il baule e la cavallina da casa di nostra madre. Ancora oggi sono convinta che questo gesto della dottoressa Bovardi non fosse dettato da un moto di generosità quanto da un basso e pruriginoso senso di curiosità. L'opportunità di fare da testimone ad una famiglia costretta ad umiliarsi penso che fosse qualcosa a cui non volesse rinunciare.

Comunque sia accettammo l'offerta. Mentii ancora a mio marito Sergio quando gli dissi che per il weekend del 12 e 13 maggio avevo organizzato un soggiorno in spa con Rosa. Luca invece inventò una visita a Reggio Calabria per la notte bianca di sabato per visitare la pinacoteca civica e poi godersi il mare di domenica con alcuni compagni di corso del DAMS. Le ennesime bugie in famiglia, le ennesime macchie sul rapporto con mio marito Sergio.

Quel sabato arrivò in fretta. Quella mattina la dottoressa ci accolse nella sua seconda casa con la gentilezza di una vera padrona di casa, provò a metterci a nostro agio col suo gran sorriso ma nulla potè non appena vedemmo il baule di nostra madre nel mezzo del soggiorno. Ricordo che per un attimo ebbi un lieve giramento di testa appena lo vidi tanto che dovetti sorreggermi a mio figlio per non perdere l'equilibrio mentre mia sorella lo guardò con gli occhi lucidi colmi di raccapriccio.

Non lo aprimmo subito, nè io nè Rosa ne avremmo avuto la forza. Ci sedemmo con la dottoressa Bovardi per un the poi lei ci mostrò le nostre stanze e solo in tarda mattinata io e mia sorella ci facemmo forza per avvicinarci a quell'orribile cimelio che sembrava arrivato dal nostro doloroso passato per guastare anche il nostro presente. Dopo aver inserito la chiave nella toppa che teneva chiuso il baule lo aprimmo ed appena sollevammo il coperchio un intenso odore misto di cuoio e legno aggredì le nostre narici. All'interno del baule la collezione di strumenti correttivi di nostra madre giaceva accatastata ed in perfette condizioni come se il tempo non fosse passato. Ad ognuno di quei terrificanti strumenti la mia mente fu capace di associare un ricordo. C'era il mestolo di legno che mia madre alternava tra la pentola in cui cuoceva il sugo ed il mio culo per darmi bollenti colpi che avrebbero lasciato il segno per giorni. C'era il bastone in legno di pioppo che da un giorno all'altro non servì più a guidare in altezza la crescita delle piante di pomodoro ma servi a sferzare le rotonde natiche mie e di mia sorella. C'era il rigidissimo righello di scuola di nostra madre a cui lei era affezionata non solo per i ricordi della sua gioventù ma anche perchè, secondo lei, quando impattava sui nostri sederi faceva un suono bellissimo. E poi c'era lo strumento che anche quel giorno fece gelare il sangue sia a me che a Rosa, lo scudisco calabro. Ci bastò un veloce incrocio di sguardi per decidere assieme che nè io nè lei avremmo mai usato quello spavento oggetto di tortura su Luca.

Quel sabato pomeriggio io e Rosa ci esercitammo a modo nostro con la goffaggine di chi non ha mai inflitto punizioni corporali. All'inizio usammo dei cuscini. Sferrammo colpi a mano aperta ma da subito la sensazione fu un po' strana e poco soddisfacente. Dopo un po' capimmo che allenarci così non sarebbe servito a niente e superammo quella fase di stallo solo quando la dottoressa Bovardi ci consegnò l'ultimo tassello dell'orripilante volontà di nostra madre, il suo diario.

Quel maledetto diario! Mi disgustava vederne la copertina da giovane come mi disgustò sfogliarne le pagine quel giorno. La carta era ingiallita ma gli appunti erano ancora leggibili. Ed erano anche categorici su un punto. Secondo mia madre era impossibile imparare a sferrare buoni colpi senza potersi avvalere di un corpo caldo da percuotere. Avremmo dovuto esercitarci su qualcuno. Io e Rosa ci guardammo negli occhi ed, arrossendo, arrivammo alla stessa soluzione.

"Nè tu nè io vogliamo chiedere a Luca di prestarsi ad essere sculacciato anche nella nostra esercitazione, vero?" chiese Rosa.

"Certo che no. Finchè non abbiamo imparato un minimo di tecnica non dobbiamo coivolgerlo." risposi io.

"Sono d'accordo. Allora... dobbiamo sculacciarci tra noi."

Rosa disse quella frase sottovoce ma nonostante il suo tono fosse reso delicato dal suo imbarazzo quelle parole entrarono nelle mie orecchie come una violenza. Ero contraria. Balbettai.

"Io non voglio... io..."

"Anna! Non abbiamo altra scelta. So che anche tu come me eri convinta che non sarebbe mai più successo di doverci mettere col culo per aria un'altra volta e soffrire ancora ma il nostro passato ci chiede un ultimo sacrificio prima di poterlo davvero lasciare alle nostre spalle."

"Ma..."

"Dobbiamo farlo per Luca." disse Rossa impedendomi di obbiettare. "Dobbiamo imparare come percuotere un sedere in modo abbastanza sicuro per fargli male senza rovinarlo."

Quando mia sorella mi ricordò che lo stessi facendo per mio figlio trovai la forza per accettare l'idea di venire percossa ancora una volta anche se una lacrima mi scese da una guancia. Penso che quel giorno la mia faccia fosse piuttosto esauriente a comunicare il mio disagio perchè Rosa provò a rassicurarmi come meglio poteva. Si avvicinò a me e mi accarezzò una guancia parlandomi con un tono di voce delicato.

"Comincio io. Metto io il culo come bersaglio. Va bene?"

Io annuì.

Mia sorella mostrava decisione e forza d'animo ma era un comportamento di facciata. Anche lei come me era stata psicologicamente segnata dalla dura educazione che nostra madre ci aveva impartito da giovani. Rosa abbassò i pantaloni rimanendo in mutande ma quando mi vide seduta in attesa che si mettesse con l'addome poggiato sulle mie coscie e le natiche verso l'alto si bloccò.

"Rosa... va tutto bene? C'è qualcosa che non va?"

"Non... non mi va di adagiarmi sulle tue gambe come ero obbligata a fare con lei. Mi imbarazza troppo mettermi così."

"Allora appoggiati contro il muro restando in piedi."

"Come quando quella stronza mi faceva assaggiare il battipanni. No. Ho una idea migliore."

Rosa aprì la porta che dava sulla terrazza e si affacciò guardando verso il mare che si intravedeva più in là oltre le altre villette di quella zona residenziale.

"Penso che potrei sopportare di ricevere schiaffi sul culo potendo ammirare il mare. Comincia pure Anna."

"Il diario dice di iniziare accarezzando il sedere prima di iniziare a punirlo. Devo farlo per sentire la consistenza dei tuoi glutei e per..."

"Non devi giustificarti. So perchè devi farlo. Procedi."

Non avevo mai toccato mia sorella in quel modo prima di allora. A volte avevo avuto contatti fisici con lei ma erano tutti classificabili come gesti di affetto ben lontani dal passare una mano sul suo culo seminudo coperto solo dalle sue mutande. Mi sembrava di vivere una scena di quei vecchi film pornosoft degli anni 70, uno di quelli della serie Emmanuelle che facevano arrapare tanto mio marito non appena vedeva Laura Gemser invischiata in rapporti lesbo dall'alta tensione erotica. Ma io non ero un'attrice e non ero sul set di un filmetto per adulti ma bensì nella realtà. Ed il burroso sedere che stavo lisciando era quello di mia sorella. Se devo essere estremamente sincera era proprio il fatto di toccare a quel modo un'altra donna che mi faceva sentire strana. Per colpa di quella stronza di mia madre stavo sperimentando esperienze che non volevo vivere mi urtava terribilmente pensarci.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 3

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista