- Ecco, ecco, tienila così – aggiunse, - tienimi aperte le pacche!
E adesso spingeva, spingeva forte, ma non succedeva praticamente niente: realizzai, finalmente, che era impossibile che quell’oggetto fuori misura potesse entrare in quel mio buco, così piccolo.
Come avevo sempre pensato: “Te lo metto in culo” era solo un’offesa, una parolaccia, iniziai a cercare di convincerlo a smettere. Forse era solo più stupido di quando credessi, e aveva pensato veramente di sfogare il suo desiderio di una femmina, rompendo le scatole a me.
A quel punto anche l’eccitazione mi era passata.
- Smettila, basta. Che vuoi fare! Non lo vedi che non entra e...
E invece, in quel momento ci fu il patatrac!
Non saprò mai se veramente sentii un rumore, insieme a quel dolore lancinante e innaturale, ma se ci penso ancora sono convinto di aver udito, nella camera, un colpo secco, una specie di rapido “plop”, come lo scatto di una molla o il colpo di una frusta.
- Ahia, ahia, ahia, - quasi strillai con le lacrime agli occhi, ma Gennaro mi mise la mano sulla bocca.
- Zitto, zitto, che non è niente. Stai fermo che ti passa subito.
- Mi fa male, leva, levalo... mi ha fatto male, cazzo!
- Aspetta... aspetta, sta buono solo un minuto.
Ero addolorato e terrorizzato, pensavo che mi avesse rotto qualcosa, pensavo mi avesse ferito... per un momento mi raggelai e temetti seriamente che, il bastardo, avesse usato qualche oggetto, magari una lama, per spaccarmi il culetto.
Continuavo a tenere la gamba alzata aiutandomi con la mano, avevo una paura folle che facendo un qualsiasi movimento, avrei peggiorato la situazione.
Gennaro non usciva dal buco. Scesi lentamente la mano per tastare, per capire. Trovai la sua asta dentro me e mi si aprì un buco di terrore alla bocca dello stomaco, eppure... c’era qualcosa di maledettamente sbagliato ma attrattivo in ciò che tastavo.
Non avevamo mai giocato in quel modo con mio cugino, quindi non gli avevo mai visto il pisello; in realtà io non avevo mai visto un cazzo duro, tranne il mio. E il mio era turgido, lungo e spesso, ma come una fava, come due dita messe vicine. Ora che tastavo il cazzo, infisso tra le mie natiche, lo sentii grosso come un tronco. Non sapevo di quanto mi avesse penetrato, ma misurai che ancora ne aveva parecchio, fino a trovare le palle.
- Escimi, escimi... mi rompi tutto!
- Ok, buono, che lo levo, - mi accontentò e venne fuori da me. Ormai piangevo e ripensavo alle parolacce... che per me diventavano reali: avevo veramente il culo rotto. E proprio mio cugino mi aveva trasformato in femminella. Cattivo: come un vampiro aveva approfittato di me per trasformarmi.
Mi sentivo strano, distrutto, tremendamente solo... tradito.
Le lacrime solcarono il mio volto, fino a perdersi nel cuscino. Non mi restava che dormire e aspettare gli eventi. Come mi sarei svegliato? Checca, sicuramente!
Ma mica era finita.
Il porco tornò alla carica, riprendendo posizione come se niente fosse.
- Ancora? - dissi – ma sei matto?
- No, no, tranquillo, lo appoggio solo ma ora non ti farà più niente. Non lasciarmi così, dai fammi arrivare.
- Uffa, - sbottai contrariato – solo appoggiato e fai in fretta!
Mi fregò di nuovo usando il tempo.
Se me lo avesse rimesso subito dietro forse mi sarei definitivamente ribellato. Invece riprese a fare tutto piano, piano. Stavolta lo sentivo chiaramente masturbarsi alle mie spalle. Ormai ero grande, lo facevo anch’io. Pensavo, scioccamente, a dove sarebbe venuto. Mai avrei voluto che mia zia potesse pensare che avevo sporcato le lenzuola con lo spaccio.
Aveva il cazzo appoggiato alle natiche e se lo menava, ora veloce ora piano, mi disse:
- Toccalo...
Reduce dalla scoperta di poco prima, quando sentivo le stelle e me lo ero trovato in corpo, lo accontentai e poi, ero curioso di sentire per intero come era fatto.
Gennaro si mise supino, a gambe aperte, ed io spinsi il braccio dietro e, timidamente, lo presi in mano. Era grande, lungo, e aveva, alla base, le palle, gonfie ma morbide.
- Da li esce lo sburro, - disse piano –adesso sono piene, piene. Che ne dici?
Azione e frase ebbero effetto su alcuni tasti del tutto sconosciuti del mio essere, mi sentii svenire dal desiderio. Se non era per la vergogna e la continua paura della mia novella “frociaggine”, mi sarei offerto di masturbarlo, felice, fino a sentirlo esplodere di goduria.
- Girati, - ordinò – che te lo metto in culo ancora.
- Ma... ma... – obiettai, senza convinzione. Il dolore di prima si era diradato e contro la voglia della mente, il mio corpo lo voleva provare ancora.
- Aspetta, - disse Gennaro, - torno subito.
Sentii che si allontanava nel buio a piedi nudi cercando di fare meno rumore possibile. Tornò quasi subito. Poi seppi che aveva messo un po’ d’olio nel tappo della bottiglia, dalla vecchia cucina del nonno.
- Ci metto l’olio e lo appoggio senza farti male!
- Mi raccomando... guarda che prima mi hai spaccato... un bruciore!
- Con l’olio non senti niente, vedrai.
Sbuffai insoddisfatto a causa della sua insistenza. Non lo riconoscevo più. Non era più amichevole, ma aggressivo; una bestia che aveva solo quel cazzo di scopo, mettermelo nuovamente in culo. Purtroppo non vedevo via d’uscita e pregai solo che quella storia così odiosa e complicata finisse. Stanco e scioccato pensai che, il giorno dopo, con una scusa sarei tornato a casa dai miei.
Inutile dire che Gennaro riprese subito le “ostilità”... altro che poco e piano.
Mi spalmò accuratamente l’ano di olio e poi sentii che si massaggiava il glande, subito dopo riprese il solito esercizio del cazzo. Infisso tra le natiche, spingeva sul buco. E che cazzo duro!
Però stavolta tutto era cambiato, mi sembrava di essere diventato un altro, dopo qualche attimo di piacevole pressione, la sua capocchia mi aprì con poco fastidio ed estrema semplicità. Si fermò. Lasciò che il mio sfintere si dilatasse spontaneamente, poi disse:
- Premi come se volessi fare cacca, non ti faccio male, poi vedi.
Cercai di capire e accontentarlo, convinto che fosse quasi un gioco, per espellere il grosso fragolone che mi aveva ficcato indietro. Ma non andò così. Gennarino si dimostrò assai esperto: in realtà mi fece sì spingere ma solo per ficcare meglio. Anche se molto lentamente, Gennaro mi penetrò fino alla radice del cazzo, fino alle palle, ma non provai particolare dolore, anzi, quello scivolare infinito era godurioso. Mi pareva che un lungo serpente si facesse strada, senza sforzo, nelle mie viscere fino a toccarmi l’osso sacro, dandomi solo un lievissimo fastidio.
Dopo qualche minuto lo scivolìo di mio cugino dentro di me continuò, lento e incalzante, senza crearmi più traumi. Quando capì che ero del tutto suo, m’indirizzò con le mani nella posizione che desiderava. Mi ritrovai di schiena, col cazzo ancora ficcato inesorabilmente in culo.
- Sollevati un poco, - disse – che entra meglio...
Ancora una volta lo accontenti, inarcandomi e rendendomi più disponibile al suo piacere. Era un leggero sollievo pensare che stavo facendo le cose meccanicamente, solo per liberarmi al più presto da quella oppressione.
Probabilmente, mi dissi, il vero frocio è lui, che si accontenta di scopare suo cugino...
Nonostante mi stesse inculando a sangue, ancora non ammettevo, né forse capivo, quanto ne stessi realmente godendo.
Gennaro spinse il cazzo in me in tutti i modi immaginabili: svelto, lento; tutto dentro, tutto fuori... per poi rientrare di botto, riproponendomi senza intoppi la “cerimonia” della “spaccatura”. Finché mi calò addosso, con tutto il peso, e si dovette trattenere per grugnire piano, come una belva ferita, mentre, evidentemente, eiaculava in profondità.
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