“Sì, ma non più esclusivi. Non più solo nostri. Sarebbero genitori condivisi, questo è matematico.”
Ha vinto le Olimpiadi della matematica con quella stessa logica. È inattaccabile dal caos che suo padre si ostina a portarsi dentro e per questo deve restargli accanto. Solo il nostro amore può ripulirgli la mente.
Mi mangio i Bounty uno dietro l’altro. Sento la voce di Massimo dell’altra sera, diceva:
“Il problema è il tuo cervello! Non sai fare nulla!”
Guardo fuori dal vetro. Di macchine non ne passano. La strada qui sotto è completamente deserta, la cucina è fresca. Io so fare tutto, ma lui ha un’inclinazione naturale a gestire le cose, a comandare. Così gli ho intestato la mia casa, gli ho ceduto il mio conto, fino all’ultimo centesimo. Quando mi compra lui i vestiti, la gente si gira per strada e dice che sto benissimo. È per questo che l’ho convinto a prendere il controllo del mio armadio, a svuotare i ripiani e decidere cosa devo mettermi.
Ma Alessia non ha mai voluto capire! Per via di qualche altro episodio come quello del tavolo ha smesso di frequentare casa mia negli ultimi due anni e oggi mi ha tolto anche il saluto.
Prendo un altro Bounty per scacciare l’amarezza.
Io in questa maniera l’ho recuperato dall’oscurità. Prima di incontrarmi ha passato otto mesi interi a dormire. Sempre sotto le coperte. Me lo ha confidato sua madre all’orecchio il giorno del nostro matrimonio. E altri sette mesi a non fare niente, salvando il posto in azienda solo grazie alla stima profonda dei suoi superiori.
Dandogli la mia vita, io ho risollevato la sua. L’ho rimesso in piedi. E Alessia si preoccupa perché a volte facciamo a botte. Non capisce che nelle coppie come la nostra è tutto consensuale e non è che lo facciamo in faccia ai nostri figli.
Sono già diciassette anni che siamo sposati. Marco ha tredici anni e Asia quindici.
E comunque, mentre prendo il terzo Bounty, penso a qualcosa che è successo solo tre settimane fa. Avevo deciso di lasciare questa folle idea, questa fratellanza tra anime ferite che ci ha tenuti incatenati.
Era un giorno in cui il vento soffiava troppo forte e proprio lì. Faceva venire il freddo nelle ossa e i crampi ai muscoli.
***
Devo solo iniziare a vivere, e decido di farlo da qualcosa di piccolo. Cancello l’idea che sia lui il mio maestro di eleganza. Entro in un negozio di intimo. La commessa si allontana e torna allargando tra le mani il tessuto che le ho chiesto: un body di pizzo nero e un paio di autoreggenti blu notte.
Entro nel camerino e scosto la tenda color lavanda. Mi sfilo i vestiti scelti da lui, lasciandoli cadere in un angolo. Resto nuda sotto la luce verticale dello specchio. Infilo il body. La trama nera sale sui fianchi stringendosi sul ventre, uno scorpione è ricamato in corrispondenza del cuore. Aggancio le spalline e il tessuto solleva il petto. Srotolo le calze blu notte tirando la balza elastica fino a metà coscia. Mi liscio la stoffa sulle gambe tre volte. Le dita salgono ad accarezzare la pelle delle braccia, passano sulle costole, mentre la costellazione tatuata sul collo risalta sotto la luce al neon. Sono ancora giovane, la carne risponde al tocco. Mi guardo di lato: l’inquadratura ravvicinata mette a fuoco il mio profilo, poi scende sulla curva del bacino, sul contrasto tra il nero e la pelle.
Ma mentre fisso il vetro, l’eccitazione si spegne in un colpo. I pensieri tornano a girare a vuoto. Non so se le mie tette piccole siano buone o cattive, non so se queste stoffe siano brutte o belle. Non provo niente. Sono solo quello che sembro.
La verità è che non conosco il futuro, perciò non vivo nel presente.
L’angoscia mi brucia nel petto.
Chiunque ora riderebbe di me. Una donna che non sa scegliersi la biancheria.
È solo normale, fredda realtà.
Mi tiro via tutto. Mi rivesto coi panni comprati da mio marito, pago e torno a casa. La nostra casa.
Entro in salotto, lascio la busta del negozio al centro della stanza. Quando la porta si apre e lui compare e mi fissa, mi sento anche io un pezzo di stoffa trafitto da un ago elettrico. Gli chiedo a bruciapelo se ho fatto bene a comprarli.
La sua faccia è come la fotografia in bianco e nero di un paesaggio invernale.
“Tu non sai comprarti un paio di mutande senza di me.”
Si mette a fumare per i nervi e dalla sua bocca escono nuvolette che sembravano fantasmi. I miei occhi desiderano calore: fisso la brace della sigaretta.
“Tu non sei viva”.
Per tutta la sera è rimasto chiuso in bagno a parlare al telefono con Benevento.
Ricordo che la mattina ho cercato di non fiatare mentre lui, appoggiato allo stipite della porta, mi ha detto con quella voce piatta: “Benevento dice che potrei stare in quella clinica anche solo per un mese. Il tempo di riposare.”
Sto per replicare ma lui aggiunge: “Vuole parlarti. Ti aspetta martedì alle dieci nel suo studio.”
***
Lo studio è pieno di souvenir. Benevento mi sta dicendo che sono tutti regali dei pazienti o dei loro parenti.
C’è un tagliacarte dorato dal suo lato con incisi pirati e monete. Sarebbe da incorniciarlo e appenderlo in un museo. Mi siedo di fronte a lui con le ginocchia unite, le mani piatte sulle cosce. La stoffa della gonna è tesa, controllo sempre.
I suoi capelli sono lunghi e bianchi, già solo per quell’acconciatura da druido mi pare uno strambo che gioca coi superstiziosi.
La sua voce è come il miele: “Il riposo che ho proposto a Massimo non è un’imposizione. È un’esigenza che gli è germogliata dentro durante i nostri ultimi colloqui”.
Mantengo il tono educato e la postura di chi sa incassare senza muovere un muscolo. “Mio marito non ha bisogno di essere rinchiuso.”
Benevento intreccia le dita sul tavolo. Le nocche delle sue mani sono grandi.
“Non è lecito dare dettagli nemmeno ai parenti, ma lui è in una fase particolare. Ragiona molto sul male.”
Un brivido mi riporta la mente alla prima volta che sono entrata a casa sua. Il fare e ricevere il male so esattamente che sapore ha.
Controllo che la mia gonna non abbia pieghe.
Benevento si alza, la sedia stride sulle piastrelle. Cammina fino alla grande finestra che dà sul cortile, dandomi la schiena. Le sue mani ora sono giunte dietro i capelli bianchi.
“Le incomprensioni vere nascono dalle cose che non si sono proprio dette. Eppure… sono tremendamente problematiche anche le cose che si scelgono di dire.”
“Dottore, sono stata sempre pessima a risolvere gli indovinelli, ma credo...”
Mi interrompe:
“Le persone per molto tempo hanno creduto anche nella Bibbia. Lei conosce il passaggio che dice: in principio fu il Verbo?”
“Sì, anche io da bambina ho ascoltato quella solfa.”
“Signora, quella solfa vuole dire che da lì nacque l’umanità, che la parola ci ha elevato sopra gli animali. Io sono convinto del contrario. Dal momento in cui fu il verbo, l’umanità è stata rovinata. Siamo solo animali evoluti male, il linguaggio è un’arma progettata male. Farsi comprendere davvero è un’impresa disperata.”
La mia sedia è scomoda.
“Infatti, dottore, non ho capito niente.”
Il vecchio psichiatra preme le scapole contro il vetro della finestra.
“In certi momenti, per alcune persone, il peso delle responsabilità della vita diventa insopportabile. La loro natura lo tollera solo in superficie, lo tollera perché ci si aspetta che lo facciano. Forse stavolta lei deve cedere il comando a qualcuno esterno alla vostra…”
Mi rimetto in piedi.
“Tra di noi abbiamo un linguaggio preciso per questo. Un modo per abbandonare ogni peso. Lui lo sa. Io lo so.”
Benevento intercetta la frequenza esatta del mio messaggio, ma non cede.
Fa un passo verso la scrivania, senza risedersi.
“Lei sa meglio di me, signora, quanto può essere esaltante ricevere il male.”
Fa un piccolo inchino col capo.
“Ma può esserlo altrettanto fare del male agli altri. E farlo davvero.”
Massimo è rimasto ossessionato per due settimane con la storia della clinica nel verde. Ma alla fine abbiamo fatto pace, come sempre. Daniele, il suo amico che ci presentò, mi ha aiutata a fargli capire che io sono la sua sola cura, che lui ama me e i nostri bambini.
Siamo andati a cena fuori ieri sera.
***
Mi sono truccata gli occhi di porpora e oro, le mie palpebre erano simili a tramonti.
Tornando a casa ci siamo fermati a fare l’amore in macchina, come quando eravamo fidanzati, in una piazzola buia vicino ai canneti.
Con il fiato abbiamo già appannato tutti i vetri. Guardando la luna lassù, tratteniamo il respiro. Nell’istante in cui lui torna a respirare, si innervosisce. Qualcosa lo ha morso. Io ascolto il suo respiro corto, mentre dice: “Abbassa il finestrino.”
Apro il vetro.
Lui allunga la mano fuori e lascia cadere l’insetto che ha schiacciato accanto alla macchina.
