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Erotika
Tu non sei viva
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Racconto33 min di lettura

Tu non sei viva

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
2 mesi fa · 564 letture · 2

Affondo la guancia nel cuscino e non ho il coraggio di guardare le mie gambe. Sento un bruciore persistente.

“Forse potrei anche capirti, in questo mondo tutti giudicano le donne. Controllano se vi depilate il pube e le gambe, vi guardano giorno e notte. È normale che imparate a sentirvi eroine e poi volete salvare la gente. Farò quello che volevi, ti toglierò questa responsabilità…”

Sento la sua mano che mi afferra il mento e tenta di girarmi, sento un vortice in testa.

“Con la tua nuova faccia, non avrai il peso di andare a salvare nessuno.”

Non riesco nemmeno a sollevarmi, il copriletto è ruvido e fastidioso. L’aria non mi entra nel petto, è come se qualcuno la stesse tirando via. Mi si è bagnata la faccia ma di lacrime credo.

“Io ho solo deciso di ignorare la vita, ho fatto abbastanza sforzi per realizzare il mio potenziale. Essere ricchi e realizzati è una doppia maledizione. Costringe a ritrovarsi intorno gente come te…”

Non mi si aprono le labbra, si sono incollate come le palpebre, come la faccia al cuscino. Il cuore mi batte nel petto, nello stomaco, in tutte le vene.

“Gente che ogni volta che vede uno come me, sente una vocetta fastidiosa nella testa che suggerisce: forse è l’occasione della tua vita.”

I suoi passi si allontanano. Non riesco a liberarmi per quanto ci provi. Devo guardarmi allo specchio ma non riesco nemmeno a guardare in basso.

Sento uno scroscio freddo addosso, il mio respiro si rilascia.

Quel barattolo è sparito.

Riapro gli occhi e lo vedo osservarmi, come un medico che prende i parametri. Ha in mano una pentola vuota e io sono immersa nell’acqua.

“Sei tutta bagnata, puttana grande e cattiva.”

Mi guardo le cosce che sono identiche a prima.

“Ma non l’hai vista l’ etichetta? È un reagente”

Il petto mi fa male, l’aria torna a scatti: “Non sono esperta di queste cose.”

Lui ride e io sono felice che lui rida.

Sono felice di scopare in questo letto sporco di un liquido rosso come l’amore.

Mi domando cosa penserebbe Alessia se mi vedesse adesso. Forse che sono solo una troia fuori di testa, ma a me va bene così.

Vedo nello specchio il suo solito sorriso quella piccola costellazione che ho tatuata nello spazio tra la spalla e il collo.

Lui non mi guarda, però mi chiede: “Stai guardando bene?”

Allora mi viene da ridere.

“Sì.”

“Mi sto abituando a questi tuoi occhi che tagliano tutto”.

Mentre mi dice così, mi tira su di sé. Muovo le anche per agevolare il ritmo. Andiamo avanti così finché sento dentro di me sciogliersi qualcosa. Le contrazioni si fanno sempre più violente, un rilascio che mi svuota.

***

Non devo dimenticare nemmeno questo. È importante che la dottoressa capisca.

Padre Pio è ancora qui.

C’era un mobiletto nel bagno di casa sua. L’ho richiuso piano piano, un parallelepipedo di cartoncino bianco e giallo posato su una mensolina di vetro sembrava fissarmi. C’era una scritta verde in alto: RISPERDAL.

Quella sera ci siamo salutati in corridoio. È rimasto a guardarmi davanti alla porta con le mani sui fianchi. Mi stavo sistemando i capelli davanti allo specchietto della mia macchina.

Aveva una camicia blu scuro, non una piega spuntava. Sul davanti c’erano piccole palme argentate, le foglie brillavano. Dal colletto usciva la sua collana di dadi d’oro bianco. Dietro di lui e la sua casa, c’era un cielo con tante stelle, come nodini fatti col filo di seta, ricamati nel blu.

Era una camicia da sabato sera, che gli avrei visto bene per il ricevimento di un matrimonio.

Ho detto: “Ci sentiamo nei prossimi giorni”, la sua voce era calma.

Il giorno dopo sono andata a pranzo da mia madre.

***

È una giornata piena di gabbiani, cicale e frastuono, una di quelle in cui possono succedere cose meravigliose.

Qualcosa bolle sul fuoco. Mia madre è davanti ai fornelli con il grembiule allacciato in vita, si sta lavando le mani.

Non si volta quando faccio il nome di Massimo.

“A me non fa una buona impressione”, dice mentre asciuga le dita su un canovaccio ricamato a ciliegine. “Mi sembra pericoloso e malvagio.”

Io mi metto a ridere.

Mia madre è nata qui, ha sempre vissuto qui e, senza sfera di cristallo, garantisco che morirà qui.

Le spiego che lui è un professionista stimatissimo che coordina l’intera logistica e i flussi commerciali di una multinazionale. Sì, per lui è un periodo difficile, ma tutti abbiamo un momento della vita in cui serve aiuto per rimettere insieme i pezzi… e magari si prende qualche goccia la sera: questo non rende una persona malvagia.

***

Ci siamo sposati solo sei mesi dopo. Ho impiegato tutta la mia energia e la mia attenzione per dimostrargli che non sono una martire. Ma c’è sempre qualcosa che non va.

Un pomeriggio Alessia viene a casa mia.

Abitiamo così vicine che so quando va a dormire perché vedo quando spegne la luce e tira tutte le tende.

Massimo è in poltrona, fissa il fuoco nel mio camino. Può farlo per tre o anche cinque ore di fila. Lei gli sta chiedendo cosa fa esattamente nella multinazionale. Non le risponde, dice di avere un’emicrania che gli fa scoppiare il cervello oggi. Alessia non molla, siamo simili in questo, perciò gli fa la seconda domanda, poi la terza.

Alla fine lui, senza girarsi, dice:

“Lavoro con i farmaci, è tutta la mia vita.”

Alessia, con le labbra strette come quelle di una bimba piccola dice:

“Non è tanto educato fare finta di non sentire e continuare a darmi le spalle.”

Lui si alza.

“Ok, io sarò burbero, ma almeno non sono invadente e non sembro un pachiderma.”

Alessia non è grassa, ma larga di fianchi e di spalle sì.

“Questo è ancora più da cafone.”

“Sarò un cafone, ma almeno non sono te.”

Massimo prende il bordo del tavolo, lo rovescia sul pavimento. Le stoviglie volano ovunque.

Di solito, nel mio giardino, ci sono vento e rumore, ma oggi. Oggi è tutto silenzioso, si sente solo il click della portiera della Kia di Alessia. Prima di salire butta la borsa sul sedile del passeggero:

“Non è malvagio, di più. E tu mi fai pena.”

Non so che farmene della sua altezzosa compassione.

“Vado avanti lo stesso.”

Lei ha ancora un piede sulla strada.

“Anche se la vita perde sapore? Potrebbe ammazzarti.”

“Ma dai, la morte tocca a tutti, anche se nessuno progetta mai come fare.”

I suoi tacchi fucsia spariscono dietro la portiera che si richiude:

“Tu ci stai riuscendo, a forza di non progettare la vita…”

***

Padre Pio ha uno sguardo sereno. Lui è un santo, non sbaglia mai.

Ma io ho ricordato abbastanza, mi riavvio verso casa.

In cucina non c’è nessuno. Voglio una fettona di torta al cioccolato, ce l’ho in credenza. Del cioccolato sento l’odore, ma in bocca è soltanto roba gommosa. Che altro devo dire alla dottoressa Potenza?

Ah sì.

Una sera mi sono chiusa a chiave in camera perché non ne potevo più di sentirlo urlare in salotto. Le sue grida facevano vibrare il legno della porta.

Gli avevo detto che Benevento non capiva un cazzo.

Lui diceva che Benevento sa il fatto suo. Lo psichiatra gli aveva parlato di una transizione morbida, qualche settimana in quella struttura immersa nel verde, tra le colline della campagna.

Me ne stavo contro la superficie liscia della parete, sentendo il calore del mio stesso respiro sul petto.

Benevento vuole solo allontanarlo. È quello che fanno loro, i medici della mente. Ti isolano, ti strappano le radici, ti convincono che la tua carne e il tuo sangue siano il veleno da cui scappare.

Gliel’ho detto anche quella sera, prima di chiudermi in camera: nessuno si cura con la distanza dalla famiglia.

Sorrido nella penombra, non ho acceso la luce. L’insoddisfazione striscia dentro le case anche quando tutto è perfetto, ma i nostri figli sono impeccabili. Non esiste una crepa in loro.

Quella bambina nella foto vicino alla credenza, vestita per la comunione, è Asia, nostra figlia.

La vedo sul palco quando canta per il coro della scuola religiosa, con le mani giunte sul petto. Quando apre la bocca, la sua voce d’angelo riempie lo spazio, tutti gli altri genitori si commuovono. Ha preso un vizio che a volte mi fa stringere il cuore dal ridere. Dice sempre: “Sia lodato Gesù Cristo.”

Una purezza che Benevento non saprebbe nemmeno da dove iniziare a contaminare con le sue boccette e i suoi taccuini malefici.

Una spanna più giù, sul muro, sta la foto di Marco. Il nostro secondo bambino ha un cervello che brilla più di una medaglia.

Nei periodi in cui io e suo padre litigavamo troppo, l’ho sentito spesso chiedere a mio suocero se, in caso di divorzio e nuovi matrimoni, noi saremmo diventati i genitori degli altri figli, smettendo di essere i loro. Il nonno lo rassicurava sul fatto che saremmo rimasti comunque i loro genitori, e Marco rispondeva con la freddezza di un analista:

Prima di andare avanti…

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