Lui cede. Digita le cifre sul mio schermo senza dire una parola.
Passano tre giorni e il telefono resta muto. Chiamo, ma la linea squilla a vuoto fino alla segreteria.
Questa città è troppo piccola per nascondersi a lungo.
Il lunedì mattina trovo l’amico di Massimo davanti alla vetrina della scuola guida. Mi fermo e lo saluto. Alla fine, l’altra sera, mi ha detto che si chiama Daniele.
“Non risponde”, schiaccio la borsa contro il fianco. “Devi dirgli che lo sto cercando.”
Daniele aspira da un sigaro, fissa la strada.
“Devi avere pazienza con lui. Decide della vita e dello stipendio di tantissimi dipendenti ogni giorno. Non sta bene.”
Sento una fiammata partirmi dal petto: “Che cos’è di preciso?”
“È una specie di burn-out.”
Un uomo consumato dalle responsabilità è perfetto per me. In una coppia che se ne intende, è una soddisfazione che arriva fino al midollo.
“Starebbe bene con me. Digli solo di rispondere.”
***
L’ha convinto e alla fine siamo qui.
Il cameriere s’inserisce tra noi col tic della birra che ha posato sul tavolo. Gocce colano sul collo della bottiglia. Massimo si è messo una giacca scura anche se ci sono trentaquattro gradi. Ha un odore secco di stiratura recente. Io ho addosso una maglietta traforata e una gonna di jeans con l’orlo sfilacciato.
La liscio tre volte di fila. Voglio che mi guardi e veda il disordine, che senta come potrebbe occuparsi di una sola vita e sentirsi ripagato più di mille stipendi.
Ha fatto un grande sforzo e stasera siamo in un ristorante sul lungomare. La luce di una candela proietta l’ombra della sua sagoma contro la vetrata. Oltre il vetro, l’Adriatico è una massa nera che si gonfia nel buio.
“Dovresti pensare a una cura”, butto lì la proposta insieme alle salviette al limone che il cameriere ci ha lasciato per pulire le dita.
All’improvviso spezza un grissino in due parti uguali, tenendo gli occhi bassi sul piatto. “Ma io mi sto curando.”
Sfrego la gonna sotto il tavolo un’altra volta: “E come?”
“Terapia e farmaci, da sette mesi.”
Il cameriere torna più volte e io ordino sempre quello che ordina lui.
Massimo sta ancora fissando il grissino rotto: “Mi stai copiando il menù.”
Inspiro con forza dal naso: “Vedo che hai più gusto di me.”
Le prime volte ho dovuto insistere molto, ma nel giro di un mese e mezzo ha detto: “Smetti di chiamarmi ogni mattino, uscirò con te ogni volta che vuoi.”
I nostri amici mi sono parsi molto contenti, però a parte Daniele, gli altri e pure Alessia non sono mai stati completamente d’accordo con me quando dico la verità. La gente non ama sentire la verità. Ma io lo so, i medici non capiscono niente. A lui non serve uno psichiatra o una scatola di pillole sul comodino. Gli serve una donna. L’amore vero è il pronto soccorso della mente, guarisce dove la scienza alza bandiera bianca.
***
Per rispettare il suo limite della mattina, ho preso l’abitudine di scrivergli in tutti gli altri momenti della giornata. D’altronde, i limiti sono messi lì per essere superati ed è eccitante l’asfissia di chi si cura di te.
Stasera si scorge un bel panorama dalle finestre della mia casa vuota.
“Guarda”, scrivo riempiendo lo schermo del cellulare col profilo del mare senza farmi vedere, “questa è la vista dalla mia camera.”
Visualizza ma non scrive.
Nel lieve bagliore dello schermo vedo che esce e torna on-line per tre volte.
“Vieni qui da me”, dico.
“Vieni tu.”
Sono andata a prenderlo io. I lampioni scorrono veloci a destra e a sinistra. L’abitacolo è caldo. Gli parlo del nostro legame che sta diventando unico e lui parla del dottor Benevento, il suo psichiatra. Dice che anche con lui il legame è unico.
Mi accorgo di aver digrignato i denti. Devo vedere questo dottore, capire come togliergli il prigioniero. Lo psichiatra è l’unico tipo di medico che cura la gente per una vita e non guarisce mai nessuno.
Qualcuno ha mai sentito di un matto guarito? Il problema non sono i matti, sono loro e le loro diagnosi.
Alla radio, il giornale interrompe la pubblicità. Il cronista inizia a descrivere i dettagli di un incidente sulla statale: parla di quattro veicoli coinvolti, di un corpo incastrato sotto un camion, di sangue sull’asfalto. Massimo alza il volume.
Gli dico che mi dà fastidio.
Lui ascolta il resoconto della fine con gli occhi luccicanti.
“Quel tizio ha perso il controllo”, dice.
E io chiedo: “Chi?”
“Quello del camion. E io lo invidio.”
“Spegni questa roba”, sussurro sfiorandogli la manica. “Perché devi ascoltare cose orrende? Dovresti pensare a cose belle.”
Lui si gira: “Per esempio?”
“Pensa a me.”
Aspetta che il cronista finisca, poi abbassa il volume.
“Tu non sei bella.”
Sorrido, preferisco insulti più originali ma si parte sempre dal basso.
Mette di nuovo le dita sui tasti della radio. “Quella gente pensava a cose belle. Forse stava andando al mare, coi figli magari, ma oggi è morta lo stesso. Tutto ciò per cui ci affaccendiamo o ci accendiamo finirà lo stesso.”
Mi viene da ridere. Chi è più intelligente, è più pazzo si sa: “Massimo, ma se non abbiamo neppure iniziato!”
Siamo sotto casa mia, tolgo le chiavi nel quadro ma lui dice: “Infatti non me la sento di iniziare qui. Voglio andare a casa mia.”
Vorrei impormi, girare il volante e trascinarlo subito nel mio mondo, tra le mie pareti, dove posso curarlo come voglio io.
Ma mi liscio la gonna e accetto.
“Andiamo a casa tua allora”.
Siamo arrivati in un quarto d’ora.
In cucina c’è una grande vetrata. I miei occhi si muovono lungo i suoi fianchi, salgono, si stringono dietro le sue spalle. Sul tavolo sta un bicchiere di vetro, vuoto, sporco di vino. A sinistra spicca un busto con un grosso seno, una di quelle sculture che trovi ai mercati dell’antiquariato. Ma il cestino è pieno di tazzine tutte rotte.
Le guardo perplessa.
“Ci passo il tempo”, mi dice.
“Che passatempo è?”
“A volte spezzo gli oggetti, per sentire qualcosa dentro.”
“E dopo cosa senti?”
“Una cosa... È come quando una canzone triste ti ritorna nel cervello e non va via, ma ti fa sentire bene.”
Ci rifletto.
“Hai ragione. Anche questo è potere, ma è inutile.”
“Niente è davvero utile.”
In camera guardo per un momento verso lo specchio. Compaiono i miei zigomi, coperti da una sfumatura polverosa di terra. Le mie ciglia sono cariche di mascara nero ma il caldo l’ha sciolto in una scia scura.
Massimo accorcia la distanza. Sento il suo calore mentre appoggia il naso e la bocca contro la pelle del mio collo. Le mie labbra si muovono, esce un soffio, ma nessun suono. I miei occhi restano inchiodati alla finestra. Lui raccoglie con la bocca una ciocca dei miei capelli neri, toglie il fermaglio e tutta la massa cade, coprendomi la schiena. Le sue labbra si muovono sulle mie spalle, i denti agganciano la mia catenina, tirandola su. La sua bocca mi scotta sull’orecchio.
Ci spostiamo sul letto. Le mie unghie lunghissime, rosse, cariche di glitter dorati identici a quelli sul tessuto del mio reggiseno fanno saltare i suoi bottoni.
Mette la bocca sul mio capezzolo e lo morde. L’aria mi esce dai polmoni a un ritmo sempre più corto. I miei capelli sono tutti stesi sul copriletto, arrivano quasi al pavimento. Raccoglie quella criniera scura mentre mi tira giù il tessuto della gonna. Ho così tanto sudore sulle palpebre che quasi non ci vedo più.
I vestiti cadono sul pavimento. Sento il calore della sua pelle sul mio corpo, ma in un attimo è svanito. È seduto davanti a me sul letto.
Sta cercando qualcosa nel comodino. Una matassa nera gli riempie le mani e allora dico: “Che cos’è?”
“Solo nylon, posso legarti?”
“Sì.”
Ora che sono immobile e non potrei muovere un muscolo, mi avvicina agli occhi un barattolino di vetro. Sembra un distillato di fiorellini rosa, ma mentre me lo versa addosso sento un gelo da cella frigorifera.
Il liquido cola, appena tocca la pelle vira in un rosso sangue denso.
Le spalle mi si irrigidiscono, cerco di scrollarlo via.
“Cos’è questo?”
Sta attento a non toccarlo mentre mi rigira la boccetta mezza vuota davanti alla faccia.
“È solo una delle cose che produce l’azienda per cui lavoro, niente di più.”
Controllo il percorso che questa orrenda cosa scarlatta compie sulle mie gambe.
“Tra poco ti si scioglierà la pelle. È un acido.”
Sembra che mi abbiano pompato via tutto il sangue, sicuramente ora si sente molto superiore a me. Anche le persone più brutte del mondo si sentono superiori a chi è sfregiato.
“Ammettilo, volevi che io mi occupassi di te.”
Mi scappa un grido che graffia la gola. Tento di strappare i polsi e le caviglie dai lacci, ma il nylon penetra e taglia la cute.
“Ammetto tutto, metti via quella roba.”
“Lo sapevo. Basta che uno stia per conto suo, e gli sconosciuti pensano che sia un idiota e si sentono in diritto di ficcarsi nella sua vita. Ora io metto un rimedio, perché la tua faccia non la potrai più portare a infastidire nessuno.”
