Apro gli occhi. C’è questo peso dietro la nuca, lo stesso di quando dormi per dodici ore di fila e ti svegli più stanca di prima.
Sollevo la testa dal cuscino. In fondo al letto ci sono i miei piedi: sembrano più bianchi con lo smalto bordeaux che ho messo l’ultima volta, le vene risaltano. Il copriletto è decorato da fiori viola su sfondo avorio, la tapparella è quasi del tutto abbassata. Restano quattro centimetri d’aria in fondo, abbastanza da far entrare un corridoio di luce pulita nel quale galleggia il pulviscolo.
Butto fuori l’aria. Il petto non mi fa più male.
Oggi devo andare dalla psicologa. L’ho trovata su quel sito, Il tuo medico. Si chiama dottoressa Potenza. Mi hanno detto che è una che fa davvero onore al cognome che porta. Spiegarle tutto a voce sarebbe troppo lungo. Per questo le porterò il mio libro. Lì dentro c’è scritta tutta la faccenda. Registro ogni cosa, da tre anni.
Se qualcuno mi chiedesse chi sono senza quelle pagine, non saprei rispondere.
Mi tiro su dal materasso. Mi sento leggera, quasi fluida. Di solito la massa di capelli neri mi pesa sulle spalle, mi dà fastidio quando mi sfiora la schiena; invece ora no.
Vado dritta verso la cassettiera davanti al letto. Devo trovare quel libro.
Chiudo le dita attorno al pomello del primo cassetto. È più appiccicoso del solito, come se il sole avesse ammorbidito l’ottone. Lo tiro, lo ribalto sul letto. Niente. Passo al secondo. Lo tiro forte, lo rovescio. Trucchi, spazzole e altri oggetti cadono in disordine. Passo al terzo, infilo le mani dentro, e il nervoso inizia a salire lungo le braccia e mi arriva alla testa. Senza quelle pagine non posso presentarmi.
Non so da dove prendere il filo.
In fondo all’ultimo cassetto, la punta delle dita urta qualcosa di duro. Lo estraggo dal legno. È un cuore di plastica rosa shocking e sopra ci sono incollate tre foto. Tenendolo tra le dita guardo la prima, quella in alto a destra.
C’è questa ragazza con i capelli corti e una camicia azzurra che mi appoggia la testa sulla spalla. È Alessia. Visto che il libro è sparito, inizio a pensare a lei. Se riesco a rimettere insieme i pezzi di quello che ci siamo dette, avrò qualcosa da cui far iniziare la dottoressa.
Le cose non sono mai state facili.
Uscivo da una relazione che era un disastro. Chiudo gli occhi un momento. Devo raccontare tutto in ordine.
Alessia era felice quando perché lui aveva tolto il disturbo. Era un pomeriggio di luglio.
***
Il marciapiede scotta, l’asfalto rimanda un calore denso, cerco di stare al suo passo.
“La tua mania è crearti una gabbia”, dice Alessia, senza girarsi. Ha la camicia azzurra bagnata sulla schiena, i capelli rossi tinti appiccicati sulla nuca. “Pretendere di divertirsi a vivere bloccata in una stanza in attesa che un’altra persona decida se darti da mangiare o no, è solo una scusa schifosa”.
Le sto spiegando che non capisce. Il sole batte dritto sulla testa, mi fa stringere gli occhi.
“Capisco benissimo. È il tuo modo per non prendere in mano la vita, una strategia per stoppare la corsa verso l’età adulta. Ti sei nascosta dietro di lui per non assumerti una responsabilità che sia una”.
Le si sollevano gli angoli della bocca in una smorfia amara. Si ferma di colpo sulla strada rovente: “Vuoi fare la vittima perché è più comodo che diventare grandi”.
***
Rimetto questo ricordo nel cuore. Infilo il cuore di plastica nella borsa ed esco.
La luce rimbalza sui palazzi anche oggi. Sento il sudore colare dalla fronte alle sopracciglia. Dieci metri più avanti, Alessia cammina nella mia stessa direzione. Ha i capelli rossi tinti di fresco. Accelero il passo, arrivo a un soffio dalla sua spalla, sto per dire qualcosa ma lei non gira nemmeno la testa. Supera un’edicola, fissa un punto vuoto davanti a sé e continua a camminare.
Resto immobile a guardare la sua schiena che si allontana.
Non serve a niente correre. Ormai Alessia è satura, non vuole fermarsi e salutarmi.
Sento una fitta nel petto.
C’è tanto lavoro nella sua pasticceria e invece non c’è più nessuna anima da salvare qui dentro.
Non serve a niente prendersela, e il quadrante dell’orologio dice che il tempo è poco. Devo raggiungere la statua di Padre Pio e rientrare prima dei miei figli.
Vado veloce lungo il viale. A sinistra, oltre la fila delle palme, l’acqua dell’Adriatico è una tavola azzurra davanti al molo. L’aria sa di calamari fritti e crema solare.
Lo slargo della statua è immerso nel colore e nel profumo delle rose. I cespugli intorno sono spinosi. Al centro, Padre Pio guarda in basso con le mani di pietra giunte. Tra le dita di roccia, gli anelli del rosario metallico riflettono un raggio dritto nei miei occhi. Sbatto le palpebre.
È il sole di mezzogiorno, nient’altro che il sole.
Mi siedo sulla panchina di ferro e il Santo mi copre la faccia. Grazie alla sua ombra provo a concentrarmi per scrivermi in testa l’incipit del racconto che devo fare alla dottoressa.
***
Vedo le luci viola di quella notte, era un locale sul lungomare.
Un barman sbatte bicchieri sul bancone nero, i cubetti di ghiaccio rimbalzano contro il vetro. C’è il rumore della risacca e quello delle risate dei turisti abbandonati sui divanetti all’aperto. Gruppi di ragazzi consumano la notte a mezza voce, con i gomiti piantati sui braccioli di velluto rosso. Parlano fitto fitto, come se fossero a decine di sedute di psicoterapia avviate contemporaneamente sotto il cielo estivo. Ed è proprio in mezzo a quel fumo e a quelle chiacchiere che l’ho visto per la prima volta.
Anzi, prima mi ha vista lui.
Sono entrata con Alessia e ci ha guardate tutte e due.
È seduto indietro rispetto agli altri. Anche il suo divano è di velluto rosso fuoco. La camicia di lino bianca fa ancora più bianca la sua pelle. Sembra triste e a me sembra… non so… forse qualcuno che, con un sorriso, potrebbe diventare bellissimo.
Ho l’impressione che, in mezzo a tutto questo caos, io non possa fissare nient’altro che lui.
La luce viola dei neon sfarfalla nei suoi occhi solo per un istante, prima che tornino a spegnersi.
Accanto a lui ci sono un ragazzo e il titolare di questo posto. Alessia conosce bene il proprietario: ha imparato a lavorare qui da lui.
Il ragazzo bianco non si muove, ha lo sguardo basso sul bicchiere. Il proprietario saluta Alessia, solleva un braccio e indica lo spazio vuoto sul velluto rosso.
“Venite qui con noi”.
Prendo posto di fronte a lui.
Stiamo parlando di tante cose diverse: io, Alessia, il suo amico e il titolare, ma lui non dice niente e allora mi viene in mente che dovrei sporgermi e dirgli: “Ci senti?”
E invece dico, cercando il suo sguardo:
“Questo posto è sempre pieno.”
Lui non si muove. Fissa le bollicine che salgono nel vetro.
Stavolta lo dico: “Ci senti?”
“Non mi piacciono i posti pieni.” La voce è incolore.
“Non ti piace la musica o sei stanco?” Insisto leggendo il suo orologio, segna già le due del mattino.
“Nessuna delle due.”
“Allora cos’è? Siamo davanti al mare.”
Solleva la testa: “Mi chiamo Massimo”. Nei suoi occhi passa un guizzo rapido. “E tu, prima di farmi tante domande, avresti anche potuto presentarti.”
Dico: “Hai ragione, io mi chiamo…”
“Non mi interessa”, la voce sembra arrivare da molto lontano. “Non conosco nessuno in questa città.”
“Hai ragione. Non importa”, rispondo, tenendo il tono basso. “Ma io sono l’unica ragazza che devi conoscere subito nella città.”
Continua a ruotare il bicchiere.
“Una ragazza grande e cattiva?”
Sorrido.
Sono alta, i miei capelli neri cadono come un mantello sulle spalle, il mio naso è ricurvo e so che la mia figura non offre rassicurazioni a prima vista. Anzi, forse in questa notte sono io la strega.
Mi spingo di più verso di lui, finché il profumo del mare e quello delle bevande svaniscono e resta solo l’odore pulito della sua pelle. Ho l’istinto di raddrizzare la sua schiena curva, di strapparlo fuori dal silenzio.
“Dovreste scambiarvi i numeri”, dice il ragazzo accanto a noi, spingendo il telefono sul tavolo.
Sembra ansioso anche lui di far parlare questo suo amico con qualcuno, almeno al telefono.
Massimo ritrae le dita dal vetro. “No, non serve. Davvero. Io sono timido.”
Cerco di bloccargli ogni via di fuga con lo sguardo: “Potremmo vederci domani. Di pomeriggio, lontano da questo rumore.”
“Io vado solo nei locali notturni.”
Mi affretto subito: “Li conosco tutti.” I miei occhi non mollano i suoi. “Posso essere la tua guida personale nella vita dei notturni di questa costa.”
Non gli dico che, dopo il divorzio, ho passato mesi a setacciare quei posti, tavolo dopo tavolo, per riempire il vuoto con sguardi veloci di uomini sconosciuti. Quella mappa ce l’ho stampata nel cervello. In questa maniera potrei aiutarlo.
