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Topona in facoltà ESTATE
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Racconto16 min di lettura

Topona in facoltà ESTATE

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
3 mesi fa · 581 letture · 2

Mi giro perché sento su di noi lo sguardo di quei due. Rocco ha sollevato il mento, i suoi occhi rimangono piantati in un punto preciso davanti a sé, senza battere le ciglia.

Il punto preciso è il culo di Laura. Seguo la direzione del suo sguardo. Lei non ci ha pensato. È piegata in avanti a novanta gradi, con le ginocchia tese e bloccate. La gonna nera è tirata verso l’alto e il tessuto umido di sudore si incolla alla pelle, scoprendo la curva inferiore delle natiche bianche. Proprio al centro, sopra l’orlo sollevato, la stoffa stretta rivela la striscia del perizoma viola, messo per non mostrare il segno delle mutandine sotto la gonna stretta.

Dico: “Copriti.”

Lei non ha capito niente. “Eh?”

Ci sediamo. È passata mezz’ora ma finalmente arrivano due piatti coi cubi di feta e le olive nere. Guardo le labbra sottili di Laura che si muovono mentre mastica, le chiedo di nuovo la data del seminario sulla commedia di Menandro.

Per rispondere solleva una mano e si pulisce l’angolo della bocca con il polpastrello di un dito, ci restano appiccicati i brillantini del lucidalabbra. Sta per pronunciare le prime parole, ma la sua voce scompare sotto un urlo.

“Rocco, basta!”

La voce di Davide mi ha sfondato i timpani. Il mio collo ruota verso di loro. Pochi metri più in là, anche il cameriere si blocca a metà passo, girando la testa. Davide ha i capillari del viso gonfi e la pelle delle guance è diventata rossa, accesa e lucida come la buccia di un peperoncino.

Laura si copre le labbra con le dita e si china verso il mio piatto, abbassando il volume: “Giovedì l’ho incontrato vicino alla Mondadori. Pioveva, ti ricordi?”

Annuisco stringendo la bottiglietta dell’acqua. “Sì, ma hai incontrato chi?”

“Rocco.” Parla ancora più piano. “Mi ha chiesto dove andavo, e io gli ho detto a casa.”

“E allora?”

“E allora per parlare ho chiesto dove andava lui e mi ha detto: vado a prendere l’autobus ma mi volevo fermare al bar, volevo il caffè. E io niente, gli ho detto vado prima che inizi a piovere forte perché non ho l’ombrello, arrivederci e lui... nemmeno io ho l’ombrello, sennò la accompagnavo e venivo a prendere il caffè a casa sua.”

Laura tiene gli occhi nei miei, ma non trovo nulla da dire.

Lei sgrana gli occhi e aggiunge subito: “No, ma come si permette?”

Una mezza risata mi scalda la gola. Bevo e poi torno sul discorso del seminario: “Quando è?”

Lei non risponde con una data, non può farlo, è troppo precisa.

Snocciola ogni nome, orario e intervento stampato sulla locandina.

I nostri piatti ora sono vuoti, mi sposto verso la cassa e lascio il conto pagato anche ai nostri ragazzi.

Torniamo all’Arco di Galerio. La strada è lunga e il delegato del rettore agita una mano verso una colonna, alterando il tono della voce per dare enfasi alla triste storia del suo utilizzo: esecuzioni capitali.

Mi annoio, perciò sfilo la penna e mi avvicino al taccuino che Laura tiene premuto contro la pelle nuda dell’avambraccio.

La mia grafia corre veloce: “Rocco ti vuole scopare.”

Lei si scosta i capelli scoprendo l’orecchino. Mi sfila la penna dalle dita e traccia le sue parole sotto le mie: “Sei un terremoto.”

Quando torniamo in hotel posare i piedi sulla moquette sembra un miracolo. La nostra camera è all’inizio del corridoio, quelle dei ragazzi sono in fondo.

Quest’anno ho puntato i piedi con la segreteria, volevano mettermi un’altra collega in stanza. Ma noi non riusciamo mai a stare insieme fuori dal lavoro, come all’epoca non riuscivamo a vederci quasi mai fuori da scuola.

Laura fa la doccia prima di me. Sento il rumore dell’acqua che scroscia dietro il vetro, il getto si spegne e lei torna avvolta in un enorme asciugamano bianco. Si stende sul letto. Si volta e mi guarda. La grande vetrata della camera mostra i palazzi della città illuminata: i punti di luce bianca e gialla riflessi dal vetro entrano dritti nella stanza, stampandosi come glitter sulla sua pelle.

“Ci potresti scopare con Rocco,” dico, abbassando la voce. “Si sentirebbe Dio se riuscisse a farsi la professoressa vergine.”

Le sue labbra rimangono strette, ma la pelle della gola si muove per trattenere il riso. Si gira meglio verso di me.

“Ma lui non lo sa che io sono vergine. E comunque... non mi dispiacerebbe.”

Stavo per andare a lavarmi. “Come?”

Laura non sbatte le ciglia. I punti di luce ballano nei suoi occhi. “Che ci faccio con questa figa? Tra un po’ la porto al convento, là vicino a casa tua.”

Raggiungo il frigobar. Per fortuna trovo la Fanta.

“Io scherzavo,” dico, stringendo la plastica fredda. “E tu sei giovane, troverai il fidanzato.”

Il suo petto si alza e si abbassa in un sospiro. “Speriamo.”

Seguo i jeans che le salgono sui fianchi. Sopra ha solo una maglietta bianca. Si siede davanti allo specchio e apre i trucchi che le ho regalato. Tiene la bocca aperta mentre lo scovolino del mascara le pettina le ciglia verso l’alto. Due spruzzi di profumo. Sembra davvero una studentessa che si sistema per la sua prima volta.


Mi lavo anche io e poi mi sdraio un attimo di traverso sul letto.

Cindy ha deciso di lavorare pare. Ha prenotato in un ristorante di pesce. Intorno a noi ci sono i piatti con i gusci vuoti e i calici vuoti bagnati di condensa. I dottorandi alzano la voce, agitando le mani sopra il tavolo per decidere chi ha bevuto di più e chi deve pagare il conto lievitato grazie a questo vino.

Laura si alza prima, saluta con un cenno e imbocca l’uscita per tornare in albergo. Io rimango con gli altri a camminare nel centro: è pieno di musica e di persone.

Poi, la folla scompare.

L’hotel è silenzioso. Allungo la mano verso la serratura della nostra camera. Faccio scivolare la tessera magnetica nella fessura senza fare rumore. La piccola luce azzurra si accende e la maniglia si abbassa morbida.

Oltre la soglia della camera, c’è la soffice moquette dell’ingresso prima della stanza vera e propria. Laura e Rocco sono lì davanti, immobili, con la schiena voltata. La luce è spenta e nella penombra i loro corpi sono sagome scure contro la grande vetrata, troppo occupati a fare i loro comodi per accorgersi di me.

Mi appiattisco con la schiena contro la parete. Allungo le dita verso le caviglie e mi levo piano piano le scarpe. Appoggio i piedi nudi sulla moquette che inghiotte ogni rumore. Forse dovrei andarmene.

Lui si sbottona la camicia, sempre bianca, identica a quelle che gli vedevo addosso tra i corridoi dell’università. Le sue dita si muovono in fretta, tese per la grande occasione.

Ma Laura, possibile che non mi abbia sentita? Sicuramente lo ha fatto e mi sente benissimo anche ora. Però non si gira: è contenta che io sia qui, ha sempre detto che la faccio sentire al sicuro.

Piazza le mani sulle spalle di lui, premendo le labbra contro le sue. La mia testa è piena di vino bianco, lo sento dietro gli occhi e mi chiedo se anche loro siano ubriachi.

Prima di andare avanti…

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