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Topona in facoltà ESTATE
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Racconto16 min di lettura

Topona in facoltà ESTATE

Scrivo per puro piacere. Grazie a chi legge.

Agave Ionia
3 mesi fa · 581 letture · 2

Laura è in piedi, appoggiata all’Arco di Galerio. Si piazza il cellulare davanti alla faccia e dice: “Dimmi quando devo scattare.”

Dietro di lei passano studenti e le nostre colleghe. La Pelozzi sta imprecando attaccata al vetro perché stamattina ci siamo alzati alle sei e non abbiamo trovato nemmeno uno spuntino decente. I ragazzi rallentano; si vede che si divertono a sentire una prof. che bestemmia per la fame.

Mi chiudo il foulard attorno al collo e dico: “Adesso.”

Rocco, uno dei nostri ragazzi, si ferma accanto a lei e mi fa: “Dica cheese.”

Non è difficile perché ho ancora in bocca il sapore di quel cheeseburger schifoso che abbiamo mangiato stamattina appena arrivati a Salonicco.

Quando Laura scatta, vedo Rocco che si tocca il bottone dei jeans con le dita allargate mentre le guarda il culo.

Ma quanto è sfacciato.

L’anno scorso era molto diverso. Adesso si è fatto allungare i capelli e puzza sempre di fumo.

Stamattina, sull’autobus, fissava Laura e aveva sempre la saliva sulle labbra, diceva un sacco di oscenità, ma pensava che io, seduta due posti davanti, stessi dormendo. Perciò le sue parole uscivano veloci, quanto un furto in un negozio.

Laura scatta due volte, poi mi ridà il telefono, dico: “Grazie.”

Rocco resta alle sue spalle, non si sposta, così scherzo: “Faccio una foto anche a voi due. Tuo padre non ci crederà mai che hai trovato un fidanzato così giovane e bello.”

Laura stringe le sopracciglia, piega le labbra verso il basso. “Non ci crederebbe mai, infatti. La sua fiducia in me è totale.”

Proprio così. Laura è figlia unica, suo padre l’ha avuta in tarda età. È sempre stato geloso di lei come la morte dei vivi; ci è voluto tutto il corpo docente per convincerlo a farla venire in Erasmus con me quando eravamo ragazze. E ancora oggi lo dobbiamo pregare ogni volta che c’è da fare un viaggio-studio.

Laura non si è mai trovata il fidanzato.

Sento ancora formaggio e bacon in bocca, perciò bevo dalla bottiglietta e sputo a terra. Sputo ancora.

Rocco mi guarda, non mi aveva ancora vista in versione maleducata.

Ma dalla sua faccia direi che è proprio quello che voleva vedere...

Proseguiamo il giro, ma siamo già in presenza di evidenti segni di esaurimento provocati dalla mancanza di cibo, di pause e dal caldo. Rocco è sempre accanto a noi, si leva il sudore dalla fronte. Sta dicendo al ragazzo che gli sta sempre accanto: “Speriamo che stasera ci sia almeno l’acqua calda in albergo.

Ieri sera non c’era, e sta dicendo al suo amico che per questo, sotto la doccia, gli si è congelato, gli è diventato microscopico e ha avuto paura che non gli tornasse più normale.

Le dita di Laura saltano a coprirle la bocca, i suoi begli occhi chiari mi cercano e ridono.

Cindy, la nostra guida, ci avvisa: “Potete andare a mangiare. Appuntamento fra un’ora, di nuovo qui davanti.”



Prima di allontanarmi la sento discutere a voce bassa col delegato del rettore. Lui si lamenta perché i nostri pasti avrebbero dovuto essere organizzati da lei. Insiste a chiederle perché il servizio non è stato espletato.

Cindy si agita, urla come sempre: “Perché noi sappiamo cosa volete mangiare...”

Laura mi resta vicina, i ragazzi sono già scappati.

Piegando le dita mi chiede: “Dove andiamo?”

Mi ricorda quando avevamo vent’anni e ogni volta che eravamo lontane da casa, pure su una strada qualunque, era qualcosa di emozionante. In classe siamo sempre state vicine a chiacchierare, nelle pause pranzo, vicine girando in tondo. Camminando in cerca della panchina adatta a darci la giusta atmosfera per quel poco tempo in cui potevamo stare intimamente insieme. Quando mi annoiavo, durante le lezioni, scrivevo sempre sul suo quaderno. Avevamo un professore di letteratura italiana che faceva studi sulle presunte relazioni adulterine delle nobildonne. Una volta ci parlò per due ore di Lucrezia Borgia, diceva che era stata amante dell’umanista Pietro Bembo e che l’aveva dedotto da una traccia assolutamente inconfutabile e scientifica e cioè il fatto che la Borgia aveva inserito ciocche della sua treccia all’interno delle lettere che scambiava con Bembo.

Sosteneva che erano state trovate allusioni a queste ciocche nelle carte di un altro umanista e, intanto, la narrazione diventava sempre più oscena. Ipotizzava le posizioni in cui, secondo lui, avrebbero scopato Bembo e la Duchessa di Ferrara e la classe rideva e lui fissava la treccia di Laura. Così io scrivevo sul suo quaderno: “Raspagliesi ti vuole scopare.”

Lei sottoscriveva: “Sei matta e lui pure.”

E io aggiungevo: “Io sto benissimo e lui anche, infatti qua dentro nessuna è meglio di te.”

Laura arrossiva e scriveva: “Sono la più bassa, la mia professoressa di latino al liceo mi chiamava topolina.”

E io, non so perché mi era venuto in mente il detto brutto in piazza, bello in fasce, scrissi sotto: “Topolina al liceo, topona in facoltà.”

Le scappò una risata che zittì le elucubrazioni erotiche del nostro professore. Come sempre concluse lo scambio di messaggi sul quaderno così: “Sei un terremoto.”

Raspagliesi lavora ancora qui, ma non so in che bar ha portato la sua testa pelata. È scomparso appena Cindy ha dato il via libera.

Siamo arrivate in un bar anche noi. Non penso che troveremo di meglio e poi alle tre del pomeriggio nessuno ci sta aspettando con la teglia in mano per servirci un pollo. Quindi entriamo, sapendo che nella migliore delle ipotesi ci daranno un’insalata.

“Rocco!”

Quella è la voce di Davide, mi giro e li vedo: i nostri due ragazzi sono arrivati qui prima di noi.

Passiamo accanto a loro per raggiungere un tavolo in fondo abbastanza lontano e, anche se non sento cos’altro ha detto Davide, capisco bene la risposta di quell’altro.

“Posso farlo anche qui. Se giri con la bandiera alzata fai la figura del coglione. O del maniaco.”

Davide è tutto rosso e si è messo un tovagliolo sulla bocca. “Io mi vergogno di te, veramente. Non mi farò mai più vedere con te, né all’università né da nessuna parte.”

Il tessuto nero si tende sui fianchi di Laura mentre cammina davanti a me. La stoffa aderisce al bacino stretto senza mostrare una piega. Più in alto, la scollatura scende profonda, ma le curve del seno sono modeste: suggeriscono solo un’eleganza pulita. Sotto il taglio netto dei capelli neri, lunghi fino alla mandibola, oscillano i due orecchini d’argento che le ho comprato per l’ultimo compleanno. La filigrana sarda cattura la luce a ogni movimento del collo, illuminandole le guance scolorite. I trucchi che continuo a regalarle li lascia nei cassetti.

Laura allunga il braccio all’indietro senza girarsi e mi infila i manici della borsa tra le dita. Si vuole riallacciare un sandalo alto, identico al mio. Abbiamo infilato questi tacchi oggi solo per venire bene nelle foto, ma è stata una pessima idea. Sono più grande di lei di qualche anno, quindi mi ha sempre permesso di dirle cosa fare. Ha solo suo padre a casa, e non sempre gli uomini mettono cura in certe cose, alcuni semplicemente non ci fanno caso. Le ho ripetuto mille volte di piegarsi sempre sulle ginocchia se deve abbassarsi.

Prima di andare avanti…

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