«Deluso?» infierì Cecilia, cogliendo l'attimo di sospensione. «Pensava forse di trovarmi a pelle, o magari con uno di quei perizomi sexy che fanno tanto scena? Con questi ci vado ad allenarmi: niente che un centinaio di uomini non abbia già avuto modo di contemplare».
Vittorio, tutt'altro che sconfortato, mantenne il volto rivolto verso l'alto in uno stato di rapita contemplazione. Anzi, approfittando della posizione e cercando di non tradirsi con movimenti troppo vistosi, fece scivolare con discrezione una mano verso la patta dei pantaloni per sistemarsi al meglio.
Cecilia, del tutto ignara di quel piccolo aggiustamento tattico, spezzò il silenzio dall'alto:
«Com'è il panorama dalla sua prospettiva?».
«Una vista meravigliosa. Mi sembra letteralmente di stare in paradiso!» mormorò lui con un filo di voce.
«Sa che c'è?» riprese lei, lasciando balenare una sfumatura di cinica generosità. «Credo che per lei potrei persino spingermi oltre. Ma solo perché oggi mi ritrovo in vena di regali».
«Come, scusi?» balbettò il portinaio.
Cecilia sollevò prima un piede e poi l'altro, liberandosi definitivamente dell'ingombro della tuta che finì sul pavimento. Poi, bilanciandosi con una mano sola sulla scala, infilò le dita nell'elastico dei pantaloncini e li spinse verso il basso, scoprendo parte delle natiche.
«Così incontra di più il suo gusto?»
«Signorina, lei non ha idea della felicità che mi sta regalando» farfugliò Vittorio, quasi sopraffatto dall'incredulità.
«Sia chiaro, non si faccia strane idee: non è una routine quotidiana. Oggi è una giornata particolare».
«In che senso particolare?»
«Che ne so. Saranno stati i due aperitivi di troppo mandati giù con i colleghi d'ufficio prima di tornare a casa. Chi lo sa? Ma che fa lì imbalsamato? Mi dia una mano a cavare anche questi, che in equilibrio precario non ce la faccio».
«Non può essere vero, non sta succedendo davvero a me…» continuava a ripetere l'uomo come un mantra.
«Le conviene approfittarne alla svelta» lo incalzò lei senza troppe cerimonie. «Non è che mi capiti tutti i giorni la luna dritta per le porcherie».
Vittorio si riscosse al volo dal torpore e obbedì senza farselo ripetere due volte, afferrando i pantaloncini e tirandoli verso il basso. Cecilia completò l'opera con un agile gioco di gambe, sfilandoseli del tutto e lasciandoli cadere vicino ai calzoni della tuta.
«Bene» decretò infine dall'alto del suo trespolo, «le concedo esattamente due minuti per rifarsi gli occhi. Dopodiché, pedalare: aria e a casa!».
«La prego, signorina Cecilia, allarghi un poco le gambe, così che la possa vedere meglio» implorò Vittorio con la voce incrinata dal desiderio.
«Adesso non esageriamo!» stroncò lei al volo, abbassando lo sguardo sul portinaio per rimetterlo a posto. Fu in quel preciso istante che la sua attenzione cadde su un dettaglio inatteso. «Ma che cosa sta facendo? Lei si sta toccando?»
«Mi scusi, ma non ci posso fare niente,» farfugliò l'uomo senza accennare a fermarsi, «mi è venuto duro».
Cecilia rimase a fissarlo a bocca aperta, oscillando tra lo sconcerto e la pura incredulità, mentre Vittorio continuava a darci dentro con vigore e ammirevole determinazione. Poi l'uomo staccò del tutto le mani dai montanti della scala per concentrarsi sull'impresa e, con un gesto secco, fece scorrere la cerniera dei pantaloni.
A quella vista, Cecilia sgranò gli occhi, e la dose di tolleranza concessa fino a quel momento evaporò all'istante.
«Ma che cazzo fa?» sbottò lei, perdendo ogni residuo di aplomb. «Lo sta tirando fuori? Ma cosa si è messo in testa? Ora basta! Si sposti subito che devo scendere!».
Cecilia abbozzò una discesa precipitosa, ma nella foga calcolò male la traiettoria e appoggiò un piede malamente, sfiorando il capitombolo. Vittorio, spinto da un istinto di soccorso non privo di opportunismo, allungò le braccia per intercettare la caduta: una mano andò a stamparsi d'impatto su un gluteo, mentre l'altra andò a posizionarsi con millimetrica precisione in mezzo alle gambe della donna.
«Ma che cosa sta facendo?» urlò Cecilia, riavendosi dallo spavento e ritrovandosi addosso le mani del portinaio. «Come le salta in mente di toccarmi il culo! Villano! Maiale! E m'ha quasi infilato un dito nella fica!».
Colpito in pieno da quell'esplosione d'indignazione, Vittorio ritirò gli arti come se la pelle di Cecilia fosse diventata rovente. Liberatasi dalla presa indesiderata, la donna afferrò con fermezza i montanti della scala e scese rapidamente gli ultimi gradini, ritrovando finalmente la stabilità del pavimento. Si girò di scatto verso l'uomo con l'intenzione di finire di fulminarlo, ma Vittorio aveva ormai travalicato il punto di non ritorno: cedendo all'impulso, aveva estratto il membro e aveva iniziato a masturbarsi senza troppi complimenti sotto i suoi occhi.
Cecilia sgranò le pupille, fece scivolare le mani sui fianchi con un misto di sbigottimento e cinica rassegnazione e sintetizzò la scena in due parole:
«Questa, poi!».
Cecilia si chinò per raccogliere da terra i pantaloni della tuta, cacciandoci dentro le gambe con ampie falcate. Una volta ricomposta, tornò a piazzarsi di fronte a Vittorio e si concesse il lusso di godersi la scena con una punta di gelida curiosità.
«Va bene. Ora basta, ed è meglio che se ne vada» decretò con un tono di voce fin troppo calmo e pacato.
Vittorio, ormai arrivato al punto di non ritorno, era del tutto sordo a qualsiasi richiamo e incapace di frenare quella pubblica esibizione. Gemeva senza sosta, la faccia ridotta a una maschera di libidinoso fermento. Impresse alla mano gli ultimi colpi frenetici e finì per venire, con una serie di fiotti che andarono a centrare in pieno Cecilia.
Seguì un secondo di mortale, gelido imbarazzo. Vittorio mantenne il capo chino e gli occhi piantati sul pavimento, ansimante e sopraffatto dalla vergogna, mentre Cecilia ispezionava con distaccato disgusto le chiazze a testimonianza dell'impresa.
Infine fu lei a rompere il silenzio:
«Ma che cazzo!».
«Mi scusi!» balbettò lui, paonazzo.
«Niente, niente… La ringrazio per la scala» tagliò corto lei con un tono quanto mai piccato.
«Non c'è di che. Io ora andrei» mormorò il portinaio, nel più completo smarrimento.
Vittorio piegò la scala con gesti svelti, la sollevò e si avviò verso l'uscita, scortato da Cecilia fino all'ingresso.
Cecilia allungò la mano verso la maniglia per congedarlo, quando l'uomo, ancora visibilmente sopraffatto dalla vergogna, si girò per un ultimo, goffo saluto. Fu in quel momento che lo sguardo della donna scivolò verso il basso, cogliendo un dettaglio innegabile: nella fretta di ritirarsi, il portinaio aveva del tutto trascurato di richiudere il reparto.
«Si è dimenticato la cerniera abbassata» gli fece notare lei con disarmante neutralità.
«Uh, appoggio la scala e la tiro subito su!» esclamò Vittorio, accennando a posare il carico contro la parete.
Ma Cecilia gli fece segno di fermarsi.
«Aspetti. Faccio io».
«Cosa vuol dire "faccio io"?» domandò lui, sgranando gli occhi in un misto di sbigottimento e incredulità.
Senza perdere tempo in spiegazioni, Cecilia allungò la mano, la insinuò con disinvoltura nell'apertura e tirò fuori il membro, prendendo a manovrarlo con ritmo esperto finché non lo vide riprendere vigore.
Vittorio, immobile sotto il peso della scala e sospeso tra la resa e il giubilo, lasciò cadere ogni residuo di dignità:
«Mai avrei pensato che oggi avrei rimediato pure una sega!»
All'improvviso, sul più bello, Cecilia arrestò la mano, lasciandolo sospeso in quell'incompiuto stato di grazia.
«Ma che cosa fa?» protestò Vittorio con voce strozzata. «Mi lascia così, con il cazzo duro?»
«Se avessi più tempo le farei anche un pompino» rispose lei con disarmante concretezza, «ma mi dispiace: aspetto gente a cena. Sarà per un'altra volta».
«Oh, ma almeno una leccatina» supplicò l'uomo, aggrappato all'ultimo briciolo di speranza.
«E va bene!» cedette Cecilia, piegandosi in avanti per concedergli qualche leccata vigorosa.
Vittorio inarcò la schiena, serrando le palpebre e abbandonandosi a una breve parentesi di pura estasi. Non fece in tempo a goderne appieno che Cecilia si era già tirata su, decretando la fine delle trasmissioni.
«Già finito? Peccato!» si lamentò lui con un sospiro di delusione.
«Ora è meglio che lo rimetta dentro» lo ammonì lei, riacquistando un tono materno e al tempo stesso d'ineccepibile buon senso. «Non vorrà mica tornare da sua moglie con la merce in vista e per giunta così in tiro? Chissà cosa penserebbe».
Con un gesto fluido Cecilia spalancò la porta d'ingresso. Vittorio, provando a districarsi con la mano lasciata libera dalla scala, riuscì non senza qualche acrobazia a riordinarsi i pantaloni. Dopodiché si voltò e mosse un paio di passi verso l'ascensore, ancora un po' intontito dall'inaspettata piega degli eventi.
«Arrivederci, signor Vittorio» lo salutò lei dalla soglia. «Ah, domani dovrebbe arrivare un pacchettino per me».
«Stia tranquilla!» si affrettò a rassicurarla il portinaio, ritrovando all'istante l'orgoglio del proprio ruolo. «Lo ritirerò e glielo terrò da parte, bene al sicuro. Buona serata, signorina Cecilia».
«Buona serata anche a lei, signor Vittorio».
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