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SOTTO LA SCALA
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Racconto14 min di lettura

SOTTO LA SCALA

Una lampadina fulminata e una scala traballante trasformano un favore di condominio in un esilarante e spregiudicato gioco di seduzione. Quando Cecilia chiede aiuto a Vittorio, il portinaio dello stabile, la situazione precipita rapidamente in una escalation di voyeurismo, confessioni imbarazzate e inaspettati striptease in quota. Una commedia erotica brillante, ironica e senza inibizioni, progettata per una messa in scena agile, divertente e di forte impatto visivo.

Mark Hansen
10 ore fa · 44 letture · 1

SOTTO LA SCALA

Mark Hansen

Cecilia fece il suo ingresso in soggiorno avvolta in un'uniforme domestica priva di qualsiasi concessione all'estetica: una felpa informe e un paio di calzoni da tuta decisamente abbondanti, che le ricadevano in modo quasi goffo fin sulle caviglie. Allungò la mano verso la parete e schiacciò l'interruttore, ma la risposta della plafoniera al centro della stanza fu poco rassicurante: un sordo crepitio di scintille attraversò il vetro un istante prima che una delle lampadine cedesse di schianto.

Trattenne a stento un'imprecazione, infuriata per il guasto ma soprattutto per il tempismo: la casa si sarebbe riempita di ospiti a cena da lì a un paio d'ore. Come se non bastasse, adesso le toccava pure correre a comprare un ricambio. Rimase per un istante immobile al centro della stanza, con un dito piantato alla tempia mentre scartabellava tra i ricordi domestici, finché non le balenò la soluzione: nel mobiletto della cucina doveva essercene una di scorta.

Il recupero della lampadina dal mobiletto fu un affare da pochi secondi, concluso quando depositò il bulbo sul tavolo senza troppe cerimonie. Per colmare la distanza dal soffitto, Cecilia trascinò una sedia al centro della stanza, piazzandola proprio sotto la plafoniera. Vi si arrampicò sopra con cautela, ma bastò un attimo per prendere atto della realtà: la statura non le veniva in aiuto e il lampadario restava per lei un obiettivo del tutto inaccessibile. Serviva una scala, non ci si scappava.

La prima opzione, quasi immediata, portava alla porta del vicino di pianerottolo, ma il pensiero fu liquidato con un moto di fastidio istintivo. Quell'uomo le riusciva così visceralmente antipatico che l'idea stessa di chiedergli un favore suonava come una condanna. Molto meglio ripiegare su Vittorio. Il portinaio rappresentava la classica figura provvidenziale della vita condominiale: un uomo premuroso, perennemente a disposizione e la cui presenza pareva concepita al solo scopo di risolvere piccole noie domestiche, sfoggiando all'occorrenza la proprietà di un'insostituibile scala pieghevole.

Senza perdere tempo, recuperò il cellulare e si mise a scorrere la rubrica fino a rintracciare la voce memorizzata sotto l'etichetta della portineria. Premette il tasto di chiamata e accostò il telefono all'orecchio, attendendo che dall'altro capo qualcuno rispondesse.

«Vittorio, buonasera. Mi scusi se la disturbo, ma ho un'emergenza: mi si è fulminata una lampadina in soggiorno e non ho una scala per arrivarci. Lei non potrebbe? … Ah, sì. Ma che gentile! Quando? Ma anche subito… Di quello non si deve preoccupare: la lampadina ce l'ho io. L'aspetto».

Pochi minuti dopo, al trillo del campanello, Cecilia aprì la porta di casa trovandosi di fronte la sagoma premurosa del portinaio. Vittorio reggeva con solennità e con entrambe le mani una scala pieghevole in alluminio, pronto a prestare soccorso.

«Signorina Cecilia, buon pomeriggio. Eccomi!» esclamò l'uomo con premura.

«Venga, venga avanti, signor Vittorio» lo accolse lei, sfoderando la classica gratitudine di circostanza. «Non so proprio come ringraziarla, lei è sempre così gentile».

«Ma si figuri, per così poco» minimizzò lui, stringendo la presa sugli scalini metallici e guardandosi attorno. «Dov'è la lampadina da cambiare?».

«Di là, in soggiorno».

I due si spostarono nel soggiorno, dove Vittorio piazzò la scala esattamente sotto la plafoniera. Prima di muovere un solo passo verso il primo gradino, però, s'impose una pausa di prudenza.

«Signorina, le devo però dire una cosa…» esordì l'uomo con un velo di apprensione.

«Mi dica» lo incoraggiò lei.

«In questi giorni ho qualche problema di equilibrio, saprà… forse per via di un'infiammazione all'orecchio che non mi è ancora passata del tutto. Non vorrei mai che quando sono là in cima…»

«Oh, no, per carità!» lo interruppe subito Cecilia, paventando la prospettiva di un infortunio domestico del portinaio sul proprio parquet. «Non vorrei mai che si facesse male. Ci salgo io; tanto cosa ci vuole a svitare e avvitare una lampadina. È meglio solo che prima mi tolga le scarpe».

Si liberò delle calzature e cominciò la scalata. Non fece in tempo a posare il piede sul secondo gradino che la struttura in alluminio denunciò un'inquietante oscillazione.

«Uh, ma questa scala balla!» protestò lei, bilanciando il peso.

«Sì, in effetti non è il massimo della stabilità» ammise Vittorio senza troppa vergogna. «Ma non si preoccupi, signorina Cecilia, gliela tengo io».

Si accostò con sollecitudine alla base e abbrancò i montanti con fermezza istituzionale. Rassicurata, Cecilia guadagnò gli scalini più alti fino ad avere il lampadario a portata di mano. Vittorio, a quel punto, alzò spontaneamente lo sguardo e si ritrovò catapultato a una manciata di centimetri da un'inquadratura ravvicinata e decisamente privilegiata sul fondoschiena della donna.

«Ecco. Ci sono arrivata!» esclamò Cecilia con una nota di trionfo nella voce.

Svitò il bulbo fulminato e lo protese verso il basso; Vittorio allungò la mano per prenderlo, mantenendo lo sguardo fermo su quell'inquadratura provvidenziale.

«Adesso avrei bisogno di quella da sostituire. Me la prende, per favore?»

«Dov'è?»

«Là, sul tavolo».

«Vado. Ma stia attenta, per carità. Non si muova…»

«Sì, tranquillo. Mi ha già detto che questa scala è traballante».

Vittorio staccò a malincuore le mani dai montanti, si affrettò verso il tavolo per recuperare la lampadina nuova e tornò lesto ai piedi del trespolo. Gliela allungò con deferenza e Cecilia si protese verso il soffitto per completare l'opera.

«Ah, signor Vittorio, non so proprio come farei senza di lei» commentò lei dall'alto, mentre con le dita cercava l'imbocco della filettatura. «È sempre pronto ad aiutare. Mi dica, c'è qualcosa che per una volta potrei fare io per lei?»

L'uomo esitò un istante, la gola improvvisamente secca.

«In verità lei fa già qualcosa per me. E tutti i giorni».

Cecilia si bloccò un secondo, sorpresa.

«E cosa sarebbe? Non capisco».

«No, no, mi scusi» s'affrettò a ritrattare lui, colto da un repentino attacco di prudenza. «Stavo per dire una scemenza. Una cosa che…»

«Ma no, dica pure! Non si senta in imbarazzo».

«Come vuole. Del resto me lo ha chiesto lei» mormorò Vittorio, facendosi coraggio. «A me basta vederla passare davanti alla portineria e avere la possibilità di ammirare le sue belle gambe e, mi permetta la sfacciataggine, soprattutto quando indossa quel gonnellino chiaro, di tessuto leggero, che al minimo movimento si solleva, di godere anche del suo…»

«Il mio cosa?» lo interruppe Cecilia, piegando leggermente il capo verso il basso con un'ombra di malizia. «Non mi verrà a dire che tutte le volte che passo davanti alla sua guardiola lei si mette a guardarmi il fondoschiena?»

«No, non volevo! La prego, non mi prenda per un vizioso o, peggio ancora, per un depravato!»

«Non era questo che intendevo» lo rassicurò lei, trattenendo un sorriso.

«Ah, meno male! Del resto, mi capisca: come potrei fare altrimenti? Lei ne ha un cu… beh, ci siamo capiti. Uno come se ne vedono pochi in giro, anzi, direi unico».

Cecilia riprese ad avvitare il bulbo, divertita da quell'inaspettata deviazione.

«Beh, devo riconoscere che a modo suo è un uomo galante. E oltretutto sincero, non ha paura di dire quello che pensa».

«Se le dicessi quello che sto pensando veramente in questo preciso momento» mormorò il portinaio, inghiottendo la saliva, «sono sicuro che scenderebbe dalla scala e mi appiopperebbe un ceffone».

«E perché mai? Su, non faccia il timido. Mi dica cosa le passa per la testa».

«Uhm, è proprio sicura di volerlo sapere?»

«Lo dica, coraggio. Non abbia vergogna».

Vittorio prese un respiro profondo, soppesando il rischio prima di buttarsi a capofitto:

«Sto pensando che in questo momento mi piacerebbe afferrare i pantaloni della sua tuta e abbassarglieli fino alle caviglie. Ecco, gliel'ho detto».

«Provi ad azionare l'interruttore, per vedere se funziona» replicò Cecilia, lasciando cadere la sconveniente ammissione come se non l'avesse neppure sentita.

«Vado subito» borbottò Vittorio, la faccia istantaneamente fiammante per via di quell'avventatezza spinta un passo oltre il consentito.

L'uomo si allontanò a passi rapidi verso la parete, raggiunse il punto di comando e schiacciò il tasto: la plafoniera inondò la stanza di una luce piena, senza più crepitii né incertezze.

«Perfetto! Funziona!» esclamò lei con palpabile soddisfazione dall'alto della scala.

Vittorio riguadagnò la posizione ai piedi della struttura e riprese ad abbrancarne i montanti. Ma Cecilia, invece di iniziare la discesa, si trattenne deliberatamente sull'ultimo gradino. Piegò la testa verso il basso, puntando lo sguardo dritto sul portinaio che, per un misto di pudore e vergogna, manteneva il collo rigido e gli occhi fissi a terra per evitare l'impatto visivo.

«E allora?» lo stuzzicò lei, con un'intonazione carica di svagata indolenza. «Questi calzoni della tuta me li vuole abbassare sì o no?»

Vittorio scattò con la testa verso l'alto, la bocca mezza aperta per lo sconcerto. «Dice davvero?»

«E perché no? Se è questo che desidera, se è una cosa che le fa piacere…» argomentò Cecilia, soppesando la concessione con impeccabile pragmatismo. «In fondo lei mi fa sempre un sacco di cortesie: mi ritira i pacchetti dei corrieri, va fino alla Posta a pagarmi le bollette…»

«Non ci posso credere che lei mi stia dando il permesso di…» mormorò l'uomo tra sé e sé, quasi per rassicurarsi che non fosse un'allucinazione da sforzo, prima di trovare la spinta decisiva: «Oh, me l'ha detto lei di farlo!».

Vittorio abbandonò d'un tratto ogni cautela, mollò i montanti della scala e allungò le mani verso i polpacci di Cecilia. Con una lentezza devota, quasi rituale, iniziò a far scivolare la tuta verso il basso fino a farla ammucchiare attorno alle caviglie, assaporando ogni singolo centimetro di pelle rivelato durante la discesa. La ricompensa visiva fu tuttavia parziale: sotto il tessuto pesante spuntò un paio di pantaloncini da palestra decisamente aderenti, che le fasciavano le cosce fino a metà gamba.

Prima di andare avanti…

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