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Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE
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Racconto55 min di lettura

Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE

In una villetta troppo piena e troppo calda, due nemici storici finiscono nello stesso divano letto. Tra salsedine, battute cattive e corpi troppo vicini, l’odio smette di fare rumore e diventa desiderio.

Asiadu01
3 mesi fa · 1.1k letture · 2

Soprattutto quello.

Il corpo, quando non puoi parlare, diventa maleducato.

Dice tutto.

Ogni piccolo movimento sembrava enorme. Il lenzuolo che scivolava sul fianco. Il materasso che si abbassava di mezzo centimetro. Il calore della sua schiena a pochi centimetri dalla mia. L’odore della sua pelle, ancora sporca di mare e doccia, che arrivava a ondate lente, mischiato al cotone della maglietta e al doposole.

Provai a sistemarmi meglio.

Errore.

Il divano letto mi fece scivolare verso il centro.

Il mio braccio sfiorò il suo fianco.

Arianna si irrigidì.

«Dario.»

«Non ho fatto niente.»

«Appunto. Continua così.»

Sorrisi nel buio.

Non dovevo.

Sorrisi lo stesso.

Passarono trenta secondi.

Forse meno.

Forse molti di più.

Poi fu lei a muoversi.

La sua gamba scivolò indietro di poco, abbastanza da sfiorare la mia sotto il lenzuolo. Pelle contro pelle. Calda. Liscia. Ancora appena salata.

Mi si bloccò il respiro.

«Arianna.»

«Non ho fatto niente.»

«Appunto. Continua così.»

La sentii trattenere un sorriso.

Non lo vidi.

Lo sentii.

E fu peggio.

Perché fino a quel momento avevamo litigato con le parole, con gli sguardi, con il tono. Ma lì, nel buio del salotto, con quattro persone che dormivano intorno a noi, il gioco era cambiato. Non potevamo più alzare la voce. Non potevamo fare scenate. Non potevamo fingere troppo.

Il corpo aveva iniziato a parlare al posto nostro.

E il corpo di Arianna era molto meno diplomatico di lei.

Il materasso cedette ancora.

Il cuscino tra noi si piegò, schiacciato.

La sua schiena arrivò contro il mio petto.

Non completamente.

Non subito.

Prima un contatto lieve, quasi evitabile. Poi un altro. Poi il calore pieno della sua pelle attraverso la maglietta sottile. Lei rimase immobile. Io pure.

Fu la cosa più rumorosa che non facemmo.

Sentivo il suo respiro cambiare, appena più corto. Sentivo il mio, ridicolo, troppo presente. Il lenzuolo ci copriva fino ai fianchi. Sotto, le nostre gambe si sfioravano ogni volta che il divano decideva di ricordarci la sua pessima costruzione.

«Sai qual è il tuo problema?» sussurrai.

Lei non si voltò.

«Che sono finita a dormire con te?»

«Che fai sempre finta che non ti piaccia vincere.»

«A me piace vincere.»

«No. A te piace costringere gli altri ad ammettere che hanno perso.»

Tacque.

Il silenzio dopo quella frase fu diverso.

Meno divertito.

Più vicino.

Poi Arianna chiese piano:

«E tu hai perso?»

Avrei potuto fare una battuta.

Una buona, forse.

Qualcosa sul divano, sulla guerra, sul fatto che lei barasse sempre. Avrei potuto salvarmi come facevo ogni volta, rovinare tutto un attimo prima che diventasse serio.

Invece dissi:

«Da anni.»

Arianna si mosse.

Poco.

Ma lo sentii.

La sua spalla ruotò appena. Il profilo del suo viso apparve nel buio, vicinissimo. Non mi guardava del tutto, ma non mi dava più le spalle. Il telefono vicino alla presa si illuminò per un istante e le disegnò la bocca, il naso, la linea morbida della guancia. Senza occhiali sembrava più scoperta. Più vera.

Non ci baciammo.

Il che, in quel momento, fu quasi peggio.

Le sfiorai il fianco.

Non per errore.

Non più.

Piano.

Con due dita appena, sopra la maglietta. Sentii il calore della sua pelle sotto il cotone leggero, la curva morbida del corpo, il punto in cui il respiro le si fermò.

Arianna mi prese il polso.

Poteva spostarmi.

Avrebbe dovuto spostarmi.

Invece tenne la mia mano lì.

Ferma.

Contro di lei.

«Sei scemo?» sussurrò.

«Sì.»

«Sono tutti qui.»

«Lo so.»

Mi guardò finalmente.

Da vicino i suoi occhi sembravano più scuri. Più arrabbiati. O forse spaventati dal fatto che non lo fosse abbastanza.

«Allora non fare rumore.»

Il suo pollice si mosse appena sul mio polso.

Poi disse, ancora più piano:

«Non svegliare nessuno.»

Fu lì che smisi di respirare bene.

Non perché fosse un ordine.

Perché era un permesso.

Arianna aveva aperto la porta e, da brava Arianna, lo aveva fatto facendola sembrare una minaccia.

Mi avvicinai lentamente. Così lentamente che sentii ogni millimetro diventare una scelta. Il mio petto contro la sua schiena. Il naso vicino ai suoi capelli. Il profumo del mare ancora dentro le ciocche. Le labbra a un soffio dal suo collo.

Quando la baciai, lei fece la prima cosa ragionevole della serata: mi piantò le dita nel braccio per fermarmi.

Solo che non mi fermò.

Mi tenne.

Aveva la pelle calda, tesa, ancora salata. La baciai piano, una volta, poi un’altra, sotto l’orecchio, lungo il collo, dove il sapore della doccia non era riuscito a cancellare il mare. Arianna inclinò appena la testa, come se si odiasse per averlo fatto. Il suo respiro uscì più forte e lei lo ingoiò subito, mordendosi il labbro.

«Ti odio,» sussurrò.

«Lo dici sempre quando ti piace qualcosa?»

«Lo dico quando voglio che tu stia zitto.»

La baciai ancora.

Questa volta non risposi.

Le mie dita rimasero sul suo fianco, poi salirono piano, sotto la maglietta, trovando pelle calda, morbida, umida di notte. Arianna si irrigidì per un istante. Non per rifiutarmi. Perché stava perdendo terreno. E lei odiava perdere terreno.

Mi prese la mano e la guidò lei.

Non molto.

Abbastanza.

Abbastanza da farmi capire dove potevo stare. Abbastanza da ricordarmi che, anche lì, anche nel buio, anche con il respiro spezzato, Arianna non diventava passiva. Arianna decideva.

Il suo corpo era un contrasto continuo: il calore della pelle, il fresco rimasto del mare, la morbidezza piena sotto il tessuto, la tensione delle dita sul mio braccio. Quando la mia mano arrivò più in alto, lei chiuse gli occhi. Sentii il suo petto muoversi contro il mio tocco, il respiro trattenuto, la stoffa sottile della maglietta che si tendeva appena.

Non c’era spazio per la fretta.

Non c’era spazio per niente, in realtà.

Il divano cigolava a ogni movimento. Michele russava a due metri. Serena era un’ombra immobile sul divano piccolo. Ludo dormiva avvolta come un involtino da spiaggia.

E proprio perché non potevamo fare quasi nulla, ogni cosa sembrava enorme.

Il mio pollice sulla sua pelle.

Il suo ginocchio che premeva contro la mia gamba.

La sua schiena che cercava il mio petto anche quando la sua bocca avrebbe negato tutto.

Arianna si voltò un poco di più verso di me.

I nostri nasi si sfiorarono.

Restammo così.

Un secondo.

Due.

Poi mi baciò lei.

Non dolce.

Non romantica.

Mi baciò come se fosse arrabbiata per aver aspettato tanto. Una mano mi prese il viso, l’altra si chiuse sulla mia spalla. Il bacio fu basso, trattenuto, affamato ma senza rumore. Lingue appena accennate, respiri rubati, labbra che si cercavano e si punivano.

Mi morse piano il labbro.

«Piano,» sussurrai.

«Non comandare.»

«Sto cercando di non farci scoprire.»

«Allora impegnati.»

Scivolò più vicina.

O forse fu il divano a spingerla.

O forse ormai era comodo dare la colpa al divano.

I nostri corpi aderirono sotto il lenzuolo, caldi, sudati, troppo svegli. Il contatto fu immediato, inevitabile, una pressione lenta e piena che ci fece restare entrambi immobili. Arianna chiuse gli occhi e nascose il viso contro la mia spalla per soffocare un suono troppo vero.

Io smisi di scherzare.

Di colpo.

Non per scelta eroica.

Per incapacità.

Il suo corpo contro il mio aveva cancellato ogni battuta. C’era solo il caldo, il lenzuolo ruvido, il sale sulla pelle, il profumo di doposole, la paura che qualcuno si svegliasse e il desiderio assurdo che nessuno lo facesse.

Arianna si mosse appena.

Un movimento piccolo.

Lento.

Quasi impercettibile.

Ma bastò.

Le sue dita mi afferrarono il braccio. Io affondai la bocca contro il suo collo per non fare rumore. Lei si fermò, poi ripeté quel movimento, più piano, più controllato, come se stesse testando una nuova forma di crudeltà.

«Arianna,» sussurrai.

«Zitto.»

«Tu sei—»

«Zitto.»

Mi baciò di nuovo, togliendomi la frase dalla bocca.

Il divano cigolò.

Tutti e due ci bloccammo.

Michele smise di russare.

Il silenzio diventò gigantesco.

Arianna rimase immobile sotto il lenzuolo, il corpo contro il mio, il respiro spezzato e trattenuto. Io non mi mossi nemmeno per deglutire. Dal divano piccolo, Serena si girò su un fianco. Il telefono vicino alla presa si illuminò di nuovo. Una bottiglia vuota, da qualche parte sotto il tavolino, rotolò piano e cadde con un toc secco.

Ludo mormorò qualcosa nel sonno.

Forse “pistacchio”.

Forse una bestemmia.

Non lo sapremo mai.

Arianna mi affondò il viso nella spalla, mordendo piano il tessuto della mia pelle per non ridere, o per non respirare troppo forte, o per non fare entrambe le cose. Io le tenni una mano sul fianco, fermo, senza stringere.

Passarono dieci secondi.

Venti.

Michele ricominciò a russare.

Il rumore fu così brutto e così liberatorio che quasi lo ringraziai.

Sussurrai contro i capelli di Arianna:

«Possiamo smettere.»

Lei alzò appena il viso.

Mi guardò come se l’avessi insultata.

«Adesso?»

C’era rabbia nella sua voce.

Ma non solo.

C’era desiderio. C’era orgoglio ferito. C’era quella cosa folle e bellissima per cui Arianna, che passava la vita a controllare tutto, non voleva essere salvata dal controllo proprio nel momento in cui aveva scelto di perderlo.

Mi prese la mano e la riportò su di sé.

«Niente battute,» sussurrò.

La guardai.

Era vicina, spettinata, accaldata, con le labbra gonfie di baci trattenuti e gli occhi lucidi nel buio. Aveva perso l’aria intoccabile. Non il potere. Quello no. Ma la distanza sì.

«Non ne ho,» dissi.

E fu vero.

Arianna rimase ferma un istante.

Poi mi baciò con una dolcezza cattiva, quasi incredula.

Prima di andare avanti…

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