Potevo quasi sentire il suo sistema nervoso scricchiolare.
«Okay. Riorganizziamo.»
«La parola più erotica della serata,» dissi.
Lei mi indicò con la penna. «Tu taci.»
«Vedi? Dominante.»
«Dario.»
«Taccio.»
Non tacqui davvero, ma l’intenzione valeva qualcosa.
La discussione degenerò in otto minuti di caos: Ludo voleva dormire in veranda “come nei film”, Serena rifiutava per motivi di zanzare e dignità, Michele sosteneva di poter dormire nella vasca anche se non c’era una vasca, Fede aveva già occupato mezzo letto matrimoniale con la tecnica del corpo morto.
Alla fine la situazione era questa: una camera a Serena e Ludo, una a Michele e Fede, una specie di materassino a terra per chi aveva perso ogni speranza, e il divano letto in salotto.
Il divano letto.
Quel coso.
Lo guardammo tutti come si guarda un animale ferito.
«Ari,» disse Ludo, già mezza addormentata contro il muro. «Tu dormi lì.»
Arianna alzò la testa. «Io?»
«Sì. Sei piccola.»
«Non sono piccola.»
«Sei organizzata, è simile.»
«Non ha senso.»
«Dario pure.»
Silenzio.
Io mi voltai lentamente verso Ludo.
Arianna fece lo stesso.
Serena, dietro di lei, smise perfino di bere.
«No,» dissi.
«No,» disse Arianna nello stesso momento.
Troppo veloce.
Troppo insieme.
Ludo sorrise con l’aria ubriaca e geniale di chi ha appena rovinato una vita e ne è fiera.
«Tanto vi odiate, quindi non succede niente.»
Michele esplose in una risata. «Logica perfetta.»
«Non è logica,» disse Arianna. «È demenza.»
«È vacanza,» disse Ludo. «In vacanza la demenza è logica.»
«Io dormo per terra,» dissi.
Serena guardò il pavimento. C’erano sabbia, briciole, una ciabatta capovolta e qualcosa che sembrava una patatina ma poteva anche essere un reperto archeologico.
«Auguri.»
«Dormo fuori.»
«Ci sono le zanzare.»
«Dormo in macchina.»
«Hai lasciato i finestrini aperti,» disse Michele.
Lo fissai.
«Perché lo sai?»
«Perché ci ho messo le infradito.»
«Tu sei un problema sociale.»
Arianna incrociò le braccia.
Errore.
Il vestito leggero le si tese sul seno e io guardai altrove con la delicatezza di un colpevole.
Lei se ne accorse.
Naturalmente.
«Io non dormo con lui.»
«Grazie,» dissi. «Detto così sembra che io sia un’infezione.»
«Non volevo offenderti.»
«Ah no?»
«Volevo essere precisa.»
Ludo batté le mani. «Perfetto, avete già il mood da coppia sposata.»
«Prima lo ammazzo,» disse Arianna.
«Quindi c’è un dopo,» ripetei.
Questa volta non rise nessuno subito.
Perché la frase era già successa a cena.
Perché sotto il tavolo il suo piede aveva toccato il mio.
Perché dietro il telo della doccia lei mi aveva guardato da sopra una spalla bagnata.
Perché, forse, ormai le battute avevano cominciato a ricordarsi delle cose.
Serena ci guardò entrambi.
E capì.
Non so cosa, ma capì.
«Ragazzi,» disse con calma. «È una notte. Il divano è grande. Siete adulti.»
«Lui no,» disse Arianna.
«Io sono adultissimo.»
«Hai detto “birre emotive” due ore fa.»
«Era Michele.»
«Peggio. Lo hai apprezzato.»
Michele alzò la mano dalla stanza. «Le birre emotive sono una filosofia.»
Arianna sospirò.
Io sospirai.
Entrambi troppo forte.
Ludo indicò il divano letto. «Apritelo, almeno.»
Lo aprii io, perché a quanto pare nella vita esistono momenti in cui un uomo deve affrontare il proprio destino e tirare fuori un materasso da un divano Ikea senza bestemmiare davanti a sette testimoni.
Bestemmiai lo stesso.
Il divano cigolò.
Si bloccò a metà.
Michele provò ad aiutarmi e peggiorò tutto.
Serena lesse le istruzioni trovate sotto un cuscino, che non erano di quel divano ma di un tostapane.
Arianna, dopo tre minuti di sofferenza, si avvicinò.
«Spostati.»
«So farlo.»
«Lo stai aggredendo.»
«Lui ha iniziato.»
«Spostati, Dario.»
Mi spostai.
Lei si chinò davanti al divano, afferrò la struttura e tirò nel punto giusto. Il meccanismo scattò subito.
Naturalmente.
Il materasso uscì con un gemito metallico, si aprì storto e rimase inclinato leggermente verso il centro.
Arianna si rialzò, sistemando il vestito sulle cosce.
«Visto?»
«Hai sedotto il divano.»
«Qualcuno doveva farlo funzionare.»
«Io l’avevo quasi convinto.»
«Tu lo stavi traumatizzando.»
Mi avvicinai per controllare il materasso. Era sottile, vecchio, coperto da un lenzuolo che Serena aveva appena lanciato sopra con pietà.
Mi sedetti su un bordo.
Il materasso sprofondò.
Poi scivolai leggermente verso il centro.
Arianna lo vide.
Io la vidi vedere.
Nessuno disse niente.
Poi lei si sedette dall’altro lato per provare.
Anche lei scivolò appena verso il centro.
Le nostre gambe si avvicinarono di qualche centimetro senza che nessuno dei due facesse nulla.
Il letto ci aveva appena traditi.
Subito.
Senza nemmeno aspettare il buio.
«No,» disse Arianna.
«Non ho fatto niente.»
«Lo so. È questo il problema.»
Ludo rise dal corridoio. «Vedete? Vi odiate benissimo.»
«Ludo,» disse Arianna, «domani ti affogo.»
«Prima colazione però.»
Serena prese il suo cuscino e passò accanto a me. Sottovoce, senza farsi sentire dagli altri, disse:
«Comportati bene.»
«Sempre.»
Mi guardò.
«Meglio di così.»
Poi guardò Arianna.
Non disse niente a lei.
Peggio.
Le sorrise.
Arianna distolse lo sguardo troppo in fretta.
Il salotto si svuotò lentamente. Uno alla volta sparirono tutti nelle stanze, portandosi dietro risate, asciugamani, caricabatterie, bottiglie d’acqua, minacce di morte e la stanchezza appiccicosa della giornata. Restammo io, Arianna, il divano letto inclinato e il ventilatore che girava come un testimone inutile.
Lei prese un cuscino e lo mise al centro del materasso.
Una barriera.
Ridicola.
Offensiva.
«Davvero?» chiesi.
«Confine.»
«Sembra Berlino, ma con meno cemento.»
«Se serve, domani aggiungo filo spinato.»
«Hai paura che invada?»
Arianna si fermò con le mani sul lenzuolo.
Era in piedi dall’altra parte del divano, il vestito leggero, i capelli ormai asciutti a metà, gli occhiali tolti e appoggiati sul tavolino. Senza occhiali sembrava più giovane, più stanca, più vera. Ma non più innocua.
Mi guardò.
«Hai detto tu che ti piace invadere il mio spazio.»
La frase tornò tra noi.
Calda.
Precisa.
Sotto la pelle.
Io aprii la bocca per fare una battuta.
Per una volta, non uscì subito.
«Era a cena,» dissi.
«Era vero.»
Il ventilatore fece un giro inutile.
Da fuori arrivò il rumore dei grilli, una moto lontana, qualcuno che rideva in strada. Il mare era invisibile, ma l’odore c’era ancora. Nei muri, nei capelli, nel lenzuolo ruvido, sulla pelle di Arianna.
Lei si sdraiò per prima, voltandomi le spalle.
«Non russare.»
«Non russo.»
«Non respirare forte.»
«Vuoi una lista?»
«Ce l’ho già.»
Mi sdraiai anch’io, dal mio lato della barriera.
Il materasso cigolò.
Scivolai di nuovo appena verso il centro.
Anche lei.
Il cuscino tra noi si piegò.
Arianna rimase immobile.
Io fissai il soffitto.
«Questo letto è fatto male,» sussurrai.
«No,» disse lei, senza voltarsi. «È solo coerente con te.»
«Quindi irresistibile?»
«Difettoso.»
«Ma presente.»
Lei non rispose.
Però nel buio caldo del salotto, con il lenzuolo leggero sulle gambe e l’odore del mare ancora addosso, sentii il suo respiro cambiare.
Poco.
Quasi niente.
Abbastanza per farmi capire che la giornata non era finita.
Era solo diventata più silenziosa.
Il salotto, di notte, sembrava più piccolo.
Non so se fosse colpa del buio, del caldo, del fatto che eravamo tutti mezzi morti o della quantità indecente di corpi adulti sistemati in una stanza pensata al massimo per due pensionati e un cruciverba. Però era così: il salotto si era ristretto.
Michele russava sul materasso a terra con la bocca aperta e un braccio buttato fuori dal lenzuolo, come un naufrago felice di aver rinunciato alla dignità. Serena dormiva o fingeva di dormire, che con Serena era sempre una questione aperta sul divano piccolo, rannicchiata sotto un telo leggero. Ludo era avvolta in un telo mare a righe, abbandonata su un cuscino come una mummia da stabilimento balneare.
Qualcuno aveva lasciato un telefono in carica vicino alla presa, con lo schermo che ogni tanto si illuminava da solo, azzurro e indiscreto.
La finestra era aperta.
Da fuori entravano i grilli, il caldo, il rumore lontano di un motorino, l’odore del mare che sembrava essersi infilato nei muri e non volersene più andare. Il ventilatore, appoggiato su una sedia, muoveva appena le tende. Non rinfrescava. Osservava.
Io ero sdraiato sul lato destro del divano letto.
Arianna sul sinistro.
Tra noi c’era un cuscino messo lì da lei con la stessa energia morale con cui si costruiscono i confini tra Stati ostili.
Solo che il divano letto era inclinato verso il centro.
Naturalmente.
Perché anche i mobili, quella sera, avevano deciso di avere una posizione.
All’inizio stavamo schiena contro schiena. O meglio: cercavamo di stare schiena contro schiena senza toccarci, che era un esercizio impossibile, una forma avanzata di yoga per persone represse.
Lei aveva una maglietta larga addosso, chiara, morbida, messa sopra il costume o forse sopra qualcosa di ancora più leggero. Non lo sapevo. Non volevo saperlo. Anzi, volevo saperlo moltissimo, ed era proprio quello il problema.
Io avevo solo i boxer.
Il lenzuolo era sottile, inutile, appiccicato alle gambe. La pelle mi sapeva ancora di sale. Sentivo granelli di sabbia in punti in cui la sabbia non dovrebbe mai essere invitata. La schiena di Arianna era vicina alla mia, calda, ferma, ostinatamente presente.
Lei si mosse appena.
Il materasso cigolò.
«Non occupare tutto,» sussurrò.
«Sto respirando.»
«Fallo più in là.»
«Sei insopportabile anche in orizzontale.»
«Tu sei ingombrante anche da fermo.»
«È un talento.»
«È un problema.»
Poi silenzio.
Un silenzio strano.
Non quello comodo delle persone che dormono. Quello teso delle persone sveglissime che fingono di non esserlo. Sentivo Michele russare, Ludo sospirare ogni tanto, Serena muoversi appena sul divano piccolo. Sentivo il ventilatore grattare l’aria. Sentivo Arianna respirare.
