Vai al contenuto
Erotika
Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Racconto55 min di lettura

Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE

In una villetta troppo piena e troppo calda, due nemici storici finiscono nello stesso divano letto. Tra salsedine, battute cattive e corpi troppo vicini, l’odio smette di fare rumore e diventa desiderio.

Asiadu01
3 mesi fa · 1.1k letture · 2

Il mare si sentiva anche lì, anche senza vederlo. Entrava dall’aria, dal rumore lontano delle onde, dalle infradito mollate vicino alla porta, dai capelli umidi di tutti, dai segni dei costumi sulle spalle.

Arianna uscì dalla stanza con un vestito leggero color sabbia sopra il costume.

E gli occhiali.

Male.

Malissimo.

Gli occhiali la rendevano di nuovo padrona di sé. Solo che io ormai l’avevo vista dietro il telo, senza quella barriera sottile, con le spalle bagnate, il costume abbassato sulle scapole e l’acqua che le scendeva addosso. Quindi gli occhiali non la rendevano più solo intelligente e misteriosa.

La rendevano una che stava fingendo.

E io avevo visto una crepa.

«Posto libero qui,» disse Ludo, battendo la mano sulla sedia accanto alla mia.

Arianna guardò la sedia.

Poi me.

«No.»

«Ari, è una cena, non un matrimonio.»

«Appunto.»

«Dai, siediti,» disse Serena. «Così vi controllo.»

«Non siamo bambini.»

«No,» disse Michele. «I bambini sono meno rancorosi.»

Arianna sospirò e si sedette accanto a me con la faccia di una martire costretta a morire per una causa stupida.

La sedia era troppo vicina.

Il tavolo era troppo basso.

La veranda troppo calda.

La sua coscia sfiorò la mia appena si sedette.

Nessuno dei due disse niente.

Questo fu il primo problema.

Il secondo fu che lei profumava ancora di doccia, ma sotto il sapone c’era lo stesso odore di prima. Mare. Doposole. Pelle. Quell’odore mi arrivava ogni volta che si sporgeva per prendere il pane, ogni volta che alzava il bicchiere, ogni volta che si passava una mano tra i capelli ancora umidi alla nuca.

«Passami il sale,» disse, senza guardarmi.

«Sei sicura che ti serva? Ne hai già parecchio addosso.»

Lei girò appena la testa.

«Era una battuta sul carattere o sulla spiaggia?»

«Mi piace essere ambiguo.»

«Ti piace essere fastidioso.»

«Sono multiforme.»

«Come la muffa.»

Michele rise con la bocca piena. Serena gli tirò un tovagliolo.

«Non ridere mentre mastichi, che sembri un tricheco in crisi.»

«Io amo questa compagnia,» disse Ludo. «Siamo una famiglia, ma con più traumi.»

Arianna prese il sale da sola, sfiorandomi il braccio con il suo.

Non era necessario.

Lo fece lo stesso.

O forse no.

Con lei stavo impazzendo: ogni movimento poteva essere casuale, ogni casualità poteva essere un avvertimento.

«Hai finito di fissare il mio bicchiere?» mi chiese.

«Controllavo se bevevi abbastanza.»

«Da quando ti interessa la mia idratazione?»

«Da quando potresti scioglierti e lasciarci finalmente in pace.»

Lei bevve un sorso di vino, senza staccarmi gli occhi di dosso.

Poi si leccò appena il labbro inferiore.

Solo per togliere una goccia.

Sicuramente.

Certo.

«Che premuroso.»

«Sono pieno di qualità nascoste.»

«Tienile nascoste.»

«Perché? Hai paura di scoprirle?»

Arianna posò il bicchiere.

«Io di te non ho paura.»

Lo disse piano, ma abbastanza perché lo sentissi solo io.

Il tavolo continuava a parlare sopra di noi. Michele raccontava una storia senza finale. Ludo rideva. Serena tagliava l’anguria con un coltello troppo grosso, lanciandoci ogni tanto occhiate laterali.

Sotto il tavolo, il ginocchio di Arianna toccò il mio.

Poco.

Poteva essere lo spazio.

Poteva essere la sedia.

Poteva essere la veranda costruita da un architetto sadico.

Non si spostò.

Nemmeno io.

Il contatto era stupido, minuscolo. Pelle contro pelle, perché eravamo entrambi in pantaloncini/costume, ancora caldi di sole. Eppure mi fece più effetto di quanto fosse ragionevole. Sentivo il suo ginocchio contro il mio, fermo, ostinato. Come lei. Come una frase non detta.

Arianna continuava a mangiare.

Serena continuava a fingere di non guardare.

Io presi il bicchiere e bevvi troppo vino.

Poi, sotto il tavolo, il piede nudo di Arianna sfiorò il mio.

Lì la guardai.

Lei aveva gli occhi sul piatto.

Troppo innocente.

Troppo preparata.

«Hai bisogno di tutto questo spazio?» disse, senza alzare lo sguardo.

«No.»

Il suo piede rimase vicino al mio. La caviglia leggera, la pelle calda, un granello di sabbia ancora attaccato al dorso.

«Mi piace invadere il tuo.»

Arianna alzò finalmente gli occhi.

Per un secondo non ci fu battuta.

Non subito.

Il suo sguardo si fece più fermo, meno sarcastico. Le labbra si aprirono appena, poi tornarono chiuse. Mi guardò come se avessi detto qualcosa di troppo vero e lei stesse decidendo se punirmi o tenerlo.

«È la frase più onesta che ti abbia mai sentito dire.»

Mi mancò una risposta.

Evento raro, da segnalare alla protezione civile.

Per fortuna Michele intervenne con la grazia di un camion.

«Voi due prima o poi vi ammazzate o vi sposate.»

Ludo alzò il bicchiere. «Io voto matrimonio tossico.»

«Io voto omicidio passionale,» disse Serena.

«Io voto che mi passiate il pane,» disse Fede dall’altra parte del tavolo.

Arianna si appoggiò allo schienale, recuperando il controllo come una che richiude una porta appena in tempo.

«Prima lo ammazzo.»

«Quindi c’è un dopo,» dissi.

Il gruppo rise.

Lei no.

O meglio, rise troppo poco.

Il suo ginocchio era ancora contro il mio.

E quando provai a spostarmi leggermente, fu lei a seguirmi di un centimetro.

Quasi niente.

Abbastanza.

La cena proseguì in quella forma di degrado felice che hanno solo le vacanze riuscite male: vino tiepido, cozze divorate, bruschette cadute sui vestiti, Michele punto da una zanzara sulla fronte, Ludo che voleva organizzare un falò anche se non avevamo legna, Serena che diceva “no” a tutto e poi veniva comunque.

Arianna diventava più morbida con il vino.

Non dolce.

Mai dolce.

Ma meno armata. Rideva un po’ di più. Si sistemava i capelli dietro l’orecchio più spesso. Ogni tanto dimenticava di essere in guerra e mi passava una bottiglia, un tovagliolo, una fetta d’anguria, sfiorandomi sempre appena.

O forse ero io a leggere tutto male.

Il desiderio è una pessima lente: ingrandisce le cose piccole e rende erotica anche una forchetta.

A un certo punto le cadde una goccia di succo d’anguria sul polso.

Lei la guardò.

Io pure.

Poi se la portò alle labbra e la tolse con un gesto rapido, distratto.

Doveva essere niente.

Assolutamente niente.

Invece mi tornò in mente la doccia. L’acqua sulle spalle. Il costume bagnato. Il pensiero idiota del mare sulla sua pelle.

Arianna mi vide guardare.

Di nuovo.

«Ti serve un’altra foto?»

«No. Questa l’ho memorizzata.»

Si fermò.

Quella volta non rispose subito.

«Almeno stai migliorando.»

«Grazie, prof.»

«Non chiamarmi prof.»

«Principessa?»

«Nemmeno.»

«Ari?»

Le uscì uno sguardo diverso.

Più rapido.

Più scoperto.

Il soprannome era scivolato fuori senza pensarci, e forse proprio per questo fece più rumore delle battute. Lei si voltò verso il piatto, prendendo un’altra forchettata di pasta.

«Non ti allargare.»

«Troppo tardi.»

«Lo so.»

E sotto il tavolo il suo piede sfiorò di nuovo il mio.

Questa volta non per errore.

Dopo cena uscimmo.

Prima gelato, poi passeggiata sul lungomare, poi mezzo tentativo di falò finito male perché nessuno aveva un accendino funzionante tranne Michele, che lo usò per aprire una birra e lo perse nella sabbia. La notte era calda e viva, piena di motorini, musica dai lidi, ragazzi sudati, coppie appoggiate ai muretti, odore di fritto, mare nero e doposole.

Arianna camminava davanti a me con Serena e Ludo.

Il vestito le ondeggiava sulle cosce, leggero, traditore. Ogni tanto il vento lo muoveva appena e mostrava la linea piena dei fianchi, il profilo del sedere, le gambe scaldate dal giorno. Lei non si voltava mai.

Tranne quando lo faceva.

Una volta soltanto, davanti a una gelateria, mentre Ludo litigava col gusto pistacchio perché “non era abbastanza verde”.

Arianna si girò verso di me.

Io avevo un cono in mano e probabilmente la faccia di uno che stava pensando troppe cose non adatte a un luogo pubblico.

«Che c’è?» chiese.

«Niente.»

«Tu hai sempre un niente colpevole.»

«È il mio niente migliore.»

Lei si avvicinò di mezzo passo e mi rubò un assaggio di gelato dal cono. Senza chiedere. Senza avvisare. Lingua rapida, labbra appena chiuse sul bordo, poi via.

Io rimasi fermo.

«Ehi.»

«Era autorizzato,» disse.

«Da chi?»

«Da me.»

«Funziona sempre così?»

«Con te sì.»

Mi restituì uno sguardo serio, poi tornò dalle altre.

Michele mi diede una gomitata. «Fratello, ti ha appena dominato il cono.»

«Non parlare mai più.»

Quando rientrammo alla villetta era oltre mezzanotte e la casa sembrava ancora più piccola. O forse eravamo noi più grandi di sudore, vino, sabbia e stanchezza.

Il salotto era un campo profughi.

Borse aperte, vestiti ovunque, telefoni in carica, bottiglie mezze vuote, asciugamani appesi a sedie che ormai avevano perso la loro identità. Il ventilatore girava lento e disperato. Dal bagno arrivava il ronzio di una zanzara che sembrava pilotata.

«Allora,» disse Arianna, recuperando il quaderno dal tavolo. «Camere.»

«No,» gemette Michele. «Ti prego, no la burocrazia del sonno.»

«Qualcuno deve decidere.»

«Lasciamo decidere al destino.»

«Il destino ti ha fatto perdere un accendino nella sabbia.»

«Era un sacrificio.»

Ludo si buttò sul divano. «Io dormo dove cado.»

«Non puoi,» disse Arianna.

«Perché?»

«Perché sei caduta sul divano letto.»

«Perfetto.»

«È per due persone.»

«Io valgo due.»

Serena entrò dalla camera piccola con una faccia strana. «Problema.»

Tutti ci voltammo.

«Quale dei tanti?» chiesi.

«Il materasso gonfiabile è bucato.»

Michele alzò una mano. «Non sono stato io.»

«Nessuno ti aveva accusato.»

«Mi sembrava corretto anticipare.»

Serena continuò: «E nella camera con i letti singoli c’è un’invasione di zanzare. Tipo documentario.»

«Non esagerare,» disse Ludo.

In quel momento Fede uscì dalla stanza grattandosi un braccio. «Io lì non ci dormo. Mi hanno preso per buffet.»

Arianna chiuse gli occhi.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 6 senza votare
Pagina 5 di 8 · 0%

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista