Vai al contenuto
Erotika
Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Racconto55 min di lettura

Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE

In una villetta troppo piena e troppo calda, due nemici storici finiscono nello stesso divano letto. Tra salsedine, battute cattive e corpi troppo vicini, l’odio smette di fare rumore e diventa desiderio.

Asiadu01
3 mesi fa · 1.1k letture · 2

«Tu ridi, ma sei quella che ieri ha intasato un lavandino con i glitter.»

«Erano glitter emotivi.»

Arianna la ignorò e indicò me. «Tu non entrare in casa con i piedi così.»

Guardai i miei piedi. Sabbia ovunque, in effetti. Anche tra le dita, luogo in cui la sabbia decide di trasferirsi stabilmente come certi parenti dopo le feste.

«Sto portando il mare dentro.»

«Tu porti sempre dentro qualcosa che nessuno ha chiesto.»

«Tipo il buonumore?»

«Tipo problemi.»

Sorrisi. Lei no.

Però aveva le labbra più morbide quando era stanca. Meno taglienti, almeno all’apparenza. Il sole le aveva scaldato la pelle, le guance, il petto scoperto dal vestito. Aveva ancora la salsedine addosso, sulle clavicole, sul collo, in quei piccoli punti lucidi dove la luce entrava e si fermava.

Mi accorsi che la stavo guardando.

Lei pure.

«Cosa c’è?»

«Niente.»

«Hai la faccia di uno che sta per dire una stronzata.»

«Allora mi conosci meglio di quanto ammetti.»

«Ti conosco abbastanza per prevenirti.»

«Che intimità.»

«Che disgrazia.»

A quel punto Ludo passò tra noi con due asciugamani in braccio. «Io mi faccio la doccia per prima prima che Arianna istituisca i turni con il timbro.»

«Troppo tardi,» disse Serena, indicando il quaderno lasciato sul tavolo.

Sul quaderno, ovviamente, c’era già scritto: docce.

Con orari.

E frecce.

E probabilmente una nota contro di me.

«Tu sei malata,» dissi ad Arianna.

«Tu sei sporco. È peggio.»

«Vuoi lavarmi tu?»

Lo dissi per battuta.

Davvero.

Nel mio cervello doveva suonare leggero, stupido, innocuo. Invece uscì un filo più basso. Più secco. Più vicino al pensiero di quanto avrei voluto.

Arianna rimase ferma mezzo secondo.

Mezzo secondo soltanto.

Poi mi sorrise con quella sua calma cattiva. «Non ho abbastanza disinfettante.»

Michele scoppiò a ridere così forte che gli cadde una bottiglia d’acqua dal braccio.

Io annuii. «Giusto. Igiene prima di tutto.»

«Finalmente dici qualcosa di sensato.»

«Me lo segno, così succede di nuovo tra altri sei mesi.»

La doccia esterna era sul retro della villetta, in un angolo del giardino delimitato da due muretti bassi, una pianta spelacchiata di bouganville e un telo da mare appeso male a un filo. Il telo era rosso scolorito, con una fantasia di limoni che forse all’inizio doveva essere allegra e adesso sembrava una minaccia. Si muoveva al vento caldo, lasciando intravedere a tratti pezzi di corpo, schizzi d’acqua, gomiti, ginocchia, profili.

Prima Ludo. Che cantò.

Poi Michele. Che urlò perché l’acqua era fredda, poi disse che era “un’esperienza spirituale”, poi uscì ancora pieno di sabbia.

Poi Serena, rapida e composta, come se anche sotto una doccia da giardino conservasse una forma di superiorità.

Arianna andò dopo.

Io, in teoria, dovevo andare a prendere una birra dal frigo esterno.

In teoria.

Il frigo esterno era davvero lì, a due metri dalla doccia. Una di quelle coincidenze architettoniche che sembrano scritte da un uomo solo, sudato e con problemi di gestione del desiderio.

Presi tempo in cucina, poi uscii in giardino con l’andatura più casuale che riuscii a produrre. Che, conoscendomi, doveva sembrare quella di un ladro di biciclette durante un interrogatorio.

L’acqua era già aperta.

Scrosciava contro le piastrelle ruvide del piccolo angolo doccia, poi cadeva sul cemento, trascinando via sabbia, sale, fili d’erba. Il telo ondeggiava piano. Non abbastanza da mostrare tutto. Abbastanza da rovinarmi la vita.

Vidi una spalla.

Poi la linea del collo.

Poi il profilo di Arianna, voltata di tre quarti, con il viso inclinato all’indietro sotto il getto. I capelli castani erano tirati su con una mano, pesanti d’acqua, lasciandole scoperta la nuca. Il costume azzurro era abbassato sulle scapole, non fino a renderla nuda davvero, non in modo sporco o rubato, ma abbastanza perché la pelle scoperta sembrasse una cosa proibita anche se era solo schiena.

Una schiena morbida, chiara, bagnata.

Le gocce le scivolavano lungo le spalle, seguivano la curva delle scapole, correvano giù verso il punto in cui il costume tornava a coprirla. Ogni tanto il telo si muoveva e mostrava il profilo del seno contenuto dalla stoffa bagnata, la linea piena del fianco, la pancia morbida che si tendeva appena quando alzava il braccio per insaponarsi.

Non vidi nulla che non avrei dovuto vedere.

Però vidi abbastanza.

Abbastanza per capire che il mare non le era rimasto solo addosso: sembrava entrato nel modo in cui si muoveva, lento, pesante, salato. L’acqua le rendeva la pelle lucida, più viva. Il sole, anche lì dietro la casa, sembrava non volerle uscire dal corpo.

Aprii il frigo esterno.

Il frigo fece un rumore ridicolo.

Arianna si immobilizzò.

Il telo si mosse.

Io presi una birra a caso, con la stessa naturalezza di un prete in un sexy shop.

«Sei sempre dove non dovresti essere.»

La sua voce arrivò da dietro il telo. Bassa. Ferma.

Io chiusi il frigo. «È casa piccola.»

«Il giardino è enorme.»

«E tu fai casino come una fontana rotta.»

Per un secondo sentii solo l’acqua.

Poi il telo si spostò appena e Arianna mi guardò da sopra la spalla.

Aveva i capelli bagnati tirati da un lato, una ciocca incollata alla guancia, gli occhi scuri più seri del solito. Le gocce le correvano sul collo e si fermavano nel piccolo incavo della clavicola. Non aveva gli occhiali, e senza occhiali sembrava meno controllata. Più pericolosa, quindi.

«Stai prendendo una birra o stai facendo il guardiano del faro?»

Sollevai la bottiglia. «Birra.»

«Allora cammina.»

«Non volevo disturbare.»

«Tu disturbi anche quando respiri.»

«Hai mai pensato che magari respiro per te?»

«Ho pensato a cose peggiori.»

«Su di me?»

«Soprattutto.»

Lei si girò appena, abbastanza da nascondersi meglio dietro il telo, ma abbastanza anche da far muovere la stoffa del costume sulla sua pelle bagnata. Mi imposi di guardarla in faccia. Grande scelta etica. Durò due secondi e mezzo.

Poi il bagnoschiuma mi arrivò addosso.

Lo presi al volo per miracolo.

«Ehi.»

«Già che sei lì, renditi utile. Passamelo.»

«Me l’hai appena lanciato.»

«Sì. Ora restituiscilo.»

«Questa è una relazione tossica con gli oggetti.»

«È una relazione tossica con te.»

Mi avvicinai di un passo.

Non troppo.

Giusto quanto bastava per allungare il braccio verso il telo. Lei mise fuori una mano bagnata. Le dita erano sottili, scivolose, le unghie senza smalto, naturali. Quando prese il flacone, sfiorò la mia mano. Un contatto brevissimo. Acqua fredda contro pelle calda.

Arianna non ritirò subito la mano.

Nemmeno io.

Il getto continuava a scendere alle sue spalle. Il telo si gonfiava piano con il vento e le aderiva a tratti al corpo, disegnando più di quanto coprisse. Sentivo l’odore del sapone, ma sotto c’era ancora lei: sale, crema solare scaldata dal pomeriggio, pelle bagnata, doposole, un fondo dolce e sporco di estate.

Arianna non profumava di profumo.

Sapeva di mare.

Non in senso poetico, non da frase scritta sui muri dei lidi o sulle magliette vendute a dieci euro. Sapeva proprio di sale rimasto sulla pelle, di acqua marina asciugata male, di costume bagnato portato troppo a lungo, di sole entrato nei capelli e nel collo. Era una cosa stupida, quasi volgare da pensare, ma mi passò per la testa così, senza permesso: perfino il suo seno, sotto quel costume ancora umido, doveva sapere di mare.

Quel pensiero mi fece odiare me stesso per circa mezzo secondo.

Poi mi piacque troppo per continuare a odiarmi.

Arianna strinse il flacone.

«Dario.»

«Sì?»

«Stai guardando.»

«Sto passando il bagnoschiuma.»

«Il bagnoschiuma è nella mia mano.»

Guardai il flacone. Poi lei.

«Allora sto supervisionando.»

«Se vuoi ti supervisiono io con una ciabatta.»

«Strumento sottovalutato.»

«Su di te no. Sarebbe perfetto.»

Sorrisi, ma lei no.

O meglio, la sua bocca non sorrise.

Gli occhi sì.

Poco.

Quel tanto che bastava per farmi capire che la linea tra irritarla e piacerle era sottile, mobile, probabilmente illegale.

«Ti lascio alla tua fontana,» dissi.

«Bravo.»

Feci due passi indietro.

Poi lei aggiunse: «Dario.»

Mi voltai.

Il telo le copriva quasi tutto, ma non il volto. Aveva la testa piegata appena di lato, l’acqua che le batteva sulle spalle, la bocca rilassata in quell’espressione seria e imbronciata che ormai cominciava a sembrarmi meno un carattere e più una tortura personale.

«La prossima volta bussa.»

«Al telo?»

«Alla decenza.»

«Non sapevo abitasse qui.»

«Infatti con te non si sente al sicuro.»

«La proteggerò.»

«Da te stesso?»

«Missione impossibile.»

Per la prima volta, Arianna rise.

Piano.

Una risata corta, quasi trattenuta, subito coperta dall’acqua. Ma la sentii. E fu peggio di qualsiasi cosa avessi visto.

Perché vederla era già complicato.

Sentirla cedere un millimetro era pericoloso.

Rientrai in casa con la birra in mano e una sensazione addosso che non c’entrava niente con il caldo. Michele mi guardò dal divano.

«Tutto bene?»

«Sì.»

«Hai preso una birra calda.»

Abbassai gli occhi.

La bottiglia era tiepida.

«Era per coerenza con la casa.»

Serena, seduta sul tavolo con i piedi su una sedia, mi guardò sopra il bordo del bicchiere.

Non disse niente.

Peggio.

Sorrise come una persona che aveva capito troppo.

La cena iniziò tre ore dopo, quando eravamo tutti più cotti, più affamati e meno educati.

La veranda era una trappola.

Un tavolo stretto, sedie di plastica instabili, zanzare con ambizioni criminali, tovaglioli che si appiccicavano agli avambracci, bicchieri di vino bianco già tiepido dopo quattro minuti. Sopra c’era di tutto: bruschette con pomodori che cadevano ovunque, cozze, pasta in una ciotola enorme, pane, anguria finalmente tagliata, patatine, una bottiglia di olio lasciata al sole e diventata arma chimica.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 5 senza votare
Pagina 4 di 8 · 0%

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista