«Non incoraggiate il bullismo,» dissi.
«Non è bullismo se è accurato,» disse Serena.
Arianna mi passò accanto nuotando piano, con un sorriso quasi invisibile. L’acqua le muoveva intorno al corpo, sollevandole i capelli, addolcendo per un istante quella sua aria sempre dura. Mi superò senza toccarmi, ma abbastanza vicina da farmi sentire la scia fredda della sua pelle nell’acqua.
«Comunque,» disse senza voltarsi, «se proprio devi fissare, almeno fallo meglio. Così sembri un turista tedesco al primo topless.»
«Sto prendendo appunti mentali.»
«Bruciali.»
«Sono impermeabili.»
Lei mi schizzò di nuovo.
Quello fu il momento in cui, molto stupidamente, cominciammo una guerra.
Non una guerra seria. Una di quelle cose da mare, infantili e fisiche, in cui nessuno ammette di divertirsi ma tutti stanno sorridendo. Michele provò a fare l’arbitro e fu affondato da Ludo. Serena si limitò a stare in acqua fino alla vita e a dichiarare che eravamo tutti “emotivamente dodicenni”.
Arianna era pericolosa anche lì.
Non perché fosse forte. Perché non perdeva mai del tutto il controllo. Anche mentre rideva, anche mentre mi schizzava, anche mentre cercava di spingermi giù, c’era sempre quella sfida nello sguardo. Come se ogni gioco fosse una prova, ogni contatto un’accusa.
Io le presi le mani per bloccarla quando provò a buttarmi acqua in faccia.
Lei si fermò.
Le nostre dita rimasero intrecciate un istante.
Troppo poco per essere qualcosa.
Troppo per essere niente.
L’acqua ci arrivava al petto. Intorno gli altri urlavano, ridevano, facevano casino. Ma Arianna smise di muoversi. Io sentii i suoi polsi sotto le dita, sottili, freschi, la pelle liscia resa scivolosa dal mare.
Lei abbassò lo sguardo sulle nostre mani.
Poi lo rialzò su di me.
«Stai barando.»
«Sto sopravvivendo.»
«Lasciami.»
La lasciai subito.
Non per paura.
O forse sì.
Lei arretrò di mezzo passo, e per mascherare qualcosa mi schizzò di nuovo in faccia con una violenza assolutamente non proporzionata.
«Vedi?» dissi tossendo. «Questa è aggressività repressa.»
«Non è repressa. È precisa.»
Uscimmo dall’acqua poco dopo, perché Michele aveva fame, Ludo voleva fare foto e Serena aveva decretato che il sole “stava diventando personale”.
Io arrivai al nostro accampamento prima degli altri e mi buttai sull’asciugamano, con la pelle che friggeva appena nell’aria. La sabbia mi si incollava ai gomiti, il costume gocciolava, il sole mi batteva sulle palpebre chiuse.
Stavo quasi bene.
Poi sentii Ludo dire: «Ari, girati un attimo che ti faccio una foto, sei assurda.»
Errore.
Aprii gli occhi.
Arianna stava uscendo dall’acqua.
E lì il mondo, che già di suo non era un granché come posto equilibrato, diventò francamente scorretto.
Camminava verso di noi con il mare che le scivolava addosso. I capelli erano tirati indietro, scuri e pesanti, il viso lucido, le labbra appena dischiuse per il respiro. La pelle chiara brillava sotto il sole, puntinata di gocce. Il costume azzurro le aderiva come una seconda pelle, più scuro dove era bagnato, incollandosi al seno pieno, ai fianchi, alla pancia morbida e viva.
Non era una visione elegante.
Era peggio.
Era estate allo stato fisico.
Acqua marina sulla pelle. Sale sulle clavicole. Sabbia che già le si attaccava ai piedi. Il corpo lasciato in evidenza senza sforzo, senza posa, senza quella volgarità costruita che ti permette di difenderti pensando “sta facendo apposta”.
Arianna non stava facendo apposta.
Arianna stava solo tornando dall’acqua.
E io ero un idiota.
Feci finta di guardare il telefono.
Il telefono era spento.
Lei lo notò, ovviamente.
Mi passò davanti, prese l’asciugamano dalla sedia pieghevole e disse, senza nemmeno guardarmi:
«Hai la schermata nera molto interessante.»
«Stavo riflettendo.»
«Sulle mie tette?»
Michele sputò quasi la birra.
Serena alzò lentamente gli occhiali da sole. «Oh.»
Io tossii. «Sul senso della vita.»
Arianna si strizzò i capelli sulla sabbia. L’acqua cadde in una piccola pioggia scura vicino ai miei piedi.
«Allora sì,» disse. «Sulle mie tette.»
«Ti piacerebbe.»
Lei finalmente mi guardò.
Lì c’era il sole, il mare, gli amici, le urla dei bambini, la musica orrenda del lido accanto. Eppure per un istante mi sembrò di sentire solo il rumore dell’acqua che le cadeva addosso.
«No, Dario,» disse. «A te piacerebbe.»
Il problema di Arianna era che quando voleva colpire, colpiva basso.
E spesso prendeva bene.
Mi misi seduto. «Hai un’autostima ammirevole.»
«Ho occhi funzionanti.»
«Anch’io.»
«Lo so. Li usi male.»
Ludo, sdraiata a pancia in giù, sollevò un pollice. «Io vi shippo, ma in modo tossico.»
«Tu non shippare niente,» disse Arianna.
«Tanto prima o poi vi baciate urlandovi addosso.»
«Prima o poi lo sotterro nella sabbia.»
«Romantico anche quello,» dissi.
Arianna mi passò accanto per andare verso la borsa. Aveva l’asciugamano in mano. Io ero ancora seduto, lei troppo vicina. Forse fu intenzionale. Forse no. Con Arianna il problema era sempre quello: ogni incidente sembrava programmato e ogni provocazione sembrava negabile.
L’asciugamano bagnato mi colpì in pieno petto.
Freddo. Pesante. Una frustata morbida di acqua e sale.
«Oh.»
Lei si voltò con aria innocente.
«Scusa.»
«Ti è scivolato?»
«Sì.»
«Dalla mano al mio sterno?»
«Traiettoria complicata.»
Mi alzai per riflesso, più divertito che arrabbiato. Lei fece per superarmi di nuovo, ma l’asciugamano mi colpì una seconda volta, stavolta sul fianco.
E lì le presi il polso.
Non forte.
Non per farle male.
Solo abbastanza da fermarla.
La spiaggia continuò a fare spiaggia intorno a noi. Bambini, onde, palloni, risate, il venditore del cocco che gridava come se stesse annunciando un colpo di stato.
Ma noi restammo fermi.
Mezzo secondo.
Uno.
Forse due.
Le tenevo il polso tra le dita. La sua pelle era fredda di mare e calda di sole insieme, una cosa impossibile e concreta. Liscia, umida, viva. Sotto il mio pollice sentii il battito leggero, o forse me lo inventai perché ero già abbastanza cretino da romanticizzare un’aggressione con asciugamano.
Arianna guardò la mia mano.
Poi me.
E stavolta non sorrideva.
Nemmeno io.
Aveva gli occhi scuri, profondi, il viso ancora bagnato, le labbra ferme. Una goccia le scese dalla tempia alla guancia e poi giù, lungo il collo. Seguii quel movimento per una frazione di secondo e quando tornai ai suoi occhi lei lo sapeva già.
Lo sapeva tutto.
Sempre.
«Non toccarmi.»
La lasciai immediatamente.
«Mi hai colpito tu.»
Lei si massaggiò il polso, anche se non le avevo fatto niente. Gesto teatrale. Accusa sottile.
«Appunto. Era autorizzato solo quello.»
«Ah. Quindi tu puoi colpirmi.»
«Sì.»
«E io?»
«Tu puoi subire con dignità.»
«Mi stai chiedendo troppo.»
«Lo so.»
Tra noi passò un altro secondo.
Quello non lo vide nessuno, credo.
O forse Serena sì.
Serena vedeva cose anche quando sembrava dormire.
Arianna abbassò lo sguardo sul punto del mio petto dove l’asciugamano mi aveva colpito. La maglietta non c’era, ovviamente. Solo pelle bagnata, sale, il segno freddo dell’acqua. Poi tornò al mio viso.
«Ti sei offeso?»
«Moltissimo.»
«Bene.»
«Dovrai farti perdonare.»
Lei fece un sorriso piccolo, cattivo, quasi pigro.
«Aspetta sdraiato.»
«Già fatto.»
«Allora continua.»
Mi superò.
Questa volta senza colpirmi.
Però, mentre passava, la sua spalla sfiorò la mia.
Un contatto minimo.
Inutile.
Volontario, forse.
Mi lasciò addosso un odore di mare, crema solare e pelle bagnata che restò lì anche quando lei si sedette sul suo asciugamano, infilò gli occhiali da sole e fece finta che io fossi una zanzara particolarmente insistente.
Michele mi lanciò una patatina.
«Oh, Dà.»
«Che vuoi?»
«Stai perdendo sangue dal cuore?»
«Sto benissimo.»
Ludo rise. «No, secondo me gli ha rotto qualcosa.»
Serena, senza abbassare il libro che stava fingendo di leggere, disse: «Arianna rompe sempre qualcosa.»
Arianna non si mosse.
Solo le labbra le si piegarono appena.
«Solo quello che merita.»
Io mi sdraiai di nuovo, guardando il cielo bianco di caldo.
Il mare faceva rumore a pochi metri. La sabbia mi entrava ovunque. Il sole mi cuoceva la pelle. Gli altri ridevano, parlavano di pranzo, di aperitivo, di chi aveva dimenticato le carte, di chi avrebbe dormito dove.
Io pensavo ancora al suo polso nella mia mano.
A quella pelle fredda di acqua e calda di sole.
Al modo in cui aveva detto non toccarmi senza arretrare subito.
E al fatto che, per essere due persone che si odiavano da anni, ultimamente ci stavamo toccando un po’ troppo spesso.
Quando tornammo alla villetta, la casa ci accolse come una punizione.
Il sole del pomeriggio aveva trasformato i muri in termosifoni, il pavimento in una piastra, il salotto in una prova di resistenza morale. Appena aprii la porta, l’odore di chiuso, mare e buste della spesa dimenticate mi colpì in faccia con la delicatezza di uno schiaffo educativo.
«Questa casa sta sudando,» disse Michele, entrando dietro di me con la borsa frigo vuota.
«Questa casa ci odia,» disse Serena.
«Questa casa ha ragione,» aggiunsi.
Arianna passò accanto a noi con il passo di una che aveva deciso di non crollare solo per non darci soddisfazione. Aveva ancora il costume addosso sotto un vestitino nero leggero, di quelli che sembrano buttati lì senza pensiero e invece fanno danni. Il tessuto le si era incollato alla pelle in più punti: sulle spalle, sotto il seno, lungo i fianchi. I capelli umidi le cadevano in ciocche scure sul collo e sulla schiena, lasciando piccole macchie d’acqua sulla stoffa.
Era stanca.
Accaldata.
Bellissima in modo irritante.
«Doccia fuori,» decretò, lasciando la borsa su una sedia già occupata da tre costumi, due asciugamani e una ciabatta senza proprietario. «Una alla volta. Niente sabbia in bagno.»
«Sissignora,» disse Ludo, alzando due dita alla tempia.
