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Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE
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Racconto55 min di lettura

Scopami Piano, Non Svegliare Nessuno — ESTATE

In una villetta troppo piena e troppo calda, due nemici storici finiscono nello stesso divano letto. Tra salsedine, battute cattive e corpi troppo vicini, l’odio smette di fare rumore e diventa desiderio.

Asiadu01
3 mesi fa · 1.1k letture · 2

La casa era ancora più calda. Il pavimento già bagnato in più punti, le finestre spalancate sul niente, il mare invisibile ma presente nei muri, nei capelli, nelle borse, nella pelle scoperta di tutti. Sembrava che l’estate fosse entrata prima di noi e avesse deciso di non uscire più.

Arianna era tornata a comandare.

«Serena e Ludo nella stanza piccola. Michele e Fede in quella con i letti singoli. Io prendo il divano se serve.»

«Generosa,» dissi.

«Responsabile.»

«Autoritaria.»

«Funzionante.»

«E io?»

Lei alzò gli occhi dal quaderno.

Lenti. Precisi.

«Tu vediamo.»

«Che bello essere una priorità.»

«Tu sei un problema logistico.»

«Mi hanno definito peggio.»

«Sì, ma mai con tanta precisione.»

Mi appoggiai allo stipite della porta, guardandola mentre cercava di rimettere ordine in una casa che si rifiutava fisicamente di essere ordinata. Arianna contro Ferragosto. Arianna contro otto persone sudate. Arianna contro il ventilatore inutile, le infradito ovunque, l’anguria nel lavandino e me.

Soprattutto me.

Non sapevo ancora che quella casa ci avrebbe traditi.

Che il salotto sarebbe diventato troppo piccolo.

Che il divano letto avrebbe cigolato.

Che a un certo punto avremmo dovuto imparare a litigare piano.

Per ora sapevo solo che Arianna era lì, scalza, accaldata, con gli occhiali sul naso, il top scuro incollato al corpo, il mare addosso e quella faccia da ragazza che non perdeva mai il controllo.

E io, da bravo idiota, avevo già voglia di vederla perdere.

La spiaggia aveva una sola qualità evidente: era vicina.

Per il resto sembrava progettata da qualcuno che odiava l’umanità, le vacanze e in generale il concetto di pelle non ustionata. Sabbia rovente, ombrelloni troppo bassi, bambini che correvano urlando con palette assassine, venditori ambulanti che passavano ogni tre minuti gridando “cocco bello” con la disperazione di chi ha visto cose.

Il mare, però, era bello.

Azzurro sporco vicino alla riva, più scuro al largo, pieno di riflessi bianchi. Quel mare da cartolina economica che appena ci entri ti dimentichi per dieci secondi del caldo, della casa microscopica, del frigorifero inutile e del fatto che in otto persone avevamo portato ventisette asciugamani ma nessuno un ombrellone decente.

Ci sistemammo in una specie di accampamento abusivo.

Ludo piantò l’ombrellone con la tecnica raffinata del “finché non cade va bene”. Michele aprì una birra alle undici e venti e disse che in vacanza l’orario era una convenzione borghese. Serena spalmò crema solare a tutti con la serietà di un’infermiera militare.

Arianna, naturalmente, cercava di coordinare.

«Non mettete le borse sulla sabbia bagnata.»

«Ari, siamo al mare,» disse Michele.

«Appunto. C’è sabbia ovunque. Non serve invitarla dentro le borse.»

«Io la inviterei,» dissi, sdraiandomi sull’asciugamano. «Sembra più simpatica di te.»

Lei si voltò verso di me con il flacone della crema in mano.

Aveva tolto gli occhiali e questo avrebbe dovuto renderla meno pericolosa. Invece no. Senza lenti il suo sguardo era ancora più diretto, più nudo, più cattivo. I capelli castani le cadevano sulle spalle in onde disordinate, già gonfie di salsedine. Il costume era azzurro chiaro, e le stava addosso con quella crudeltà che hanno certi costumi quando sembrano semplici ma poi decidono di raccontare tutto.

Il seno pieno era raccolto dalla stoffa bagnata in modo naturale, senza artificio, ma con una presenza quasi offensiva. Non c’era niente di teatrale in lei. Era quello il problema. Arianna non posava. Arianna esisteva, e il suo corpo faceva il resto: spalle calde, pelle chiara appena dorata, fianchi morbidi, vita armoniosa, il sedere pieno valorizzato dal costume senza che lei sembrasse minimamente interessata a valorizzarlo.

Sembrava annoiata.

E questa era la cosa peggiore.

Una ragazza così, con quel corpo lì, con quell’espressione lì, come se il mondo intero fosse una seccatura e tu il modulo sbagliato da compilare, aveva un potere erotico profondamente ingiusto.

Mi guardò.

«Ti serve la crema o preferisci morire spellato come un serpente?»

«Mi spalmi tu?»

«Preferisco spalmarti sotto la sabbia.»

«Kinky.»

«Cretino.»

Serena, che stava sistemando gli occhiali da sole sulla testa, sospirò. «Ragazzi, almeno il primo bagno fatelo senza omicidi.»

«Io sono pacifico,» dissi.

Arianna rise senza ridere. «Tu sei pacifico come un motorino senza marmitta.»

«Sempre meglio che essere un vigile urbano in bikini.»

Ludo fece un fischio. «Vigile urbano in bikini è un’immagine che non dovevi regalarmi.»

Arianna le lanciò un’occhiata. «Tu non incoraggiarlo.»

«Io incoraggio l’arte.»

«Questa non è arte. È disagio con le spalle larghe.»

Mi tirai su sui gomiti. «Hai notato le spalle?»

Lei mi guardò come se avessi appena confessato un crimine minore.

«Ho notato che occupi spazio.»

«È diverso.»

«Non tantissimo.»

Michele rise, poi prese un pallone sgonfio dalla borsa. «Beach volley?»

«Quel coso è morto,» disse Serena.

«È solo emotivamente provato.»

Cinque minuti dopo stavamo giocando a una versione illegale del beach volley, senza rete, senza regole e senza alcuna dignità. La linea del campo era “da quella ciabatta a quell’altra ciabatta”, misura ufficiale delle vacanze italiane. Ludo urlava anche quando non toccava palla. Michele si tuffava male apposta. Serena rideva da seduta, perché aveva dichiarato di avere “un rapporto maturo con la fatica”, cioè nessun rapporto.

Arianna giocava contro di me.

Ovviamente.

Non per scelta mia. Perché la vita, quando vuole, sa essere volgare.

Lei era competitiva in modo quasi erotico. Non faceva scenate, non urlava, non si agitava troppo. Peggio. Si concentrava. Abbassava le spalle, si mordeva appena il labbro, seguiva la palla con gli occhi stretti e poi si muoveva veloce, decisa, con quel corpo morbido che nel movimento diventava ancora più vivo. Ogni volta che saltava, il costume le aderiva di più. Ogni volta che atterrava, la sabbia le sporcava le gambe, il sedere, le caviglie.

Io cercavo di essere una persona civile.

Fallivo con metodo.

A un certo punto Michele alzò una palla altissima, una roba più simile a una preghiera che a un passaggio. Arianna scattò verso di me per prenderla. Io feci lo stesso. Ci scontrammo quasi al centro, spalla contro spalla, fianco contro fianco.

La palla cadde.

Nessuno dei due la guardò.

Per un secondo sentii il suo corpo contro il mio: caldo, umido di mare e sudore, il respiro veloce, la pelle liscia del braccio contro il mio. Aveva l’odore della crema solare scaldata dal sole e di quella salsedine che ti resta addosso anche quando pensi di esserti asciugato.

Lei alzò il viso.

«Mi stavi venendo addosso.»

«Tecnicamente era la palla.»

«Tecnicamente sei tu che non sai stare al tuo posto.»

«Da quando esiste un mio posto?»

«Il più lontano possibile.»

«Sempre così romantica.»

«Sempre così vicino.»

La frase rimase lì.

Troppo vera.

Dietro di noi, Ludo disse: «Raga, la palla è caduta tipo mezz’ora fa.»

Mi spostai per primo.

Arianna no.

O meglio, lo fece subito dopo, ma abbastanza tardi da farmi venire voglia di prenderla in giro e abbastanza presto da impedirmelo.

«Punto nostro,» disse.

«Ma se è caduta dalla tua parte.»

«Io ho deciso che no.»

«Ah, funziona così?»

«Quando sono più intelligente degli altri, sì.»

«Deve essere faticoso vivere circondata da inferiori.»

«Tu non hai idea.»

Le sorrisi.

Lei non sorrise.

Poi mi tirò la palla nello stomaco.

Non forte. Abbastanza.

«Ahi.»

«Scusa, mi è scivolata.»

«Sei una persona orribile.»

«Grazie.»

Dopo dieci minuti di quel massacro, decidemmo tutti che il mare era l’unica soluzione legale. Corremmo verso l’acqua come profughi del caldo. La sabbia bruciava sotto i piedi, Michele urlava, Ludo saltellava, Serena entrò piano facendo versi da anziana tradita dalla vita.

Io mi buttai subito.

Il mare mi chiuse addosso freddo e salato, e per qualche secondo non esistette niente. Solo acqua nelle orecchie, luce spezzata, il corpo che finalmente smetteva di cuocere. Riemersi tirandomi indietro i capelli, sputando sale e dignità.

Arianna era a qualche metro da me.

Stava entrando più lentamente, perché naturalmente anche l’acqua doveva ricevere istruzioni. Le onde le arrivavano prima alle caviglie, poi alle cosce, poi ai fianchi. Quando l’acqua le raggiunse il busto, lei trattenne il fiato per un istante, socchiudendo gli occhi. Una smorfia piccola, involontaria.

Umana.

Quasi dolce.

Brutta cosa, scoprire che Arianna aveva anche momenti umani.

«Fredda?» chiesi.

«No, sto facendo training autogeno.»

«Vuoi che ti aiuti?»

«Se mi tocchi ti affogo.»

«Volevo solo schizzarti.»

«Appunto.»

La schizzai.

Non tanto.

Il giusto.

Lei mi fissò con una calma terribile.

Poi sparì sott’acqua.

Questo, col senno di poi, avrebbe dovuto preoccuparmi.

Riemerse alle mie spalle e mi spinse giù con entrambe le mani sulle spalle. Non con cattiveria vera, ma con una precisione vendicativa che rispettai. Finì che tornammo entrambi sott’acqua, confusi, ridendo senza volerlo, spingendoci come due cretini.

Quando riemersi, lei era vicina.

Molto.

Troppo.

Aveva i capelli tirati indietro dall’acqua, il viso scoperto, le ciglia bagnate, le labbra lucide di sale. Il costume le aderiva al corpo in modo indecente per quanto era semplice. Il mare le scivolava dal collo, seguiva la linea delle clavicole, si fermava un attimo sulla curva alta del seno prima di perdersi nella stoffa azzurra già tesa e scura d’acqua.

Guardarla era una pessima idea.

Infatti la guardai.

Lei mi beccò dopo mezzo secondo.

«Ti serve una foto o riesci a memorizzare da solo?»

Mi passai una mano sulla faccia, cercando di sembrare offeso e non colpevole. «Stavo guardando se avevi ancora il cartellino del costume. Sai, con te tutto sembra appena comprato.»

Arianna inclinò appena la testa.

«Con te invece tutto sembra usato male.»

Ludo, a tre metri, scoppiò a ridere. «Oddio, seppellitemi qui.»

Michele applaudì dall’acqua bassa. «Questa vince.»

Prima di andare avanti…

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