Da lì tutto divenne più lento.
Più basso.
Più silenzioso.
Ci muovevamo come se il salotto fosse pieno di vetro. Come se bastasse un respiro troppo forte a rompere tutto. Le mani impararono prima della bocca. La mia scivolò sotto la sua maglietta, lungo la schiena, sui fianchi, sulla curva morbida del busto. La sua mi cercò il petto, le spalle, il collo, con una fame trattenuta male.
Quando le baciai la gola, lei si aggrappò al mio braccio.
Quando scesi appena più giù, sul punto caldo tra la clavicola e il tessuto della maglietta, lei chiuse gli occhi e piegò la testa indietro, lasciandomi spazio con un sospiro muto. Sentivo il suo corpo reagire prima di lei: un tremito piccolo, la schiena che si incurvava, le dita che stringevano, le gambe che cercavano le mie sotto il lenzuolo.
La maglietta salì piano.
Non abbastanza da trasformare tutto in fretta.
Abbastanza da scoprire pelle.
Da vicino Arianna non era un’immagine. Non era la ragazza in costume uscita dal mare, non era quella dietro il telo, non era la stronza col quaderno e la penna. Era calore, sale, pelle morbida, respiro spezzato. Il suo corpo aveva il sapore dell’estate nel modo più concreto e meno elegante possibile: crema solare, sudore, acqua marina, lenzuola calde e rabbia trattenuta troppo a lungo.
La baciai dove la stoffa lasciava spazio.
Lei soffocò un gemito contro la mia spalla.
«Piano,» sussurrò.
«Sto andando piano.»
«Non abbastanza.»
«Vuoi che mi fermi?»
Mi prese il viso tra le mani.
Lo fece con forza.
Con chiarezza.
«No.»
Una parola sola.
La più importante.
Poi mi baciò ancora.
Il divano cigolò più di noi.
Per fortuna.
La notte andò avanti così: a piccoli assalti trattenuti, a pause improvvise, a respiri nascosti dentro la pelle dell’altro. Arianna mi spinse una volta sulla schiena con un gesto secco, infastidita dal fatto che la stessi guidando troppo. Si mise sopra di me senza fare rumore, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, la maglietta storta, i capelli che le cadevano sul viso.
Nel buio sembrava una cosa impossibile.
Arianna sopra di me, nel salotto pieno di gente addormentata, con la bocca socchiusa e gli occhi duri.
«Non guardarmi così,» sussurrò.
«Così come?»
«Come se avessi vinto.»
Le misi le mani sui fianchi.
«Non ho vinto.»
Lei abbassò il viso sul mio.
«Bravo.»
Poi mi baciò.
E fu lei a muoversi.
Piano.
Con una lentezza quasi crudele.
Ogni volta che il materasso scricchiolava, si fermava. Ogni volta che Michele cambiava respiro, si immobilizzava. Ogni volta che tutto tornava sicuro, ricominciava più vicina, più calda, più ostinata.
Io avevo le mani sulla sua schiena, sul fianco, tra i capelli.
Lei aveva il viso nascosto contro il mio collo.
A un certo punto rise piano, senza suono, solo con il respiro.
«Che c’è?» chiesi.
«Questo divano fa schifo.»
«È il nostro complice.»
«È il nostro problema.»
«Uno dei tanti.»
«Tu sei il principale.»
«Eppure sei qui.»
Mi morse la spalla.
Forte abbastanza da farmi capire che avevo parlato troppo.
Non abbastanza da farmi desiderare che smettesse.
Più tardi — non so quanto più tardi, perché il tempo aveva smesso di funzionare — finimmo di nuovo su un fianco, stretti sotto il lenzuolo. Non c’era più il cuscino tra noi. Non so quando fosse caduto. Probabilmente aveva capito di essere inutile e si era arreso.
Arianna aveva una gamba tra le mie, la fronte contro il mio petto, il respiro caldo sulla pelle. Io le accarezzavo i capelli, piano, quasi senza volerlo.
Quello fu il momento peggiore.
Non il più erotico.
Il peggiore.
Perché non stavamo più solo facendo attenzione a non far rumore.
Stavamo facendo attenzione a non dirci qualcosa.
Lei lo capì.
Naturalmente.
«Non fare quella faccia,» sussurrò.
«È buio.»
«La sento.»
«Senti la mia faccia?»
«Purtroppo sì.»
Sorrisi contro i suoi capelli.
«Ari.»
«Non chiamarmi così.»
«Perché?»
«Perché detto da te sembra una cosa seria.»
Non risposi.
Lei alzò appena il viso.
Mi guardò.
Per la prima volta quella notte, non aveva una battuta pronta. Nemmeno una cattiva. Nemmeno una piccola.
Le sfiorai la guancia con le dita.
Lei non si ritrasse.
Poi mi baciò piano.
Non per provocarmi.
Non per vincere.
Perché voleva.
E quella fu la cosa più intima.
Il resto successe nel modo in cui succedono le cose quando sono state trattenute troppo a lungo: senza rumore, ma non senza forza. Il corpo di Arianna si strinse al mio sotto il lenzuolo, cercandomi con una fame più lenta, più profonda, più sincera. Ogni movimento era controllato e disperato insieme. Ogni respiro doveva morire prima di diventare suono. Ogni bacio serviva a coprire qualcosa.
Lei mi prese la mano e la intrecciò alla sua sopra il cuscino.
Poi se la portò alla bocca e la morse piano quando il piacere le spezzò il respiro.
Io la tenni stretta senza stringerla davvero, con il terrore di farle male e quello, peggiore, di non bastarle. Arianna tremò contro di me, il viso nascosto nel mio collo, il corpo teso come se stesse combattendo contro se stessa e perdendo finalmente apposta.
«Dario,» disse, quasi senza voce.
Non era una battuta.
Non era un rimprovero.
Non era nemmeno il mio nome, non del tutto.
Era una resa detta male.
La baciai tra i capelli.
«Ci sono.»
Lei mi strinse più forte.
Il divano cigolò ancora, ma ormai sembrava lontano. Il salotto, gli amici, il caldo, il mare, le zanzare, tutto era diventato una cornice stretta intorno a noi. Sentivo solo lei: la pelle sudata, il respiro contro il collo, la bocca che cercava la mia ogni volta che stava per fare troppo rumore.
Quando la tensione si sciolse, Arianna mi affondò la faccia nella spalla e rimase lì, immobile, tremando piano. Io chiusi gli occhi e la tenni stretta, con il cuore che batteva troppo forte per una stanza piena di persone addormentate.
Nessuno parlò.
Per una volta, nemmeno io.
Dopo, restammo così a lungo.
Il ventilatore continuava a muovere appena le tende. Il telefono vicino alla presa non si illuminò più. Michele russava di nuovo con una regolarità offensiva. Ludo dormiva avvolta nel telo. Serena non si mosse.
Arianna era sdraiata accanto a me, il viso girato verso la finestra aperta, i capelli sparsi sul cuscino. Il lenzuolo le copriva una spalla sola. La pelle, alla luce scarsa della strada, sembrava ancora umida, ancora piena di mare.
«Non dire niente,» sussurrò.
«Non avevo battute.»
«Meglio.»
«Arianna.»
«Mh.»
«Ti odio anch’io.»
Lei rimase ferma.
Poi mi diede un colpo leggero sul petto.
«Scemo.»
Ma non si spostò.
Anzi.
Si avvicinò di un centimetro, appoggiando la fronte alla mia spalla.
E io capii che, tra tutte le cose assurde successe quella notte, quella era la più grave.
La mattina dopo, la luce entrò dalla finestra come una denuncia.
Mi svegliai con il collo storto, una gamba fuori dal lenzuolo e il divano letto che mi aveva spezzato la schiena in tre punti diversi. Arianna non era più attaccata a me. Naturalmente. Sarebbe stato troppo facile, troppo tenero, troppo compromettente.
Era seduta all’altro bordo del divano, già con la maglietta sistemata, i capelli raccolti male e gli occhiali addosso.
Il ritorno dell’autorità.
Mi guardò appena.
«Hai dormito malissimo, spero.»
«Come su una grattugia emotiva.»
«Bene.»
«Anche tu?»
«Io dormo bene quando gli altri soffrono.»
«Romantica già di mattina.»
«Non iniziare.»
«Non ho iniziato.»
«Hai respirato.»
In veranda c’erano già tutti.
O quasi tutti.
Caffè, fette biscottate, un barattolo di marmellata aperto, anguria fredda in una ciotola, costumi già addosso, occhiaie collettive, capelli da naufragio. Michele beveva da una tazza enorme con gli occhi semichiusi. Ludo stava cercando di capire se una fetta biscottata caduta a terra fosse ancora socialmente recuperabile. Serena tagliava l’anguria con una calma sospetta.
Io uscii per primo.
Arianna mi seguì due secondi dopo.
Troppo presto per non sembrare insieme.
Troppo tardi per sembrare casuale.
Serena alzò gli occhi.
Nessun altro notò nulla.
Forse.
Mi sedetti. Presi un caffè. Era cattivo, bruciato e meraviglioso.
«Qualcuno ha dormito di merda su quel divano,» dissi.
Arianna si sedette di fronte a me e prese una fetta d’anguria.
«Qualcuno occupava tutto il letto.»
«Qualcuno aveva costruito un muro di cuscini.»
«Qualcuno non rispetta i confini.»
«Qualcuno li sposta.»
Michele rise dentro la tazza. «Avete litigato pure dormendo?»
«Sempre,» disse Arianna.
«È il nostro sport,» aggiunsi.
Ludo sbadigliò. «Ve lo dico, prima o poi vi sposate.»
Arianna addentò l’anguria.
«Prima lo ammazzo.»
«Quindi c’è un dopo,» dissi.
Il gruppo rise.
Lei mi guardò.
Questa volta rise anche lei.
Poco.
Troppo poco per gli altri.
Abbastanza per me.
Serena, senza guardarci troppo, prese una fetta d’anguria dalla ciotola.
«Però siete stati bravi.»
Il tavolo si fermò.
Io tossii nel caffè.
Arianna si bloccò con il bicchiere in mano.
Michele guardò Serena. «In che senso?»
Serena addentò l’anguria.
Masticò piano.
Poi disse:
«Non avete svegliato nessuno.»
Silenzio.
Uno di quei silenzi estivi, caldi, pieni di mosche, vergogna e condanne definitive.
Arianna diventò rossa.
Non tanto.
Abbastanza.
Io cercai una battuta.
Una qualsiasi.
La migliore della mia vita.
Non la trovai.
Serena sorrise appena, guardando il mare oltre la veranda.
Arianna mi diede un calcio sotto il tavolo.
Piano.
Non abbastanza da farmi male.
Abbastanza da dirmi: zitto.
Io abbassai lo sguardo sul caffè.
E per una volta, obbedii.
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giovane ragazza che da poco si sta approcciando alla scrittura di racconti erotici. se volete scrivermi: [email protected] blog tumblr: https://www.tumblr.com/asiadu01
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Un racconto così pieno di descrizioni, microperiodi, momenti erotici molto poco profondi, che l’ho vissuto con voglia crescente e insistente di arrivare a una conclusione, che però non è mai arrivata. Riconosco bravura nel campo, ma capisco di non essere in grado di apprezzarla, se non come tortura psicologica.
uno spaccato di relazioni tra ragazzi e poi alla fine trovano sempre il modo di divertirsi ...un bel racconto...
Una storia fresca e giovanile, quello che ci vuole col caldo dell'estate.