Mi scopa con lo sguardo mentre a testa si muove avanti e indietro, la saliva che cola lungo l'asta e bagna i peli alla base. Gemo, il suono rimbalza contro le pentole di rame appese sopra i fornelli. Awa accelera, prende più in fondo, e sento la punta della sua lingua premere contro la parte inferiore del mio cazzo mentre lo ingoia quasi del tutto. Poi si stacca con un suono umido, un filo di saliva le resta attaccato alle labbra.
Si rialza, appoggiandosi al tavolo con le mani, la schiena curva, il culo rotondo offerto verso di me.
«Vieni», dice, la voce roca. Mi avvicino. Le poso le mani sui fianchi, la pelle bruna, calda sotto i palmi. La punta del mio cazzo trova la sua figa — bagnata, gonfia, scivolosa — e spingo dentro piano. È stretta. Stretta da morire. I muscoli della sua fica si contraggono attorno a me e Awa emette un verso basso, mezzo gemito e mezzo sospiro, le dita che si stringono sul legno del tavolo.
«Non ti fermare», mormora, la fronte premuta contro il piano di legno.
«Non ti fermare, Michael... Ah! Sì! Aahh!» Spingo più a fondo, centimetro dopo centimetro, finché i miei fianchi non sbattono contro il suo culo. Rimaniamo fermi un attimo, il suo respiro che trema, il mio cazzo che pulsa dentro di lei. Poi ricomincio a muovermi. Lento, costante, ogni affondo che la fa scivolare in avanti sul tavolo. Le mie mani salgono dai fianchi al suo ventre, poi più su, fino a stringerle le tette. I capezzoli sono duri come sassolini tra le mie dita. Li stringo, li torturo piano, e Awa inarca la schiena, spingendo il culo contro di me.
Con una mano lascio il seno e raggiungo i suoi capelli, stringendo una manciata di ricci e tirando indietro la testa. Awa si gira, il collo teso, le labbra aperte, e cerco la sua bocca. Ci baciamo di sbieco, la lingua di Awa che duella con la mia mentre continuo a scoparla da dietro. Il suono della sua fica — schiocchi bagnati, il rumore della pelle contro pelle — riempie la cucina insieme ai nostri gemiti. Il tavolo scricchiola sotto i nostri movimenti.
Poi la fermo. Esco da lei con un suono liquido, la prendo per la vita e la giro. Awa capisce, appoggia le spalle al muro color terracotta, gli occhi spalancati, le labbra gonfie di baci. Le sollevo la gamba infortunata — quella con la caviglia distorta — e la reggo sotto il ginocchio. Awa fa una smorfia, ma poi mi avvolge l'altro braccio attorno al collo. «Ti faccio male?» chiedo. Lei scuote la testa, si morde il labbro inferiore.
«No. Scopami.»
Guido il cazzo dentro di lei, in piedi, faccia a faccia. I nostri respiri si mescolano — il suo caldo contro la mia mascella, il mio sulla sua fronte. La guardo. Lei guarda me. I suoi occhi sono lucidi, spalancati, e ogni affondo li fa vibrare. Le mie mani stringono la sua coscia, la schiena piatta contro il muro. Spingo forte, profondo, il mio cazzo che entra fino alle palle, la sua figa che mi stringe come un pugno. Awa geme, le unghie conficcate nella mia spalla.
«Più forte», sussurra, e obbedisco. Il ritmo accelera, i miei fianchi che sbattono contro i suoi, il rumore della carne che si scontra che copre il ticchettio dell'orologio a muro.
«Ah! Michael... sono tutta bagnata... Ah! Oddio... » la sua bocca cerca la mia, ci baciamo di nuovo, i denti che si scontrano, la saliva che si mischia. Sento l'orgasmo montare alla base della colonna vertebrale, una pressione che si diffonde verso l'inguine.
«Awa, io —»
«Lo sento», ansima lei,
«non fermarti, non ti fermare.» Spingo ancora, tre, quattro volte, poi esco. Il mio cazzo pulsa e schizza sul suo ventre — caldo, denso, bianco contro la sua pelle bruna. Il piercing del suo ombelico è coperto dal mio sperma, e il mio respiro esce in un verso lungo, strozzato, mentre l'orgasmo mi attraversa come una scarica elettrica.
Awa mi guarda, il mio seme che cola lentamente più in basso. Poi mi prende il viso. Le sue mani sono calde, tremanti. Mi bacia. Un bacio lento, profondo, le sue labbra che si muovono contro le mie con qualcosa che va oltre il desiderio. Quando si stacca, la sua fronte resta premuta contro la mia.
«Ti amo», sussurra. Le parole cadono tra noi come qualcosa che aspettava da troppo tempo di essere detta. Le accarezzo la guancia con il pollice, il cuore che batte ancora forte.
«Anche io», rispondo, e la bacio di nuovo, più piano, mentre il sole del pomeriggio ci avvolge e il profumo di basilico si mischia al nostro sudore.
Siamo rimasti lì per quelli che mi sono sembrati minuti interi, aggrappati l'uno all'altra, i nostri respiri che rallentavano all'unisono. Il silenzio della cucina era rotto solo dal ronzio del frigorifero, dal ticchettio dell'orologio e dai battiti del mio cuore che rimbombavano contro il petto. Le accarezzavo i ricci, sentendo finalmente quella sensazione di completezza che mi era mancata per tutti quegli anni.
Poi, il rumore inconfondibile della ghiaia nel vialetto mi ha congelato il sangue nelle vene.
Un clacson. Il cigolio metallico del nostro cancello che scorreva sui binari.
Mi sono voltato di scatto verso la finestra sopra il lavandino. Attraverso le tendine chiare, ho visto la Yaris di mia madre parcheggiare all'ombra del portico. Due portiere che sbattevano. Le loro voci che discutevano su chi dovesse prendere l'ombrellone dal bagagliaio.
«Cazzo,» ho sibilato, staccandomi dal muro. «I miei.»
Awa ha sbarrato gli occhi. Lo shock ha spazzato via in un millisecondo tutta l'aura di sensualità lenta e romantica che ci avvolgeva. Ha guardato me, con la cerniera ancora aperta e i vestiti in disordine, poi ha guardato se stessa, il suo ventre sporco di noi, i suoi pantaloncini sparsi sul pavimento a scacchiera.
«Oddio!» ha squittito, un misto di panico e una risata isterica che le stava salendo in gola. Ha cercato di fare un passo verso i suoi vestiti, ma la caviglia ha ceduto e l'ho presa al volo prima che finisse per terra.
«Piano, piano, ti tengo io,» ho sussurrato, investito da un'ondata di adrenalina pura. Ho afferrato un rotolo di carta assorbente dal bancone, ne ho strappato un pezzo gigantesco e gliel'ho passato alla cieca.
«Tieni, pulisciti in fretta. Io prendo i vestiti.»
Mi sono tirato su i boxer e i pantaloncini, ho lanciato gli shorts ad Awa e l'ho aiutata a infilarseli. La storta alla caviglia rendeva tutto ridicolmente complicato, ma nei suoi occhi non c'era paura. C'era un luccichio complice, selvaggio e divertito.
«Giulia, le chiavi le ho io!» ha urlato mio padre dall'ingresso.
Ho afferrato al volo lo strofinaccio col ghiaccio ormai mezzo sciolto e l'ho piazzato brutalmente sulla caviglia di Awa proprio nel momento in cui la maniglia della porta ha fatto "click" e in pochi istanti la sagoma di mia madre compariva sulla soglia della cucina, carica di borse da mare.
Eravamo ansimanti. L'aria odorava pesantemente di sesso, cocco e sudore. Io avevo la maglietta stropicciata e i capelli sparati in ogni direzione; Awa aveva le guance in fiamme e le labbra visibilmente gonfie.
«Ma che caldo fa qua dentro?» ha sbuffato mia madre, posando le borse su una sedia. Poi ci ha guardati. Si è bloccata, lo sguardo che passava dalla mia faccia palesemente colpevole a quella di Awa. «Tutto bene? Siete rossissimi.»
«Awa ha preso una storta in giardino,» ho sparato fuori, la voce incredibilmente ferma, benedicendo gli anni di autocontrollo sul tatami.
«Le stavo mettendo il ghiaccio.»
«Oddio, tesoro! Ti fa molto male?» Mia madre si è precipitata verso di lei, scostandomi.
Awa mi ha lanciato un'occhiata fugace da sotto le ciglia. Ha fatto un respiro profondo, fingendo un'espressione sofferente, ma l'angolo della sua bocca tremava per lo sforzo di non ridere.
«Un po', Giulia. Michael è stato... bravo. Mi ha soccorsa subito.»
Ho dovuto mordermi l'interno della guancia per non sorridere come un idiota.
Mentre mia madre iniziava a fare il terzo grado ad Awa sulla caviglia e ad aprire le finestre per far uscire "quell'aria viziata", mi sono appoggiato al bancone incrociando le braccia.
Awa ha spostato lo sguardo su di me. Di nascosto da mia madre, la sua mano è scivolata sul bordo del tavolo e ha sfiorato la mia, intrecciando i mignoli per un singolo, elettrico secondo.
Nessun discorso complicato, nessuna promessa grandiosa. Ma in quel tocco nascosto, in mezzo al caos e sotto il naso dei miei, c'era la conferma di tutto. Quelle due settimane non sarebbero state solo una parentesi, e questo non era stato solo sesso estivo.
Per cinque anni avevamo vissuto vite separate, ma da quel pomeriggio in cucina, Awa era diventata ufficialmente mia, e io non l'avrei più lasciata andare via.
FINE.
Ti è piaciuto?
Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.
Altri racconti di Michael035
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.