Siamo rimasti immobili. Il mio respiro era irregolare. La guardavo con un'espressione che doveva sembrare il ritratto del puro terrore o della confusione totale.
Awa è rimasta a mezz'aria, le mani sollevate dove un secondo prima c'era il mio viso. Ha guardato la mia postura rigida, il mio petto che si alzava e si abbassava affannosamente, i miei occhi sgranati.
L'ho vista crollare. Tutta la sicurezza che aveva ostentato in quei giorni, tutta la determinazione di un attimo prima si sono sbriciolate, lasciando il posto a un'espressione di umiliazione assoluta.
«Michael... io... Dio, scusa», ha sussurrato, coprendosi la bocca con una mano. Il panico le ha invaso lo sguardo. «Scusa. Scusa... ho fatto una cazzata enorme.»
Ha iniziato a scivolare giù dal bancone, ignorando il dolore alla caviglia, gli occhi improvvisamente lucidi di lacrime trattenute. «Scusa, io non so cosa mi è preso, tu sei... noi siamo... scusa. Dimentica tutto, vado in camera.»
«Awa, ferma,» ho detto, la voce roca. Ho piantato le mani sul marmo, una a destra e una a sinistra dei suoi fianchi, intrappolandola prima che potesse scendere.
Lei ha distolto lo sguardo, stringendosi nelle spalle, mortificata, come se volesse sparire.
«Fammi passare, ti prego. Ho rovinato tutto.»
«Awa, guardami», ho ordinato.
Non si è mossa.
Le ho preso delicatamente il mento con due dita, costringendola a incontrare i miei occhi.
«Non hai rovinato niente», ho detto, con il cuore che mi batteva in gola. «Ma tu... non stai con quel ragazzo? Malik? Le foto che metti...»
Lei ha sbattuto le palpebre, confusa. La tensione si è congelata a metà tra noi.
«Malik?» ha ripetuto, come se fosse un nome proveniente da un'altra vita. Ha tirato su col naso, un sorriso amaro e incredulo che le piegava le labbra. «Io e Malik ci siamo lasciati a febbraio. Cinque mesi fa, Myke.»
«E non me l'hai detto?»
«No che non te l'ho detto! Perché odiavo l'idea di farmi compatire, perché è finita malissimo, e perché da quando sono arrivata qui...» Ha deglutito, posandomi di nuovo una mano sul petto, proprio all'altezza del cuore che stava martellando contro le costole. «Da quando sono arrivata qui, non ho pensato a lui nemmeno per un secondo.»
Il blocco mentale è crollato all'istante. Non c'era nessun fidanzato. Non c'era nessuna barriera morale. C'eravamo solo io, lei, e sei anni di attesa inespressa che mi stavano bruciando vivo dall'interno.
«Da febbraio» ho ripetuto, in un soffio.
Il mio sguardo è sceso sulle sue labbra, gonfie per quel primo, rubato e interrotto.
Ho spostato le mani dal marmo alla sua vita, e lei si è già inclinata verso di me prima ancora che potessi tirarla — come se anche lei non avesse più nessuna intenzione di aspettare. Le mie dita si sono affondate nella sua carne calda, stringendola forte, fino a far combaciare il suo bacino con il mio petto sudato.
Ho visto l'incredulità e poi il sollievo attraversarle lo sguardo, un attimo prima che io le prendessi il viso tra le mani e mi schiantassi con la bocca sulla sua.
Non c'era niente di timido, stavolta. Niente di delicato. Era fame.
L'ho baciata con tutta la frustrazione, la confusione e il desiderio accumulati in quegli anni. Awa ha fatto un piccolo gemito contro la mia bocca, aprendosi al bacio con la stessa urgenza violenta. Per un istante, tra un respiro e l'altro, ho sentito qualcosa di simile a una risata tremarle sulle labbra — non allegria, ma sollievo puro, cinque anni di distanza che finalmente si scioglievano in qualcosa di reale.
Le sue mani sono scivolate dietro la mia nuca, le dita che si aggrappavano ai miei capelli corti, mentre le mie esploravano la curva della sua schiena, scendendo fino a stringere con forza la stoffa dei suoi pantaloncini leggeri, sollevandola appena per farla aderire ancora di più a me.
Apro le labbra, la mia lingua trova la sua, e il sapore di menta si mescola a qualcosa di più caldo, più dolce. Lei risponde con un movimento lento, esitante all'inizio, poi più profondo — la sua lingua scivola contro la mia con una timidezza che si sta sciogliendo grado per grado.
Le mie mani le trovano i fianchi. La pelle è liscia, calda, e sotto le dita sento il profumo di cocco farsi più intenso.
«Michael» sussurra contro le mie labbra, e il mio nome nella sua bocca suona come una domanda e una risposta insieme.
Le mie mani salgono lungo i suoi fianchi, fino al suo top. La pelle del suo stomaco è piatta e morbida, e sento il metallo del piercing sull'ombelico premere contro il palmo della mano.
Il suo seno è davanti a me. Una terza piena, morbida, con i capezzoli scuri che si inturgidiscono al contatto con l'aria. Li copro con le mani, e il peso mi riempie i palmi — caldo, pieno, vivo. Sento i suoi muscoli tendersi sotto la pelle quando le mie dita trovano i capezzoli e li stringono leggermente.
«Sì!» geme, e la sua testa si rovescia all'indietro. I ricci le cadono lungo le spalle come una cascata scura.
Mi chino su di lei. La mia bocca trova il suo collo, e la lecco lungo la linea della clavicola — sento il sapore salato della sua pelle mescolato al cocco e al karité. Scendo più giù, baciando lo sterno, sentendo il suo cuore battere sotto le labbra. Il piercing dell'ombelico scintilla alla luce del pomeriggio, e io ci passo la lingua attorno, lentamente, mentre lei si contorce sotto di me.
Le mie mani le abbassano gli shorts e le mutandine lungo i fianchi. La vista mi mozza il fiato — la sua figa è già bagnata, le labbra gonfie e scure, il clitoride che sporge dal cappuccio come un piccolo bocciolo. L'odore mi colpisce come un'onda: intimo, mescolato al cocco che le impregna ancora la pelle.
Mi inginocchio tra le sue gambe. Le mie mani le afferrano le cosce, le aprono di più. Sento i muscoli delle sue gambe tremare sotto le mie dita.
«Sei sicura?» chiedo, e la mia voce è roca, irriconoscibile.
Annuisce. I suoi occhi ambrati sono lucidi, le pupille dilatate. «Ti prego... sono bagnatissima» sussurra, e quel "ti prego" mi arriva dritto all'inguine.
La mia lingua la trova. Un primo colpo lungo, lento, che va dall'apertura fino al clitoride. Sento il suo sapore esplodermi in bocca — dolce, inequivocabilmente lei. Lei geme, un suono alto e sottile, e le sue mani mi afferrano i capelli, stringendo il codino come un'ancora.
La lecco di nuovo, più lentamente. La mia lingua disegna cerchi attorno al clitoride, poi scende, si infila dentro di lei appena — sento i suoi muscoli interni contrarsi attorno alla punta della lingua. Il suo succo mi bagna le labbra, il mento, e io continuo, alternando colpi lunghi e lenti a movimenti circolari più rapidi.
«Michael... Michael...» ansima, e il suo bacino si muove contro la mia faccia, cercando di più. Le sue cosce mi stringono la testa, e sento i muscoli delle sue gambe irrigidirsi.
Le infilo un dito dentro, lentamente, sentendo i suoi muscoli stringersi attorno alla nocca. La lecco sul clitoride mentre il dito si muove dentro e fuori, curvando verso l'alto per trovare quel punto che la fa gemere più forte. Il suo corpo si inarca sul davanzale, le piante aromatiche che oscillano dietro di lei, e i suoi gemiti riempiono la cucina insieme al ticchettio dell'orologio e al profumo di caffè e legno antico.
Continuo a leccarla, più veloce, più profondo, sentendo la sua figa pulsare attorno al mio dito e la sua voce spezzarsi in frammenti senza parole. Le mie labbra si chiudono attorno al clitoride, lo succhiano delicatamente, e sento le sue unghie graffiarmi il cuoio capelluto mentre il suo corpo si tende come una corda di violino.
Non mi fermo. Non mi fermo finché non è lei a spingermi via.
Awa scivola giù dal davanzale con un movimento fluido nonostante la caviglia, e i suoi piedi nudi toccano le mattonelle fredde del pavimento. Fa una smorfia, zoppica appena, ma le sue mani sono già sul mio viso — i palmi caldi contro le mie guance, le dita che premono dietro le mie orecchie come se avesse aspettato questo momento per tutti gli anni in cui siamo stati lontani. La sua bocca trova la mia e il bacio è diverso da quello di prima, meno sorpreso, più profondo. La sua lingua esplora lenta, poi si stringe contro di me, il suo corpo nudo che preme contro il mio petto vestito. Sento il piercing del suo ombelico sfiorarmi la stoffa della maglietta, e il suo sapore — caffè e qualcosa di dolce, di suo — mi fa girare la testa.
Indietreggio senza pensarci, un passo dopo l'altro, fino a trovare il bordo del tavolo di legno massello. Le piante di basilico dietro di noi oscillano ancora per lo spostamento d'aria. Awa mi segue, non mi lascia andare, le sue labbra incollate alle mie. Poi scende. Le sue dita raggiungono l'orlo dei miei pantaloni. Li abbassa insieme ai boxer in un gesto solo, e il mio cazzo esce già duro, la punta lucida di eccitazione. Awa si inginocchia sulle mattonelle, alza lo sguardo verso di me — quegli occhi color ambra che brillano nella luce dorata del pomeriggio — e poi la sua bocca è su di me. Calda, bagnata, stretta. Prende la cappella tra le labbra e succhia piano, la lingua che disegna cerchi lenti sotto il glande. Le mie mani finiscono tra i suoi ricci afro, stringendo le ciocche a cavatappo tra le dita. Lei non chiude gli occhi. Mi guarda dal basso, le guance scavate, le labbra tese attorno al mio cazzo, e io devo mordermi la lingua per non venire subito.
