Ho sorriso, asciugandomi la fronte col dorso del braccio. «La nera è solo l'inizio, Awa. È lì che cominci a capire che non sai fare niente. Dopo ci sono i Dan. I gradi.»
«E tu a che punto sei?»
«Terzo Dan. Ho dato l'esame in primavera. Considerando che sono dieci in totale e che solo fino al quinto posso arrivare attraverso gli esami... direi che sono solo a metà strada.»
Lei ha sgranato gli occhi, sinceramente colpita, poi ha fatto un sorrisetto furbo.
«Ah, non lo sapevo... e a cosa servono?»
«A indicare il livello di maestria e comprensione della disciplina»
«Quindi mi stai dicendo che ho davanti un fenomeno»
Nella sua voce c'era un'ombra di scherzo, ma i suoi occhi — fissi nei miei un secondo di troppo — dicevano qualcos'altro.
Ho sentito una fitta allo stomaco, una scossa di pura attrazione che ho cercato di seppellire sotto il sarcasmo.
«Vieni qui, fenomeno. Vediamo piuttosto se il mio insegnamento ha retto, o se in Senegal hai dimenticato tutto.»
«Cosa?»
«Taikyoku Shodan. Il primo Kata che ti ho insegnato.»
Awa ha riso, scuotendo la testa, ma ha appoggiato il bicchiere sul muretto e si è tolta le infradito. Quando ha messo i piedi nudi sull'erba, a un metro da me, mi sono reso conto che stavo trattenendo il respiro.
«Non mi ricordo niente. Faccio una figuraccia.»
«Mettiti in posizione. Comincia con il Rei, il saluto.»
Incredibilmente, il suo corpo aveva una memoria propria. Era sgraziata rispetto a un praticante, certo, ma aveva una fluidità naturale nei movimenti che mi ha ipnotizzato. Ha provato la prima parata, poi il passo in avanti.
«No, ferma», le ho detto, accorciando la distanza tra noi. «Sei troppo rigida sulle spalle.»
Mi sono messo dietro di lei. Le ho appoggiato le mani sui fianchi per correggerle la postura, spingendola leggermente verso il basso.
«Abbassa il baricentro, non mettere le gambe troppo in linea e cerca di tenere la stessa altezza quando cammini in avanti. Non farmi vedere che fai su e giù.»
La sua pelle era bollente. Il profumo di cocco e sudore leggero mi ha invaso le narici. Ho sentito il suo respiro fermarsi per un istante sotto le mie mani — un trattenersi minimo che non c'entrava niente con la correzione della postura. I miei polpastrelli affondavano nella morbidezza dei suoi fianchi, appena sopra l'elastico dei pantaloncini, e ho dovuto fare appello a ogni grammo del mio autocontrollo per staccare le mani.
«E le prese? Te le ricordi?» le ho chiesto, la voce improvvisamente più roca di quanto volessi.
Awa si è voltata verso di me. Nei suoi occhi non c'era solo la solita sfida di quando eravamo ragazzini — c'era qualcos'altro, qualcosa che non sapevo ancora nominare.
«Vediamo», ha detto, ed è suonato quasi come un invito a fare molto più di una presa di polso.
Le ho afferrato il polso destro. Una presa salda, ma controllata. «Liberati.»
Lei ha provato a tirare con il braccio, usando solo la forza. «Sbagliato», ho sussurrato. «Usa il corpo, non il muscolo.»
Si è morsa il labbro inferiore, concentrata. Ha fatto perno sulla gamba sinistra e ha tentato una torsione improvvisa del busto per sfilarsi dalla mia presa. È stata un'ottima intuizione, ma non aveva fatto i conti con il terreno.
L'erba del nostro giardino, arsa dal sole e piena di avvallamenti, non è un tatami. Il piede di Awa ha trovato una buca invisibile. La caviglia le ha ceduto di scatto verso l'interno.
Ha lanciato un piccolo grido acuto, perdendo completamente l'equilibrio.
L'istinto ha preso il sopravvento prima ancora che il cervello formulasse un pensiero. L'ho tirata verso di me per evitare che cadesse all'indietro, ma il peso sbilanciato di entrambi ci ha fatto cadere a terra.
Ho fatto in modo di attutirle la caduta. Sono atterrato sulla schiena, sull'erba dura, e lei è finita praticamente sopra di me, con il ginocchio tra le mie gambe e le mani sul mio petto fradicio di sudore.
«Hey, Awa!» mi sono sollevato sui gomiti, il panico che mi cancellava ogni traccia di desiderio per un secondo netto. «Ti sei fatta male? La caviglia?»
Lei aveva gli occhi strizzati. Si è spostata di lato, mettendosi seduta sull'erba. «Ohi, che botta... È solo una storta, non ti preoccupare.»
Mi sono messo in ginocchio accanto a lei, senza pensarci, e le ho preso il piede tra le mani. Le mie dita grandi e ruvide hanno iniziato a tastare con delicatezza la caviglia sottile, sentendo il calore sotto la pelle ambrata. «Muovila. Piano.»
Awa ha fatto ruotare il piede. Ha fatto una smorfia, poi ha tirato un sospiro di sollievo. «Fa solo un po' male, ma non è niente di rotto. Che scema che sono.»
«Non sei scema. Queste cose si fanno sul tatami, sono io lo scemo», ho detto, continuando a tenerle la caviglia, il pollice che accarezzava involontariamente l'incavo del suo tendine.
Il panico per la sua caduta si è dissolto, lasciando dietro di sé un vuoto che è stato riempito, all'istante, dall'adrenalina pura. Eravamo seduti sull'erba, le gambe incrociate, a pochi centimetri di distanza. Il mio respiro era ancora accelerato.
Awa non stava più guardando la sua caviglia. Stava guardando la mia mano che la stringeva. Poi ha alzato lentamente lo sguardo.
Tutta la tensione della sera prima, tutte le scuse che mi ero raccontato in quei giorni, ogni cosa di quel ruolo fraterno e protettivo che avevo faticosamente indossato... tutto è andato in frantumi in quel silenzio denso.
Ho lasciato andare la sua caviglia, ma non mi sono allontanato. Ho spostato la mano, facendola risalire lungo il suo polpaccio liscio, fino ad appoggiarla sul lato del suo ginocchio. Le dita tremavano appena.
Awa ha smesso di respirare. Ha socchiuso le labbra, i suoi occhi enormi fissi nei miei, scuriti da qualcosa che non aveva più niente a che fare con il nostro passato. Non c'era traccia di paura. C'era un'attesa quasi dolorosa.
Si è sporta appena verso di me — un movimento minimo, quasi involontario, ma inconfondibile.
Mi sono sporto in avanti a mia volta, annullando quel poco che restava tra noi. La mia bocca era a un millimetro dalla sua. Ma prima che potessi accorciare quella distanza inesistente, Awa ha chiuso gli occhi e ha fatto una piccola smorfia, contraendo appena la gamba per il dolore alla caviglia.
Il momento è svanito. L'istinto marziale, abituato a registrare ogni minimo segnale di disagio fisico, ha ripreso il controllo con la violenza di una secchiata d'acqua gelata. La realtà mi è piombata addosso.
«Scusa», ho mormorato, ritraendo la mano dal suo ginocchio come se mi fossi scottato. Mi sono alzato di scatto, passandomi le dita tra i capelli fradici di sudore e respirando l'aria afosa a pieni polmoni.
«La caviglia. Ti metto subito un po' di ghiaccio.»
Awa ha aperto gli occhi. C'era un lampo di delusione pura sul suo viso, ma è svanito in fretta dietro un'espressione indecifrabile. «Myke, davvero, non serve...»
«Sì che serve, sennò domani ti si gonfia.»
Le ho teso la mano. Lei l'ha presa e l'ho aiutata a tirarsi su, facendole da stampella mentre zoppicava leggermente. Abbiamo attraversato il prato e siamo entrati in casa.
«Siediti qui», le ho detto, indicando il bancone di marmo scuro vicino al lavandino.
L'ho sollevata per i fianchi con naturalezza, sentendo di nuovo il calore della sua pelle scoperta sotto le mani, e l'ho fatta accomodare. Sono andato al freezer, ho tirato fuori una manciata di cubetti di ghiaccio, li ho avvolti in uno strofinaccio da cucina e sono tornato da lei.
Per metterle l'impacco sulla caviglia, mi sono dovuto infilare esattamente nello spazio tra le sue ginocchia divaricate. Eravamo vicinissimi. Io in piedi, a torso nudo, i muscoli ancora tesi per l'allenamento; lei seduta in alto, che mi guardava dall'alto in basso. Le ho premuto il ghiaccio sul malleolo.
«È freddo, dai non serve», ha sussurrato lei, trattenendo il fiato.
«È ghiaccio, mica po' esse caldo.» ho risposto a bassa voce, tenendo lo sguardo fisso sulla sua caviglia. Non avevo il coraggio di alzare gli occhi. Il suo profumo di cocco e pelle accaldata era intrappolato lì con noi, tra i pensili della cucina.
Poi, l'ho sentita muoversi.
Awa ha allungato le mani. Le sue dita calde e morbide si sono posate ai lati del mio viso, le punte che sfioravano i miei capelli sudati. Mi ha costretto ad alzare la testa. I suoi occhi scuri erano determinati, pieni di un'urgenza che mi ha paralizzato.
Non ha detto una parola. Non ne aveva bisogno — tutto quello che c'era da dire, me l'aveva già detto con gli occhi. Si è chinata in avanti e ha premuto le labbra sulle mie.
È stato un contatto morbido, ma scioccante. Le sue labbra erano fresche. La sua lingua ha cercato subito la mia, mentre i suoi pollici mi accarezzavano le guance.
Per un millesimo di secondo, il mio corpo ha risposto da solo: ho lasciato la presa sul ghiaccio, che è caduto a terra, appoggiando le mani sulle sue cosce per tirarla più vicina.
Ma il mio cervello, maledetto a lui, ha ripescato dal nulla un nome che non avrei voluto ricordare: Malik.
Mi aveva parlato di questo ragazzo, il suo fidanzato di Dakar. Avevo visto le loro foto su Instagram, sorridenti, vicini. Io stavo baciando la ragazza di un altro. Peggio: stavo approfittando della mia amica d'infanzia mentre era lontana da casa.
Mi sono irrigidito di colpo. Ho sbarrato gli occhi, ho fatto un passo indietro e ho allontanato il viso, rompendo il bacio con una brutalità che non volevo.
