Vai al contenuto
Erotika
Quello che non potevamo più essere – ESTATE
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Racconto34 min di lettura

Quello che non potevamo più essere – ESTATE

Michael e Awa sono cresciuti insieme, legati da un affetto puro e fraterno. Ma quando, dopo cinque anni di lontananza in Senegal, lei torna in Italia per passare le vacanze estive a Ostia, tutto cambia. La ragazzina insicura di un tempo ha lasciato il posto a una donna bellissima e magnetica, capace di mandare in cortocircuito il ferreo autocontrollo di Michael. Fino a quando le barriere crolleranno, rivelando la loro nuova, travolgente realtà.

Michael035
2 mesi fa · 562 letture · 2

Abbiamo scherzato, ricordato i professori delle medie, preso in giro le nostre vecchie fissazioni. Ma la vera svolta è arrivata dopo.

Invece di tornare a casa, ho guidato lo scooter fino a una delle spiagge libere, scavalcando i cancelli chiusi. Era quasi mezzanotte. Una brezza leggera arrivava dal mare, ma l'aria restava calda, densa dell'umidità tipica delle notti estive sul litorale.

Ci siamo tolti le scarpe e abbiamo camminato sulla sabbia scura, ancora calda sotto lo strato superficiale — una sensazione strana e piacevole sotto i piedi. Ci siamo seduti a pochi metri dalla riva, ginocchia al petto, a guardare la schiuma bianca delle onde rompersi nel buio.

«Si sta da Dio, qui», ha sussurrato Awa, lasciando cadere la testa all'indietro. I suoi ricci hanno catturato la luce dei lampioni del lungomare, un'aureola scura e soffice intorno al viso.

«Facile per te, sei abituata a 'sto caldo tutto l'anno», ho detto. «Noi passiamo da meno cinque a quaranta gradi, sulla carta. Percepiti, minimo cinquanta.»

«Vieni a Dakar ad agosto, vedrai come...», ha risposto. Poi si è fermata, la fronte increspata, le dita che disegnavano piccoli cerchi nell'aria. «Come si dice... quando una cosa ti fa apprezzare un'altra cosa, tipo per confronto?»

«Rivalutare?»

«Sì! Rivaluterai Ostia.» Ha sorriso, soddisfatta di sé, come se avesse appena vinto una piccola battaglia privata.

«Daje, brava», le ho detto, e lei mi ha tirato un pugno leggero sulla spalla.

Era sempre stato così, tra noi, anche da piccoli — io che le passavo le parole come si passa un attrezzo a chi sta costruendo qualcosa, lei che le prendeva al volo e se le teneva strette. Sua madre le parlava in wolof e in francese, a casa, e l'italiano per Awa era sempre rimasto un po' un vestito buono: quello delle occasioni, mai completamente comodo addosso, per quanto lo indossasse bene.

«Scusa se...» ha iniziato, poi si è fermata di nuovo, cercando qualcosa nell'aria davanti a sé. «I primi giorni. Sono stata strana. Distante.»

Non ho risposto subito, e lei ha continuato, quasi per riempire il silenzio.

«Avevo paura, credo. Che tu fossi...» ha cercato ancora, scrollando le spalle, arrendendosi. «Non lo so. Cambiato.»

«Ma dai», ho detto, forse troppo in fretta. Mi sono girato verso di lei — eravamo vicini, abbastanza da sentire il calore che le usciva dalla pelle, quel profumo di cocco che ormai mi perseguitava.

«Siamo solo... non lo so, imballati. Sei cresciuta tu, sono cresciuto io. Ma sei sempre tu, Awa.»

Anche se, nel momento stesso in cui lo dicevo, non ero più tanto sicuro che fosse vero.

Lei ha sorriso, un sorriso più piccolo e malinconico del solito. Ha allungato le gambe sulla sabbia, sfiorando appena la mia con la sua. Quel contatto minimo mi ha mandato una scossa lungo la schiena.

«La vita a Dakar è dura», ha iniziato a raccontare, lo sguardo di nuovo perso verso l'orizzonte.

«Amo il mio paese — la musica, i colori, la gente. La mia famiglia è là, ormai. Ma non è facile. Lavoro in un'agenzia di servizi, mi occupo di logistica. Lo stipendio basta per vivere decentemente, là. Per l'Europa... l'Europa è un altro mondo» mi ha detto, fermandosi di tanto in tanto per pensare a qualche parola.

Ha fatto una pausa, un respiro profondo.

«Sai quanto mi è costato il biglietto?» ha detto, con un mezzo sorriso amaro. «Un anno di doppi turni. Rinunciare a tutto — uscite, vestiti, tutto. Ogni centesimo mio, per due settimane qui.»

Ha scosso la testa, come se lei stessa facesse fatica a crederci.

Sentire quelle parole mi ha stretto lo stomaco. Ho pensato a me, alla mia vita tranquilla a Ostia, alla casa col giardino, alle mie uniche preoccupazioni — gli allenamenti, l'università. Mi sono sentito quasi in colpa.

«Ne valeva la pena?», le ho chiesto, a bassa voce.

Awa si è voltata di scatto, e mi ha guardato dritto negli occhi. La distanza tra i nostri visi si era ridotta senza che me ne accorgessi, e potevo vedere il riflesso della luna nelle sue pupille.

«Sì.» Non ha esitato. «Anche solo per un giorno, ne valeva la pena.»

La voce le si era abbassata, si era fatta più calda.

«Non hai idea di quanto...» ha ricominciato, e si è fermata. Ha stretto gli occhi, cercando, le dita che disegnavano di nuovo quei piccoli cerchi nell'aria, come se potessero tirar fuori la parola da qualche parte. «Come si dice... quando qualcosa ti tiene ferma, salda, anche se tutto intorno si muove?»

«Un'ancora?»

Mi ha guardato, sorpresa, poi ha annuito piano. «Un'ancora. Sì.» Ha ripetuto la parola sottovoce, come se volesse assicurarsi di non perderla di nuovo. «Sei stato la mia ancora, Myke. Tipo — quando stavo male, quando mi sentivo fuori posto pure a casa mia, mi bastava mandarti un messaggio su WhatsApp.»

Ha fatto una piccola risata, si è passata una mano tra i capelli.

«E tu mi rispondevi sempre con dei vocali assurdi. Due minuti a raccontarmi cose senza senso sull'allenamento, sul kata, su... non so, su tutto.»

«Beh, qualcuno doveva pur tenerti aggiornata sulle cose serie della vita, no?», ho detto, e lei mi ha dato una gomitata, ridendo — ma le è tremata la voce.

In quel momento, l'ultimo pezzo di barriera che ero riuscito a tenere in piedi è crollato. L'affetto quasi fraterno che avevo sempre provato per lei — quello vero, vecchio di anni — si è fuso, senza chiedermi il permesso, con la consapevolezza durissima della donna che avevo davanti.

Era vulnerabile e sincera e bellissima, tutte e tre le cose insieme, e io sentivo due cose opposte con la stessa identica forza: il bisogno di proteggerla, come avevo sempre fatto, e il desiderio — violento, imbarazzante, innegabile — di infilare le dita tra quei ricci e tirarla verso di me.

Awa ha abbassato lo sguardo sulle mie mani. Poi è tornata a guardarmi negli occhi. Non si è tirata indietro. Ha solo inclinato leggermente la testa, come se aspettasse — o come se stesse facendo lo stesso identico calcolo che stavo facendo io, tra quello che eravamo sempre stati e quello che, forse, stavamo per diventare.

Il silenzio tra di noi si è fatto denso. Carico.

E per la prima volta in cinque anni, nessuno dei due ha avuto voglia di romperlo con una battuta.

Non so chi si sia mosso per primo, quella notte, se io o lei. So solo che il silenzio si è rotto senza una parola: ci siamo rialzati dalla sabbia insieme, scuotendoci di dosso quel che restava della serata, e abbiamo camminato fino allo scooter lasciato vicino ai cancelli chiusi.

Awa è salita dietro di me senza chiedere, come se fosse la cosa più naturale del mondo — ed era vero, lo era sempre stata. Solo che quella notte aveva un peso diverso. Le sue braccia mi hanno cinto la vita, le dita intrecciate sul mio stomaco, e ho sentito tutto il suo corpo appoggiarsi contro la mia schiena mentre accendevo il motore.

Ho guidato piano lungo il lungomare deserto, le luci dei lampioni che scorrevano una dopo l'altra sull'asfalto ancora caldo. A un certo punto ho sentito la sua fronte posarsi tra le mie scapole, poi tutta la testa, di lato, come se cercasse solo un posto dove stare. Non ha detto niente. Io nemmeno. Ma le sue braccia si sono strette un poco di più intorno a me, e io ho rallentato — non perché la strada lo richiedesse, ma perché non avevo nessuna fretta di arrivare.

Ai semafori, ogni tanto, guardavo lo specchietto: la trovavo a occhi chiusi, o a fissare il mare nero oltre la strada, il mento appoggiato sulla mia spalla. Non ho mai capito, quella notte, se stesse pensando alla stessa cosa a cui pensavo io. Ma il modo in cui mi teneva — stretta, ferma, come se avesse paura che potessi sparire da un momento all'altro — mi ha detto abbastanza.

Il giorno dopo l'ho evitata con la cura chirurgica di chi maneggia esplosivi. Non ho nemmeno provato a capire cosa fosse successo tra noi sulla spiaggia: mi sono solo detto che, se non ne avessi parlato, forse sarebbe rimasta un'increspatura innocua nell'acqua piatta della nostra vecchia amicizia.

Non ha funzionato.

Nel pomeriggio, verso le sei e mezza. Il sole comincia ad abbassarsi dietro i pini, tingendo tutto di un arancione denso, quasi solido, ma il caldo resta lì, intrappolato tra i muri delle case e l'asfalto.

Ero in giardino da un'ora. Niente divisa ufficiale, niente cintura. Avevo addosso solo i pantaloncini neri con il logo del mio dojo e una maglietta grigia che ormai mi stava incollata al petto e alle spalle, fradicia di sudore. Stavo ripetendo delle sequenze a vuoto. Colpi, parate, spostamenti. Cercavo la geometria, la precisione, ma la verità era che stavo solo cercando di stancarmi. La notte precedente mi aveva mandato il cervello in tilt. Avevo bisogno di spegnere i pensieri, e da quando ero bambino il karate era l'unico interruttore che funzionava.

«Non ti sei ancora stancato di prendere a pugni l'aria?»

La voce di Awa mi ha fatto bloccare a metà di un gyaku tsuki, il pugno incrociato. Era appoggiata al pilastro del portico, un bicchiere d'acqua ghiacciata in mano. Indossava un paio di pantaloncini di lino bianco e la parte sopra di un costume da bagno scuro. La pelle del ventre, scoperta, prendeva riflessi ramati sotto la luce del tramonto.

Ho abbassato le braccia, espirando a fondo per rallentare il battito. «Che intendi?»

«La cintura nera», ha detto, indicandomi con il mento mentre si avvicinava sull'erba secca. «L'avevi già presa quando sono partita. Pensavo che dopo quella non ci fosse nient'altro. Che fossi, tipo, il boss finale.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 3 senza votare
Pagina 2 di 5 · 0%

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista