l. L’incidente aveva cambiato tutto.
Marco aveva trentasette anni e tornava a casa in moto, come quasi ogni sera. In tasca teneva una piccola scatolina di velluto nero: dentro c’erano due orecchini con un diamantino ciascuno, scelti con cura per il compleanno di Giulia. Pensava a come glieli avrebbe messi, a come lei avrebbe sorriso, a come l’avrebbe baciata dopo. All’incrocio un auto non rispettò lo stop e travolse la moto di Marco. Il metallo, il vetro, l’asfalto. Poi il buio.
Quando riaprì gli occhi era in ospedale. Le gambe non rispondevano più. I medici parlarono di lesione midollare incompleta, di operazioni, di mesi di riabilitazione e di una speranza sottile di recuperare almeno una parte della mobilità. Quattro mesi dopo tornò a casa su una sedia a rotelle. La casa che un tempo era piena di risate e di sesso improvviso ora odorava di disinfettante e di silenzio.
Giulia aveva trentatré anni. Si era presa cura di lui con una dedizione quasi ferma. Lo aiutava a trasferirsi dal letto alla sedia, gli preparava i pasti, gli massaggiava la schiena quando i crampi notturni lo facevano gemere. Ma con il passare delle settimane qualcosa dentro di lei cominciò a mutare. L’affetto c’era ancora, la riconoscenza pure, la pietà anche. Quello che mancava, e che lei non osava ammettere nemmeno a se stessa, era il desiderio. Il corpo di Marco non rispondeva più come prima. Le carezze diventavano gesti di consolazione. Il sesso, quando ci provavano, era goffo, frustrante, a tratti doloroso. Giulia si sentiva in colpa ogni volta che il suo corpo chiedeva di più.
Poi arrivò Luca.
Trentadue anni, fisioterapista. Alto quasi un metro e novanta, spalle larghe, petto ampio, addome piatto e definito, braccia venate e forti. Indossava sempre abiti aderenti che disegnavano ogni muscolo delle cosce e dei glutei. Quando si toglieva la felpa restava in canottiera, e la vista di quel corpo sano, potente, in movimento, colpì Giulia come uno schiaffo.
La prima volta che suonò il campanello, lei gli aprì indossando una semplice maglietta bianca e un paio di jeans. Lo osservò mentre si presentava a Marco, mentre stringeva la sua mano con naturale sicurezza, mentre posava la borsa degli attrezzi. Le mani grandi, gli avambracci robusti, il modo in cui si muoveva nello spazio come se gli appartenesse. Fu un pensiero improvviso, involontario, quasi violento:
Quest’uomo è terribilmente attraente.
E per la prima volta dopo mesi, Giulia sentì qualcosa risvegliarsi tra le gambe. Un calore lento, familiare e allo stesso tempo proibito.
II. Il gioco di Giulia
Le sedute cominciavano alle dieci del mattino.
All’inizio Giulia si limitava ad assistere. Stava seduta su una sedia a qualche metro di distanza, osservando gli esercizi, i massaggi profondi sulle cosce e sui polpacci di Marco, il modo in cui Luca sollevava le gambe inerti e le muoveva con forza controllata. Ma dopo pochi giorni il suo sguardo cominciò a spostarsi. Non guardava più i progressi del compagno. Guardava Luca: la tensione dei muscoli quando si chinava, il sudore leggero che gli luccicava sulla nuca, il profilo del cazzo che a volte si disegnava sotto la tuta quando si metteva a cavalcioni sulle gambe di Marco per massaggiargli la schiena.
Una mattina decise di metterlo alla prova.
Indossò un paio di pantaloncini cortissimi e una canotta leggera senza reggiseno. I capezzoli, appena raffreddati dall’aria del mattino, si segnavano chiaramente sotto la stoffa. Quando Luca arrivò, lei stava preparando il caffè in cucina.
«Buongiorno», disse, voltandosi lentamente.
Lui la guardò un istante più del necessario. Gli occhi scesero sul petto, poi sulle cosce, poi risalirono. Giulia se ne accorse e sorrise tra sé.
Durante la seduta si sistemò accanto a lui.
«Mi insegni a fare questi esercizi? Così posso aiutare Marco quando non ci sei.»
«Certamente.»
Luca le mostrò come sostenere una gamba e accompagnarne il movimento. Giulia si avvicinò più del necessario, tanto che il suo seno sfiorò il braccio di lui. Sentì l’odore della sua pelle, un misto di sapone e di crema per massaggi.
«Così?»
«Sì, ma devi tenere la schiena dritta.»
«Allora correggimi.»
Luca le appoggiò una mano grande e calda sulla schiena bassa, proprio sopra il punto in cui i pantaloncini iniziavano. Le dita restarono lì un secondo di troppo. Giulia non si mosse. Poi si voltò lentamente verso di lui, così vicina che i loro volti erano a pochi centimetri.
«Hai sempre le mani così delicate con i tuoi pazienti?»
Lui rise, ma la voce uscì un po’ più bassa.
«Cerco di non fare danni.»
«Peccato.»
«Perché?»
Lei lo guardò dritto negli occhi, con un sorriso appena accennato.
«A volte un po’ di decisione non guasta.»
Marco, concentrato sul dolore dell’esercizio, non colse la malizia. Luca invece sì. E da quel momento cominciò a guardarla in un modo diverso: più lungo, più pesante, più consapevole.
III. La tentazione
Giulia aveva scoperto qualcosa che la eccitava enormemente: Luca era attratto da lei, ma cercava di resistere. Quella resistenza divenne un gioco.
Cominciò a inventare pretesti per restare sola con lui. Un caffè in cucina mentre Marco riposava. Un asciugamano da recuperare. Una domanda sulla riabilitazione che avrebbe potuto fare davanti a chiunque. Ogni volta si avvicinava un po’ di più, parlava un po’ più piano, lasciava che il seno o le cosce sfiorassero il suo corpo.
Una mattina, mentre Marco era a occhi chiusi e respirava a fondo durante uno stretching, Luca si chinò verso Giulia per sistemare un cuscino. Lei ne approfittò: gli passò la mano aperta sul cazzo, sopra la tuta, e lo strinse piano. Luca irrigidì la schiena ma non si allontanò. Giulia gli sussurrò all’orecchio, così bassa che solo lui poteva sentire:
«Stai già semi-duro… e siamo solo all’inizio della seduta.»
Luca non rispose. Continuò l’esercizio come se niente fosse, ma quando si rialzò aveva il cazzo chiaramente segnato contro il tessuto.
Un altro pomeriggio, mentre Marco riposava, Giulia trovò Luca in bagno a lavarsi le mani. Si chiuse la porta alle spalle e si avvicinò.
«Posso farti una domanda personale?»
«Dipende.»
«Sei fidanzato?»
«No.»
«Davvero?»
«Perché ti sorprende?»
Giulia si strinse nelle spalle, facendo ondeggiare il petto.
«Un uomo come te deve avere parecchie occasioni.»
Luca chiuse il rubinetto.
«Giulia… sai benissimo cosa stai facendo.»
Lei sorrise e si avvicinò fino a quasi toccarlo.
«E funziona?»
Prima che lui rispondesse, lei gli aprì i pantaloni della tuta, gli abbassò i boxer e gli prese il cazzo in mano. Era già duro, caldo, spesso. Lo masturbò lentamente, guardandolo negli occhi.
«Dimmi di fermarmi», sussurrò.
Luca non disse niente. Emise solo un gemito basso quando lei si accovacciò e gli mise il cazzo in bocca. Lo succhiò con calma, facendo scorrere la lingua sotto il glande, prendendolo sempre più a fondo finché non le toccò la gola. Luca le tenne i capelli, ma non spinse. Dopo un minuto lei si alzò, si asciugò la bocca con il dorso della mano e uscì dal bagno lasciandolo lì, con il cazzo lucido di saliva e duro da far male.
IV. La prima volta
Per due giorni Luca cercò di mantenere le distanze. Giulia invece divenne più audace. Gli inviò un messaggio:
«Hai dimenticato qualcosa oggi.»
«Cosa?»
«Il cazzo che non ti ho fatto venire.»
La mattina seguente arrivò dieci minuti prima. Giulia lo trascinò in cucina mentre Marco era ancora in bagno.
«Dobbiamo parlare», disse lui.
