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Le parole e i fatti 2
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Le parole e i fatti 2

Grazie al Professor Porcello

Agave Ionia
10 ore fa · 13 letture · 0

Sentivo lo sperma raggiungere temperature enormi, cuocere letteralmente nei coglioni che non si stancava di mangiare, gustare, ingoiare e ricacciare. Non parlai, ma ormai non resistevo più e passai ai fatti. La tirai su, baciando la sua bocca piena del mio sapore intimo, e la spogliai definitivamente. Era nuda, quasi tutta nuda, rimasero solo le autoreggenti color carne e le scarpe, una mia fissazione. La voltai con decisione verso il tavolo ed ebbi la visione del suo culo tondo e carnoso. Vi ficcai il naso, le labbra, la faccia e gustai tutti i suoi umori, salatissimi e vivi, la fica era gustosa e fresca, una fica giovane, profumata e curata, piena di vita e di voglia, una fica già esperta, ma meritevole di ulteriori aggiornamenti. Persi il senno, persi la testa e le infilai, per tutta la lunghezza, il cazzo dentro. Entro durò e lineare, eravamo ambedue così bagnati che scoparla con foga fu naturale, come se fossimo una coppia collaudata. I coglioni sbattevano sulle cosce vigorosi e potenti e rimbombavano, facendo da controcanto ai nostri gemiti di godimento.
“Sfondami, rompila…”
“Sì, ti sfondo, te la spacco…”
“Ti piace la mia fica?”
“Tanto, te la allargo…” Diedi colpi sempre più forti, sempre più energici, sempre più rabbiosi che lei reggeva alla perfezione, alternando alle urla di piacere qualche leggera lamentela, dolce e gradita. Rallentai, volevo scoparla piano per sentire meglio la carne della fica. Lasciai andare una ventina di colpi lentamente, affinché potesse meglio sentire durezza, ampiezza ed estensione. Ad ogni millimetro di cazzo la sua voce di ragazza completamente stravolta dall’agitazione ormonale si alzava, si alzava e si alzava. Lo tiravo fuori, infilavo una mano tra la coscia e la calza, mi godevo culo e cosce con la lingua e poi riprendevo. Lasciavo scorrere il pene tra le natiche, senza ingresso alcuno, eppure tutto fluiva naturalmente, per poi riprendere con vigore e forza la penetrazione, ormai inarrestabile. Il profumo dei suoi umori invadeva la cucina e sembrava fondersi con gli odori tipici delle mura che assorbono gli aromi. Mi sedetti, salì sopra e ora offrendomi la vista della schiena ora donandomi il seno, che divoravo avidamente mentre saltava, cavallerizza sublime, sull’organo teso all’inverosimile, galoppò senza sosta, vogliosa e irraggiungibile. Sentivo che non avrei potuto resistere più a lungo, rimaneva però un ultimo passaggio, fondamentale e desiderato. Mi anticipò, decisa e sicura.


“Non sborrare, inculami.”
“Sì, certo… Andiamo di là…”


Interrompemmo le danze per qualche minuto, il tempo di riprendere fiato, cercare di ricomporre silenziosamente corpo e anima, ma senza eccedere in autocontrollo. Si dispose a novanta gradi, io recuperai il lubrificante e lo spalmai sui glutei, dominando l’impazienza con il piacere visivo e tattile che l’esperienza mi procurava. Immensa la gioia di stare per varcare l’orifizio, pulito e profumato, con l’indice e il medio , onde ridurre l’attrito. Afferravo il seno, consistente ed esplosivo, da dietro, immaginandone dal tocco il ballo devastante.

“Sto per entrare.”

Mi parve giusto avvisarla: avvicinai la punta all’apertura, lavorandola sempre con il dito, quindi con lentezza inesorabile la sodomizzazione ebbe luogo. Troppa l’emozione, troppo il senso di beatitudine che provavo nell’entrare senza indugio in quell’antro della meravigliosa cerbiatta, che in qualunque posizione si dimostrava abile a comandare il gioco, gestirlo, reggerlo.

“Lo senti in culo?”
“Lo sento, lo sento!”
“Ancora…”
“Ancora di più…”



Sulle prime conoscemmo qualche difficoltà, ma fummo bravi a non far sì che la tensione di dominasse e rendesse vano il tentativo anale. Non smettemmo per un attimo di rimanere uniti, di scivolare l’uno dentro l’altro, di tenere sempre l’eccitazione sveglia e presente, al di là di qualche imbarazzo dovuto ai suoi dolcissimi, quasi adolescenziali timori derivanti da una penetrazione che avrebbe potuto farle davvero male. La pazienza si rivelò alleata formidabile e, finalmente, fui in grado di incularla come sognavo di fare. Quel suo splendido, inarrivabile, ghiotto fondoschiena vibrava e fremeva, al ritmo dei miei colpi e dei suoi gemiti, in un concerto erotico dove ogni componente funzionava a meraviglia. Più entravo, più godeva, più godeva, più entravo. Avevo fatto mio il Culo. Qualche minuto dopo, mi chiese di uscire e scoparla di nuovo in fica. Lì per lì non capii, ma non discussi e feci quanto mi chiedeva. Poi capii. Un orgasmo caldissimo investì la mia cappella, accompagnato da un grido possente e maturo, insolito per la sua verde età. Fu come la scintilla di un interruttore. Lei capì immediatamente e si voltò rapida, pronta per ricevere l’enorme quantità di sperma sul seno. Lo afferrò in mano e, di fatto, lo ingerì, finché dalla base il fiume rovente iniziò a muoversi, per poi liberarsi completamente sul petto candido e dal sapore indescrivibile. Fiotti bianchi colavano lungo le curve, come un torrente alimentato da una pioggia leggera. Con mia somma sorpresa, dopo aver ripulito tutto, ricominciò a succhiare come se non fosse successo niente. Non avevo parole, eppure nell’arco di qualche minuto l’erezione tornò a farsi viva. Non ci fu tregua, non fu possibile fermarsi. Il furore di liquidi, ormoni, dita nelle labbra, lingue voraci e reciproci piaceri orali si protrasse per l’intera notte. Avemmo diversi orgasmi, mi sembrava che il tempo non finisse mai, che le tenebre proseguissero solo per noi, come fecero gli dèi con Penelope e Odisseo nella prima notte insieme. Avevo il suo odore ovunque, il suo succo di fica era delizioso e impregnava l’aria, mentre il mio liquido bianco rendeva la sua pelle ancora più luminosa del normale. Ci abbracciammo e prendemmo, finalmente, sonno, l’uno dentro l’altra, stanchi e appagati.

Mi risvegliai, piacevolmente stravolto, alle undici del giorno dopo. La luce filtrava dalla tenda, la dolce fatica mi rendeva leggermente spossato, ma soddisfatto e ancora inebriato del suo profumo. Realizzai, provai a capire e a ricostruire. Rividi la notte, la cercai, la chiamai. Ansioso, contento, soddisfatto, curioso, sognante. Dov’era? Non c’era più e non potevo ancora sapere, in quel momento, che non l’avrei mai più rivista.


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Agave Ionia

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