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Il Sapore della Sottomissione - Capitolo 8 – Il Sapore Acre del Ritorno
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Racconto21 min di lettura

Il Sapore della Sottomissione - Capitolo 8 – Il Sapore Acre del Ritorno

Giulia affronta il ritorno alla vita quotidiana dopo la trasformazione. Un racconto che esplora il contrasto tra scoperta di sé e convenzioni sociali.

Dago Heron
5 mesi fa · 492 letture · 0

“Quando possiamo vederci di nuovo?”

Lui stesso si sentiva diverso. Quella donna aveva risvegliato qualcosa dentro di lui che credeva sepolto da anni. La sua resa così totale aveva risvegliato appetiti che pensava di aver domato. Ora li sentiva fremere sotto la pelle come belve in gabbia.

Le dita si mossero sulla tastiera: “Solo dopo che avremo ridiscusso i termini del nostro accordo. Credo che entrambi abbiamo scoperto di volere qualcosa di più… completo.”

Sul treno, Giulia sentì il telefono vibrare e il cuore le esplose nel petto. Lesse il messaggio una volta, poi di nuovo, poi ancora. La parola “completo” le accese la mente come una miccia. Sapeva esattamente cosa significasse. Non più limiti, non più barriere. Non più quella danza gentile attorno ai confini che avevano rispettato quel pomeriggio.

Il pensiero si insinuò nelle sue vene come veleno dolce, liberando immagini che fino a quel momento aveva osato solo sfiorare. Le fantasie esplosero nella sua mente senza controllo: corde che la immobilizzavano mentre lui la possedeva completamente, il suo corpo che si arrendeva in modi che con Marco non aveva mai osato nemmeno immaginare. Non più la
sottomissione negoziata di quelle ore, ma capitolazione totale, carne che si offriva senza riserve.”

Le cosce si strinsero involontariamente. Tra poche ore sarebbe stata a casa con Marco, a fingere di essere la stessa moglie di sempre. Ma nel ventre le pulsava già la conta dei giorni che la separavano dal momento in cui sarebbe tornata da lui. Completa.

Scrisse una sola parola in risposta: “Quando possiamo ridiscuterlo? Sono pronta, quando vuoi.”

E premette invio prima che il coraggio la abbandonasse.

Dago era ancora davanti a quella dannata finestra. Immaginava il treno che usciva dalla stazione, lei seduta vicino ad uno dei finestrini. Cosa stavano per iniziare? Quello successo oggi probabilmente era solo il primo passo di qualcos’altro.

Con il cellulare in mano, attraversò la sala ancora piena dei segni del suo passaggio, tornò in cucina, versò ancora un po’ di prosecco mentre rileggeva gli ultimi messaggi.

“Giulia, voglio che tu ti goda questo viaggio, che ripensi e rifletti su quanto è successo in queste settimane e quanto è successo oggi. Voglio che ci dorma su. Se domani mattina sei ancora dell’idea di volere di più e di ridiscutere il nostro accordo, allora prendi la cavigliera che ti ho messo nella tasca della tua borsa, indossala e mandami una foto. Come avrai capito non sono un uomo che si accontenta. Quel gesto significa che sarai mia, la mia sottomessa e dovremo solo discutere le condizioni.”

Se prima il cuore le era esploso nel petto ora si era fermato. La prima volta divorò il messaggio. La seconda volta lo lesse con maggiore attenzione. Prima della terza volta frugò nella borsa trovando una semplice cavigliera in argento con delle pietruzze colorate. Non era
importante l’oggetto. Quello che era importante era il significato che aveva quell’oggetto e chi glielo aveva data.

L’ultima volta lo lesse accarezzando con la punta delle dita le parole come se fossero le sue labbra. Poi digitò quattro parole: “Come lei desidera Signore!”

Il viaggio fu lungo, silenzioso, pieno di pensieri e di ricordi. Si appoggio nell’angolo abbracciandosi, immaginando di essere seduta sulle sue gambe contro il suo petto. Poteva ancora sentire il suo profumo, le sue mani, la sua voce. Sfinita si appisolò risvegliandosi fortunatamente poco prima della sua stazione. Camminando verso casa ebbe la stessa
sensazione di quando stava andando verso la stazione.

Arrivò a casa per prima, come pianificato, si cambiò indossando la sua uniforme anonima e incolore e preparò una semplice cena. Ogni gesto familiare era diventato teatro. Mentre tagliava le verdure, le dita ricordavano altro, la ruvidezza delle corde, la levigatezza del suo
petto. Il rumore del coltello sul tagliere scandiva un ritmo diverso da quello che il suo corpo aveva imparato poche ore prima. Era come indossare un costume troppo stretto dopo aver scoperto di saper volare.

Cenarono scambiandosi poche parole sulla noiosa e lunga giornata avuta. Marco masticava parlando di pratiche burocratiche, di colleghi noiosi, del traffico. La sua voce arrivava ovattata, filtrata attraverso la memoria della voce di Dago che le aveva ordinato di godere. Giulia annuiva nei punti giusti, sorrideva quando richiesto, ma era spettatrice di sé stessa. Come se la vera lei fosse rimasta in quell’appartamento, e questa versione domestica fosse solo un ologramma ben programmato.

Giulia tagliava la carne e ogni movimento del polso le ricordava come Dago le avesse afferrato i capelli. Marco parlava di un nuovo software contabile, ma lei sentiva ancora l’eco della sua voce che le sussurrava “brava” contro l’orecchio. Il sapore del vino le riportava quello del prosecco bevuto tra le sue braccia, quando il mondo si era ridotto a quel salotto pieno di candele.

Le bastava chiudere gli occhi per un secondo e poteva ancora sentire le sue mani che le accarezzavano la schiena dopo. Come si chiamava quella sensazione? Aftercare. Una parola che Marco non conosceva, un concetto che non aveva mai sfiorato. Non per cattiveria, semplicemente perché vivevano in universi paralleli.

“Domani devo finire il bilancio di marzo,” disse Marco, e lei annuì guardando le sue mani che gestivano la forchetta. Mani gentili, familiari. Ma la sua pelle conservava l’impronta di dita che sapevano dove premere per farla tremare, che avevano disegnato mappe di piacere su territori che nemmeno lei conosceva.

Per un momento si chiese cosa sarebbe successo se avesse posato la mano su quella di Marco e gli avesse raccontato tutto. Ma era come immaginare di spiegare il colore rosso a chi è nato cieco. Alcuni linguaggi non si possono tradurre.

Le bastò uno sguardo alle mani di Marco, quelle mani che conosceva da vent’anni, morbide, impacciate, per sentire il contrasto bruciare nelle vene. Quelle dita non avevano mai saputo dove toccarla per farla tremare. Non avevano mai letto la sua pelle come un libro da decifrare.

Poi un po’ della solita televisione prima che Marco decidesse di andare a letto. Con una delle solite scuse lei rimase sul divano.

Giulia prese il telefono e scrisse prima di tutto al Mentore, ringraziandolo per averla aiutata a fare la scelta giusta. Poi scrisse ad Anna: “Quando ci vediamo per un pranzo tra amiche? Ho un po’ di cose da raccontarti!” La risposta non si fece aspettare molto: “Anche domani, mi devi raccontare tutto!” Dopo avere concordato ora e luogo Giulia andò in bagno a prepararsi per la notte. Si spogliò e si guardò allo specchio del bagno cercando segni visibili del pomeriggio. La pelle sembrava la stessa, ma lei sapeva che sotto scorreva sangue diverso. Si chiese se
Marco avesse mai notato quando lei cambiava. Un taglio di capelli, un nuovo rossetto, un sorriso diverso. Probabilmente no. Probabilmente poteva tornare a casa completamente trasformata e lui le avrebbe chiesto solo se avesse ricordato di comprare il latte.

La mattina successiva inventò una scusa per non andare a lavorare, una scusa valida per l’ufficio e per Marco e rimase a letto fino a quando lui non uscì.

Rimasta sola, per prima cosa si sfilò la camicia da notte. Il contatto delle lenzuola sulla pelle le ricordava le sue carezze. Le dita scivolarono tra le cosce come lui le aveva insegnato settimane prima piano, senza fretta. Ora ripeteva quei gesti come litania appresa. Indice e medio sfioravano la clitoride variando la pressione esplorando il proprio piacere come lui aveva fatto il giorno prima.

Il piacere saliva come allora, come tutte le volte che la sua voce l’aveva guidata attraverso il telefono mentre si masturbava nell’intimità rubata del bagno o della cucina. Lei aveva imparato a riconoscere i segnali, a fermarsi un attimo prima del precipizio. Era disciplina erotica, controllo che paradossalmente la liberava.

Le dita rallentarono, si ritrassero. L’onda del piacere si spense lasciando la pelle elettrificata e affamata. Esattamente come lui le aveva insegnato. Era ancora la sua allieva, anche a chilometri di distanza, anche senza la sua voce nell’orecchio. Il corpo aveva memorizzato ogni istruzione, ogni sfumatura del suo controllo.

Ricominciò, seguendo il ritmo che lui aveva orchestrato per settimane. Non era masturbazione: era pratica devozionale, preparazione per quello che sarebbe venuto.

Poi si era alzata e aveva preso il telefono, Nessun messaggio da Dago, come si aspettava. Era lei a dover chinare il capo e offrirgli la sua sottomissione. Prese la cavigliera, la indossò e la rimirò più volte. Poi si inventò un modo per posizionare il telefono in modo che, impostando il timer per l’autoscatto, nella fotografia comparisse in primo piano la cavigliera indossata, e sullo sfondo il resto del suo corpo, nudo.

La foto non aveva bisogno di sottotesto.

Attese i canonici cinque minuti prima che il telefono iniziò a squillare. Era Dago, il suo Padrone, ovviamente.

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Scritto da
Dago Heron

Sono un uomo di 57 anni nato sotto il segno del Capricorno. La mia personalità ENFJ plasma inevitabilmente la mia scrittura. Come Protagonista, sono naturalmente attratto dalle dinamiche umane, dalla complessità emotiva degli incontri, dalla tensione che si crea tra vulnerabilità e potere. Chi mi conosce nella sfera dell’intimità mi identifica come Daddy Dom, un ruolo che filtra nella mia scrittura sotto la superficie delle mie storie. Scrivo da quando, venticinque anni fa, una pagina di Stephen King fece tremare qualcosa dentro di me che non sapevo esistesse. La letteratura erotica è il mio campo d’elezione, la mia dichiarazione d’intenti più autentica.

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