Mentre Giulia si aspettava che aggiungesse altro, lui dirottò la propria erezione tra le sue cosce, facendole poi chiudere le gambe. Lei rimase sorpresa, cercando di capire cosa avesse in mente. Solo quando iniziò a muoversi iniziò a capire. “…sono certo di riuscire a rispettare il nostro accordo e darti un ultimo piacere.”
L’asta dura di Dago riusciva a strofinare contro la sua clitoride. Nello stesso tempo sentiva il suo corpo, contro il proprio, in un movimento come quello che sarebbe stato se la stava scopando. Giulia strinse di più le cosce e si avvinghiò a lui, la bocca vicino al suo orecchio: “Se tu avessi voluto io … ” Dago le appoggiò un dito sulle labbra: “Non dire nulla, non aggiungere nulla …”
Si baciarono di nuovo e quando le labbra si scontrarono, fu come se tutto il desiderio represso del pomeriggio esplodesse in un punto solo. Non era più un bacio ma una guerra, bocche che si divoravano con una fame che rasentava la violenza. Le lingue si battevano senza tregua, denti che mordevano labbra fino al limite del dolore, saliva che si mescolava all’acqua della doccia, mentre i corpi strofinavano uno contro l’altro.
Lui la baciava come se volesse bere la sua anima attraverso la bocca, lei rispondeva con la stessa ferocia, le unghie che si affondavano nelle sue spalle lasciando mezzelune rosse sulla pelle bagnata. Era il bacio di chi sa che ha poco tempo, di chi deve dire tutto in un solo gesto.
Carnale, disperato, quasi selvaggio.
Quando finalmente si staccarono, entrambi avevano le labbra gonfie e dolenti. Il respiro di lei era un rantolo contro la sua bocca, quello di lui un ringhio sordo che vibrava nel petto. Si guardarono per un istante, riconoscendosi come animali della stessa specie.
Prima che il desiderio di tornare ad assalire la sua bocca prendesse il sopravvento, le sue forti mani la girarono verso la parete di vetro. Si poteva vedere riflessa nello specchio, i seni premuti contro il vetro, le mani appoggiate. Leggermente piegata in avanti, fremeva in attesa di cosa sarebbe successo.
Per prima cosa sentì la sua carne dura strofinarsi nel solco dei glutei. Più di una volta, per caso o di proposito, la cappella era inciampata nel suo ano, andando oltre. Poi, di nuovo, aveva fatto scivolare il cazzo tra le sue cosce. Giulia le chiuse istintivamente, un modo per
accoglierlo in lei. Lo senti iniziare a spingere dietro di lei con la stessa foga, con la stessa intensità, con lo stesso desiderio che avessero un rapporto tradizionale.
Più spingeva, più lei si appiattiva verso il vetro, sentendo una nuova forma di piacere crescere nella sua testa e nel suo ventre. Una parte era data dallo strofinamento contro la sua figa, contro la sua clitoride, ma un’altra parte arrivava solo dalla situazione, dal sentire, attraverso quelle spinte, quanto lui la desiderasse.
Giulia raggiunse l’orgasmo gemendo pochi istanti prima che anche lui la raggiungesse schizzando buona parte del suo orgasmo sul vetro. Rimasero così, Giulia premuta contro il vetro, lui premuto contro lei. Il cazzo ancora pulsante intrappolato tra le sue cosce che sembravano non volerlo liberare. Le spostò i capelli, le morse il collo. Un primitivo gesto di
possesso.
“Non ci resta molto tempo per noi, ma … “. Una mano le afferrò i capelli, forzandola dolcemente a inginocchiarsi “Questo è tuo … “. Le disse avvicinandole il viso al vetro dove lui aveva appena sborrato. Giulia non se lo fece ripetere, iniziando a leccarlo. Una volta ripulito
il vetro, le fece anche ripulire il proprio uccello, poi con uno sforzo di volontà si staccò da lei.\
“Fatti la doccia, ti aspetto di là. — la guardò con un velo di rassegnazione – Non voglio che tu perda il treno.” Disse prima di voltarsi, raccogliere i jeans e andare nell’altra stanza.
Giulia resta sotto il getto dell’acqua, sorride, ripensando a quello che è appena successo, a come lui sia riuscito a inventarsi un modo di avere un rapporto con lei senza infrangere le regole del loro accordo.
Quando Giulia, 10 minuti dopo, ritornò nel salone, Dago la attendeva seduto sulla sua poltrona, sul suo trono, con i due calici di spumante vicino a lui. Sul tavolo, ripulito, c’erano in ordine i suoi indumenti. I vestiti che lui aveva scelto per lei giacevano composti come una
seconda pelle che aspettava di essere indossata nuovamente. Ogni capo parlava del suo gusto, della sua visione di lei. La lingerie raffinata, il vestito che esaltava le sue curve senza volgarità, persino le scarpe che l’avevano fatta sentire più alta, più sicura. Era stato lui a
vestirla prima ancora di spogliarla.
“Vestiti, per piacere!”
Con la lentezza di chi vuole protrarre il più a lungo possibile quel momento, ritardare fino all’ultimo momento una separazione, indossò uno dopo l’altro gli indumenti, tornando ad apparire, senza esserlo, la donna che aveva bussato a quella porta. Ogni capo che indossava nuovamente portava la sua firma. Il reggiseno che lui aveva immaginato sui suoi seni, la guepière scelta per esaltare la sua vita. Il vestito rosa che aveva visto con i suoi occhi prima ancora che lei lo toccasse. Mentre si rivestiva, sentiva ancora il peso del suo sguardo, il piacere che aveva provato nel vederla indossare quello che aveva scelto per lei. Era stata la sua bambola vivente, vestita secondo i suoi desideri.
“Vieni qui!” Le indicò un ponto tra le sue gambe che oramai sentiva come il suo posto. Una volta che si fu inginocchiata lui le slacciò il collare. Giulia mosse istintivamente la mano al collo, sentendo un vuoto, sentendosi nuda. “Sarei andata a casa indossandolo.” Il collare
era l’unico elemento che lei aveva chiesto, l’unica scelta che aveva fatto. Tutto il resto – dalla lingerie alle scarpe – era stato lui a deciderlo, a immaginarlo su di lei. Ma quel cerchio di metallo era diventato suo più di qualsiasi vestito. Senza, si sentiva spoglia in un modo che andava oltre la nudità.
Dago si alzò, le pese la mano e la aiutò ad alzarsi e poi le offrì il bicchiere. Brindarono a quell’incontro e bevvero restando in silenzio, cercandosi ogni tanto con gli occhi.
Alla fine, si trascinarono verso la porta. Si guardarono ancora, consapevoli che entrambi avrebbero voluto dire un sacco di cose ma non ne avevano le forze, non trovavano il coraggio di rompere quell’incantesimo.
“Vuoi che ti accompagno?” lui le chiese.
“Grazie, ma ho bisogno di camminare, ho bisogno di avere un po’ di tempo per me.”
Giulia gli appoggiò la mano sul petto, poi si avvicinò appoggiandoci il viso, annusando il suo profumo ancora una volta. Lui la abbracciò. “È stato molto bello, grazie:” Lei sollevò il viso, cercò le sue labbra per un ultimo delicato bacio “È stato molto più di quello che avrei potuto desiderare. Grazie!” Un ultimo bacio, poi si separarono nello stesso modo in cui si stacca un cerotto, con uno strappo secco.
La porta si aprì, Giulia usci, prese le scale, lui uscì e la guardò scendere. “Mandami un messaggio quando sei sul treno” le disse mentre scendeva “E un altro quando sei arrivata a casa!” Giulia annuì. Lui aspettò qualche minuto prima di rientrare, chiudere la porta e andare
alla finestra da cui poteva vedere la strada. Il vestito rosa la rendeva facilmente identificabile in mezzo a tutta l’altra gente.
Uscita dal portone l’aria fresca della sera le accarezzò il viso. Aveva l’impressione di camminare in modo diverso, più lento, morbido, decisamente meno rigido. E questo nuovo modo di mettere un piede davanti all’altro provocava un morbido ondeggiamento dei fianchi. Forse per quel modo di camminare, o per l’espressione che aveva l’impressione di avere, la gente che incrociava, in particolare gli uomini, la guardavano in modo diverso, affascinati, alcuni le sorridevano.
Lei li vedeva, come spettri. La sua mente era concentrata solo su una cosa, sul rivivere e memorizzare in modo indelebile ogni fotogramma, ogni emozione, ogni sensazione di quel pomeriggio.
Gli uomini la guardavano, e per la prima volta lei non abbassava gli occhi. Li ricambiava, consapevole del proprio potere. Sapeva cosa si nascondeva sotto il vestito rosa: una donna che aveva urlato legata a un tavolo, che aveva supplicato di godere, che aveva scoperto orgasmi che non immaginava. Quel segreto la rendeva magnetica.
Anna. Doveva chiamare Anna. Finalmente avrebbe avuto storie proprie da sussurrare al caffè, non solo orecchie che ascoltavano. “Hai presente quando dici che ti hanno scopata bene?” le avrebbe chiesto. “Ecco, ora so cosa significa.” Il pensiero la fece sorridere, un sorriso nuovo che non riconosceva.
Il mentore. Gli doveva gratitudine per averla guidata fin qui, per aver creduto che fosse pronta quando lei stessa dubitava. “Aveva ragione,” gli avrebbe scritto quella notte. “Ero pronta. Più di quanto credessi.”
Ma soprattutto Marco. Marco che l’aspettava a casa, ignaro che la moglie che sarebbe rientrata portava sotto la pelle impronte di mani che non erano le sue. Come fingere normalità quando ogni cellula del suo corpo vibrava ancora di scoperte che il matrimonio non contemplava?
Il treno per casa l’aspettava, pronto a riportarla nell’altra vita. Ma lei sapeva che quell’altra vita non l’avrebbe più contenuta allo stesso modo. Fece il biglietto e una volta salita sulla carrozza e seduta al suo posto prese il telefono. “Sono seduta sul treno, grazie per esserti preso cura anche di questo aspetto, di farmi arrivare a casa in orario.”
Quando il telefono di Dago vibrò la seconda volta, lui rimase immobile alla finestra. Non rispose subito. Sapeva che l’attesa era già parte del gioco successivo. E sapeva anche che lei, seduta su quel treno, stava aspettando la sua risposta. I tempi con cui aveva mandato il
messaggio gli comunicavano che non era solo la richiesta di una donna soddisfatta che voleva ripetere l’esperienza. Era fame nuda, bisogno che chiamava bisogno con voce disperata.
