Giulia era abbandonata contro il suo petto, accovacciata come una gatta nella sua tana sicura, protetta dalle sue braccia che la cingeva, le sue mani che la accarezzavano. Era coccolata dalla sua voce, tranquilla e profonda, e dal suo profumo, che sapeva di legno, solido. Giulia ogni tanto si infilava con il viso nell’incavo del collo per annusarlo meglio.
Ogni centimetro del suo corpo conservava l’impronta delle sue mani, delle corde, degli strumenti che l’avevano plasmata. La pelle pulsava ancora di memoria: qui una carezza, là il morso dolce della juta, più in basso l’eco di piaceri che non sapeva di poter provare. Era stanchezza liquida, quella che le scorreva nelle vene, ma anche elettricità sottocutanea che le faceva tremare le dita quando le appoggiava sul suo petto.
Essere vista. Per la prima volta essere completamente vista. Non attraverso filtri di convenienza o aspettative, ma nella sua nudità più vera. Quella che andava oltre la pelle.
Erano rimasti a parlare per lungo tempo. Avevano chiacchierato delle sensazioni diverse date dai vari strumenti. Avevano conversato di sesso, di orgasmi. Avevano parlato di quello che avevano provato nei vari momenti. All’inizio aveva parlato di più lui. Poi aveva iniziato a raccontare Giulia e ci mancava poco che bisognasse usare la ball gag per azzittirla. Avevano anche riso, molto e di gusto.
Mentre le parole scivolavano tra loro come carezze sonore, la mente di Giulia riavvolgeva il nastro del pomeriggio. La prima sculacciata che l’aveva fatta sussultare più per la sorpresa che per il dolore. Il momento in cui aveva capito che il suo corpo poteva tradirla in modi meravigliosi. L’istante preciso in cui aveva smesso di essere la moglie di qualcuno per diventare semplicemente sé stessa.
“Sai,” disse Dago, la voce che si ammorbidiva in una confessione, “ogni volta è un viaggio anche per me. Non è mai solo tecnica o esperienza. È sempre una scoperta di chi ho davanti.” Le sue dita continuavano a disegnare geografie invisibili sui suoi capelli. “Ma anche attraverso l’altro una scoperta di me stesso. Tu oggi mi hai stupito. La tua capacità di lasciarti andare, di fidarti… mi ha fatto riscoprire nuove sfumature del mio modo di dominare, stimolato nuove curiosità.”
Mentre lo ascoltava parlare, Giulia sentì qualcosa espandersi nel petto. Era gratitudine, ma non quella tiepida e educata che si deve a chi ci ha fatto un favore. Era qualcosa di più viscerale, più urgente. Una riconoscenza che le bruciava nelle vene come alcol forte.
Osservava il modo in cui le sue labbra si muovevano quando parlava, come le mani gesticolavano con quella sicurezza naturale che l’aveva guidata attraverso territori sconosciuti di sé stessa. Quest’uomo le aveva regalato molto più di piacere fisico: le aveva mostrato che esisteva un’alternativa alla vita noiosa e monotona che aveva accettato come
destino.
La gratitudine le cresceva dentro come una marea. Era riconoscenza primitiva per chi ti apre una porta che credevi murata per sempre. Lui l’aveva strappata dall’indifferenza quotidiana, dalle cene silenziose, dai weekend riempiti di faccende per non pensare. Le aveva dimostrato
che poteva ancora vibrare, sentire, essere viva in modi che aveva dimenticato.
L’allarme che Dago aveva impostato quando lei era arrivata li riportò, controvoglia, alla realtà. Lui le sollevò il mento: “Devi prepararti per tornare a casa, non voglio che tu faccia tardi!” Lei si era rifugiata di nuovo nel suo collo, quasi fosse un posto dove nessuno poteva trovarla.
Lo bacio, dolcemente, umidamente, vicino alla base dell’orecchio. Lui le sollevò di nuovo il mento e la baciò sulle labbra. Si guardarono per qualche secondo, entrambi consapevoli che, se si fossero baciati un’altra volta, il prossimo bacio non sarebbe stato casto e non si poteva sapere dove li avrebbe portati.
“Giulia, vai a farti la doccia.” Mentre lui cercava di resistere a mille desideri e tentazioni, Giulia si giocò l’ultima carta, facendogli gli ‘occhioni’ come il gatto degli stivali. “Devo proprio?” gli chiese.
“Devi, non voglio che a casa si insospettisca ma, lascia la porta aperta, voglio poter essere libero di venirti a vedere!” Giulia provò ancora una volta a fare resistenza ma Dago la fece scivolare a terra e con una pacca sul sedere la mandò in direzione del bagno.
Mentre Giulia si dirigeva in bagno, dove trovò un kit di prodotti e oggetti dedicati a lei, Dago si diresse in cucina. Con molta calma, dando il tempo a Giulia di entrare in doccia, prese due flûte, li riempì di prosecco. Li osservò per qualche secondo, poi ne svuotò uno senza fretta e lo riempì nuovamente. Prese i bicchieri e si diresse verso il bagno.
Giulia era sotto il getto della doccia rivolta verso il muro. Lui si appoggiò allo stipite della porta, con i bicchieri in mano, e restò a guardarla, ad osservare il suo corpo.
L’acqua scivolava lungo le sue curve, lavando via i residui del pomeriggio ma non la memoria impressa nella carne. Ogni goccia che le percorreva la schiena sembrava risvegliare echi di carezze, di possessi, di scoperte. La pelle brillava sotto il getto, diversa da come l’aveva vista entrare ore prima. Più morbida, più viva, come se l’aver ceduto il controllo l’avesse paradossalmente riportata in possesso di sé stessa.
Giulia si muoveva con una grazia nuova, inconsapevole della propria sensualità ma non più imbarazzata da essa. Le spalle non si curvavano più per nascondere il seno, i fianchi non cercavano più di sparire sotto gesti timidi. Era semplicemente sé stessa, nuda senza più vergogna.
Quello che vedeva gli piaceva. Aveva quelle imperfezioni che la rendevano perfetta, vera. E ora poi aveva una postura completamente diversa, quasi regale, che dava alle sue curve e forme un nuovo splendore.
Era talmente assorto a guardale il sedere che non si accorse che Giulia aveva girato la testa e lo stava osservando. I loro occhi si incontrarono attraverso il vapore come due predatori che si riconoscono. Nel suo sguardo Dago lesse una sfida silenziosa, la stessa determinazione che l’aveva spinta a bussare a quella porta. Negli occhi di lui, Giulia vide fame trattenuta, desiderio che lottava contro la promessa data.
Con le mani insaponate iniziò a massaggiarsi i glutei, mentre lentamente si piegava in avanti. E mentre si piegava in avanti fece in modo di allargarli, offrendogli la visuale dei suoi buchi. Solo allora lui realizzò che lei lo aveva visto e lo stava stuzzicando. Dago le sorrise, sollevò uno dei due flûte e lo vuotò, mentre Giulia si girava, continuando a giocare con il sapone, insaponandosi vigorosamente i seni, scendendo lungo la pancia, tra le sue cosce. Faceva tutto questo mentre i suoi occhi erano incollati al suo viso, godendo delle emozioni che riusciva a provocargli.
Era la prima volta che si trovava a fare uno spettacolo del genere. Cercò di fare appello a video che aveva visto. Affondò due dita nella sua fessura e il piacere fisico si combinò con quello mentale, scatenando una reazione chimica altamente esplosiva. Si girò un’altra volta, offrendo la vista dei suoi fianchi generosi, si piegò in avanti allargando le gambe, certa che in quel modo lui avrebbe avuto una perfetta vista su quanto gli stava offrendo: tutta sé stessa.
La mano destra scivolò di nuovo tra le cosce, andando a giocare nuovamente con la sua figa, mentre la sinistra prendeva un’altra strada per arrivare al suo ano. Le dita la invadevano con un ritmo alternato. Due nel canale principale, due nel canale secondario.
Per un rapido istante senti ancora la voce di sua madre tentare di urlarle di vergognarsi, mentre si domandava se Anna avesse mai fatto uno spettacolo del genere a qualche suo ometto.
A causa di quell’eccitante e inaspettato spettacolo, nel sangue di Dago la densità di testosterone era più che triplicata. Trangugiò l’ultimo bicchiere di prosecco, appoggiò i bicchieri sul piano del lavabo, fatto scomparire i pantaloni e si era infilato in doccia con una minacciosa erezione.
Giulia si era sollevata, in parte sorpresa, in parte desiderosa di qualcosa di più. Lui la spinse contro la parete, i corpi premuti uno contro l’altro. La baciò con tutto il desiderio che lei aveva scatenato in lui non solo con quello spettacolo, ma in tutto il pomeriggio. Quando dopo molto si staccò dalla sua bocca la guardò dritto negli occhi: “Tu hai intenzione di farmi rompere il nostro accordo, ci stai provando in ogni modo…” La voce era allegra, scherzosa, confermata dal malizioso sorriso dipinto sulle sue labbra.
“Io? Moi?…” replicò Giulia con lo stesso tono.
“Sì, tu…” la baciò di nuovo, ma questa volta il sorriso scivolò via dalle labbra mentre qualcosa di più primitivo prendeva il sopravvento, “ma io sono un uomo di parola…”
Le piastrelle fredde contro la schiena e i glutei furono uno shock che la fece sussultare. Il contrasto tra il gelo della ceramica e il calore del corpo di lui che la premeva contro il muro le mandò scariche lungo la spina dorsale. I loro corpi si incastravano perfettamente, pelle contro pelle, mentre l’acqua continuava a scrosciare intorno a loro.
Si guardavano negli occhi da distanza ravvicinata, respiri che si mescolavano al vapore. In quello sguardo reciproco c’era tutto: la fame repressa di lui, la gratitudine ardente di lei, il riconoscimento di qualcosa che andava oltre i ruoli del pomeriggio. Quando le labbra si unirono, fu collisione pura. Bacio disperato, quasi violento, di chi sa che il tempo sta per finire.
Il suo peso che la schiacciava contro le piastrelle era ancora dominazione, ma diversa. Più carnale, meno cerebrale. Lei rispose con la stessa urgenza, le unghie che si conficcavano nelle sue spalle, la bocca che ricambiava morso per morso.
