Mi alzai il bavero della camicia, più per darmi un contegno che per una reale necessità, e mi misi a seguirla.
Camminava a passo veloce, senza esitazioni. Attraversò la zona del mercato e si diresse verso il porto, passando fra gruppi di persone, biciclette e furgoni in sosta. Io mantenni una certa distanza, cercando di confondermi nella folla e di non fissarla troppo apertamente. Ogni tanto perdevo di vista la busta trasparente, ma bastava un riflesso sull’acqua o il movimento chiaro del suo tailleur per ritrovarla.
Proseguì lungo il lungomare. Il traffico si diradò, le voci del mercato lasciarono il posto al rumore delle onde contro le banchine e all'odore salmastro che arrivava dal mare. Non si voltò mai. Neppure una volta.
Dopo aver costeggiato il porto, abbandonò il marciapiede e si diresse verso un tratto di spiaggia. La seguii ancora, rallentando quando lei rallentava, fermandomi per qualche secondo quando sembrava sul punto di fare qualcosa.
Arrivata alla sabbia, si chinò e si tolse i sandali turchesi. Li tenne insieme in una mano, senza appoggiarli a terra, e cominciò a camminare verso il bagnasciuga.
La busta con il polpo oscillava al suo fianco.
Io mi ero avvicinato di nuovo. Abbastanza da distinguere il movimento dei suoi capelli raccolti, le pieghe del tessuto celeste sulla schiena, il modo in cui affondava i piedi nudi nella sabbia umida.
Continuava a non voltarsi. Eppure ero certo che sapesse che ero lì.
Teneva i sandali nella mano della tracolla, mentre con l’altra teneva la busta con il polpo e cominciò a camminare verso il bagnasciuga.
La busta con il polpo oscillava al suo fianco.
Io mi ero avvicinato di nuovo. Abbastanza da distinguere il movimento dei suoi capelli raccolti, le pieghe del tessuto celeste sulla schiena, il modo in cui affondava i piedi nudi nella sabbia umida.
Continuava a non voltarsi.
Mi fermai a pochi metri dal punto in cui la sabbia più scura incontrava l'acqua. Il mare era calmo, appena increspato da una brezza leggera. Lei si arrestò davanti alla prima onda, lasciando che l'acqua le sfiorasse i piedi.
E io, ormai, ero troppo coinvolto per andarmene.
La vidi appoggiare la borsa sulla sabbia asciutta. Poi, con una naturalezza che mi spiazzò, si sbottonò i pantaloni del tailleur e li fece scendere lungo le gambe, fino alle caviglie. Ne uscì con un piccolo movimento dei piedi e li lasciò lì.
Aveva delle gambe bellissime. Lunghe, affusolate, perfettamente proporzionate. Rimasi a guardarla più del necessario, lo ammetto. Indossava uno slip celeste, quasi della stessa tonalità del tailleur. Non potei fare a meno di notare anche quella scelta di colori, la stessa cura negli abbinamenti persino nell'intimo. Non era vestita per andare in spiaggia, eppure sembrava perfettamente a suo agio.
Entrò lentamente in acqua, fino a quando il mare le raggiunse le ginocchia. La luce si rifletteva sulla superficie e il tessuto della giacca, rimasta addosso, si muoveva appena nella brezza. Si fermò, sollevò la busta e la inclinò con cautela.
Per un momento vidi il polpo aderire alla plastica con tutti i suoi tentacoli, come se avesse intuito ciò che stava per accadere. Poi l'acqua della busta si riversò in mare e l'animale scivolò fuori, sparendo sotto la superficie.
Lei rimase a guardare.
Non fece gesti di soddisfazione, non sorrise. Seguì con gli occhi il punto in cui il polpo era scomparso, aspettando. Una piccola onda le arrivò alle cosce e si ritirò lasciando sulla pelle un velo lucido.
Io ero rimasto sulla sabbia, immobile.
Ero partito da una curiosità quasi frivola, dalla voglia di capire chi fosse quella donna elegante che sembrava capitata per errore in una città di mare. Adesso l'avevo vista comprare un polpo vivo, portarlo fin lì e restituirlo al mare.
Non avevo la più pallida idea del perché.
E la cosa che mi colpiva di più era che lei non sembrava aver fatto nulla di strano. Era come se avesse semplicemente portato a termine un compito, una cosa prevista, necessaria.
La donna si voltò verso la spiaggia, finalmente. Per la prima volta da quando l'avevo vista in piazza, il suo sguardo passò nella mia direzione.
Non sapevo se mi avesse riconosciuto come l'uomo che l'aveva seguita o se fossi soltanto uno dei tanti presenti sulla spiaggia.
Ma non distolsi gli occhi abbastanza in fretta.
Raccolse i pantaloni tenendoli nella stessa mano dei sandali e si avvicinò. Sempre con le gambe nude, con naturalezza.
“Eri davanti al negozio del pesce. Mi hai seguita.” Non era una domanda. Era una constatazione. Non potei fare altro che assentire.
“Si. Mi scuso. Ma ero troppo curioso” ho detto. E lei ha fatto un segno di si con la testa, senza dire nulla. Non sapevo che dire. Così ho fatto un gesto verso il mare e ho chiesto: “Perché?”
Ha alzato gli occhiali scuri e aveva occhi chiari. Blu, o verdi.
“Perché potevo” ha risposto. Come se fosse semplicemente la cosa giusta da fare e non fosse necessario spiegare nulla.
“Mi tieni la borsa per favore?” Ero rimasto in silenzio perché non avevo trovato niente da dire. Mi aveva fatto sentire stupido per aver posto quella domanda. Mi avvicinai e presi la borsa che mi porgeva.
Si infilò nei pantaloni. Allacciò la leggera cintura, spolverò i piedi dalla sabbia con una mano e li mise nei sandali. Li allacciò e disse “grazie” riprendendo la borsa.
Fece due passi e poi si voltò a guardarmi. “beh che fai, resti qui? Io torno indietro”
“ah no, vengo anche io, si… “ la affiancai. “Io mi chiamo Raoul”
Fece solo un segno con la testa. Per cui chiesi: “ e tu?”
“Puoi chiamarmi Monica, se ti piace”
Più conoscevo quella donna meno sentivo di conoscerla. Ogni risposta che riuscivo a avere moltiplicava le domande che avrei voluto farle.
“Che fai qui Monica?”
“Lavoro. Ho un convegno. Facevo un giro, e tu?”
“Io ci vivo. E facevo un giro anche io”
“Eri al bar, ti sei alzato e mi hai seguita in pescheria, poi alla spiaggia. Perché?”
Mi aveva visto nel bar.
“La verità è che sei bella e fuori dal normale. Mi hai incuriosito, tutto qui. Spero di non averti disturbata.”
“No. Non lo hai fatto. Ero uscita per cercare compagnia in fondo”
“Ah cercavi compagnia? E per cosa?”
“Beh, per scopare, per esempio. Sei interessato?”
“Cioè sei venuta qui per trovare qualcuno con cui scopare?”
“Si. Mi annoiavo e avevo, anzi, ho, voglia. Non posso?”
“e il polpo? “ la frase mi venne fuori senza controllo.
Per la prima volta la sentii ridere di cuore. Si fermò. Si tolse gli occhiali per guardarmi bene. E si, gli occhi erano verde chiaro. “Ascolta” disse “Vuoi fare l’amore con me?”
Giuro che non ci stavo capendo nulla. Non sono un ragazzino, le mie storie le ho avute. Ho sempre pensato di saperci fare con le donne. Ma dentro di me i pensieri faticavano a ordinarsi. La mia faccia doveva esprimere tutto il casino che la sua frase aveva provocato nella mia mente. Non riuscivo a trovare niente di meglio da rispondere che un sorriso che avrebbe voluto essere furbo ma che suppongo fosse solo da idiota.
“Non ti farò del male, non ti rapinerò, non sono una serial killer. O magari sei sposato, fidanzato? Se è così non insisto. “ disse sorridendo. Incalzandomi.
“no no… io… non sono sposato… è che mi prendi di sorpresa… dove?”
“Non ho capito. Chiedendo dove hai detto si e sei passato al pratico oppure è per prendere tempo?”
“Oddio, no. E’ tutto così strano. Prima tu, poi il polpo. Ora questo. Non lo so”
“Devi solo dire si o no. E’ facile. Come per il polpo. Se puoi, lo fai. Se non puoi, no.”
“Si.”
“Hai detto si? Vuoi fare l’amore con me?”
“Si.”
“Ok. Ho una stanza. Andiamo.”
“Io ho casa, abito non troppo distante…” le dico. E intanto penso ai piatti nel lavello, il bagno come l’ho lasciato? le scarpe in giro, il letto sfatto…
E lei: “no, ho una stanza… già pagata, è vicina.”
Moniq
Mi piace il suo imbarazzo. Non sa se camminarmi a fianco, o dietro, o davanti. Io seguo il navigatore che con la sua voce mi indica le svolte e le vie da prendere, lui cerca di rendersi utile.
