“Non so niente di te, ma mi piacerebbe rivederti” mi dice.
Si sta rivestendo e cercando le sue cose, sparse nella stanza.
“Temo non sia possibile, Raoul” rispondo.
“Sei sposata?”
“Si”
“Tornerai qui?”
“Chissà. Ma al momento non credo”.
Resto sul letto mentre si veste. Con il lenzuolo fino alle spalle, guardo l’uomo della spiaggia rivestirsi. Ha un nome e me lo ha detto. Ma il nome è qualcosa di troppo intimo e io non voglio questa intimità.
Fa un sorriso storto, un po’ rassegnato, un po’ triste. Ha un bel viso, un bel sorriso e occhi intelligenti. E espressivi. Mi spiace essere così fredda. Sto pensando a qualcosa da dire. E lui: “posso darti il mio telefono? Se tornassi…”
“Dammi la tua email” rispondo “se torno ti scrivo”.
“L’email? “
“Si. Ce l’hai una email?”
“Si, certo. Ok. Te la scrivo.”
Annuisco. “Poi ti rispondo così hai la mia, ok? … anzi… “ ci ripenso ”dimmela. “
Prendo il telefono, apro l’app di posta, scrivo il suo indirizzo e scrivo “Ciao. Grazie. M”
“Ok. Allora vado. “dice.
Faccio segno di si con la testa. Lo saluto con la mano e con l’accenno di un bacio. Mentre lo faccio, volevo essere gentile ma sembra quello che in fondo è: un commiato veloce. La porta si chiude. Mi alzo e vado in bagno. Mi infilo sotto la doccia. Mi lavo di dosso l’odore del sesso. Strofino l’asciugamano sui capelli, non ho phon. Non importa, fuori fa caldo. Mi rivesto e esco. Lascio la chiave alla ragazza. E’ tutto già regolato. Contanti. Esco nella strada e la luce mi ferisce gli occhi. Indosso gli occhiali scuri, guardo su maps la direzione da prendere per una piazza con dei taxi. Mi incammino, ce n’è uno libero, salgo, dico il nome del mio hotel e torno alla vita pubblica.
Da questo scambio di email, nasce questo racconto, perché poi lui mi scrive. Mi racconta quella giornata. Io scrivo la mia parte e ne viene fuori una storia. Questa.
Raoul:
Ero seduto al bar, con il caffè davanti, quando l’ho notata.
Era alta, magra, bionda, con i capelli raccolti in una coda. Indossava un tailleur celeste chiaro, di cotone leggero, un po’ sgualcito, con le maniche della giacca tirate appena sopra i polsi. Sotto, una camicetta bianca. Occhiali scuri, sandali turchesi, niente calze. Una borsa capiente color avio le pendeva dalla spalla, e dalla chiusura spuntavano alcuni fogli fascicolati.
Aveva un portamento elegante, ma non era quello a colpirmi. Era qualcosa di meno definibile, una specie di incongruenza. In mezzo alla confusione del mercato, fra le bancarelle, le voci dei venditori e la gente che si spostava da un banco all’altro, sembrava appartenere a un altro posto. A un’altra situazione, forse. Non aveva l’aria di una turista, e quella era una città di mare in cui, a quell’ora, i turisti non mancavano.
Si fermò al centro della piazza e si guardò intorno, lentamente, come se stesse cercando qualcuno. O qualcosa. Non sembrava impaziente, ma nemmeno rilassata. Ogni tanto spostava la borsa sulla spalla e tornava a osservare la gente.
Mi ritrovai a seguirla con lo sguardo, cercando di capire cosa ci fosse in lei che non tornava. I fogli che spuntavano dalla borsa mi incuriosivano. Documenti di lavoro, forse. Ma che genere di lavoro poteva portare una donna vestita così, in una piazza del mercato, in una mattina come quella?
Camminava guardando la gente, come se non avesse una meta ma cercasse qualcuno
Da dove mi trovavo riuscivo a vederla attraverso la porta aperta. Si fermò davanti a un negozio di pesce, con un grande acquario davanti. Restò qualche istante ferma, come indecisa sul da farsi. Poi disse qualcosa al proprietario, un uomo robusto, con il grembiule bianco macchiato. Poi indicò qualcosa nell’acquario.
Pensai che stesse comprando del pesce. Magari doveva organizzare una cena, una cosa del genere. Ma non aveva l’aspetto di una casalinga uscita per fare la spesa. E perché guardava il proprietario con quell’attenzione, come se stesse aspettando una risposta precisa?
Mi accorsi che stavo cercando di costruire una storia intorno a una sconosciuta, e che non avevo la minima intenzione di smettere.
Posai la tazzina, chiamai il cameriere con un gesto e pagai in fretta. Mentre mi alzavo, la vidi chinarsi leggermente verso l’acquario. Il proprietario le stava dicendo qualcosa, e lei ascoltava senza togliersi gli occhiali.
Uscii dal bar e attraversai la piazza, evitando le persone che si fermavano davanti alle bancarelle.
Non sapevo ancora cosa le avrei detto. Sapevo soltanto che volevo scoprirlo.
E così mi avvicinai alla pescheria.
Quando arrivai davanti alla pescheria, capii che non stavano parlando di una cena.
La donna stava discutendo con il proprietario. Non alzava la voce, ma c’era qualcosa di insistente nei suoi gesti, una determinazione che contrastava con la calma apparente del suo abbigliamento. Continuava a indicare l’acquario, mentre l’uomo scuoteva la testa, allargando le braccia come per spiegarle che non era possibile, o che non aveva alcuna intenzione di farlo.
Lei non sembrava disposta ad accettare la risposta. Si spostò appena di lato, indicò di nuovo l’acquario e disse qualcosa che non riuscii a sentire. Frugò nella borsa e tirò fuori dei soldi.
Il proprietario si passò una mano sulla fronte. La guardò per qualche secondo, poi abbassò lo sguardo e fece un gesto che mi parve di resa.
A quel punto si voltò verso il banco degli attrezzi e prese un retino dal manico lungo.
Mi avvicinai ancora un poco.
L’uomo sollevò il coperchio dell’acquario e immerse il retino nell’acqua. Ci fu un movimento improvviso, un guizzo scuro sul fondo, poi il pescivendolo riuscì a intrappolare qualcosa e lo tirò fuori lentamente.
Era un polpo. Grosso, vivo, con i tentacoli che si contorcevano nel retino e le ventose che si attaccavano alla rete, cercando un appiglio. L’acqua colava sul pavimento di piastrelle bianche.
La donna si chinò per osservarlo da vicino.
Io rimasi sulla soglia, senza capire.
Non era tanto il polpo a sorprendermi. In una pescheria di mare, un polpo vivo non aveva niente di straordinario. Era il modo in cui lei lo guardava, con un’attenzione quasi professionale, come se non stesse osservando un animale destinato alla cucina, ma qualcosa che aveva bisogno di essere identificato, verificato, forse riconosciuto.
Il proprietario teneva il retino sospeso a mezz’aria e sembrava aspettare istruzioni.
Fu allora che mi accorsi di essere arrivato troppo vicino per fingere di essere lì per caso.
La donna sollevò la testa. Per un istante, attraverso le lenti scure, ebbi la sensazione che mi stesse guardando direttamente.
Non vedevo i suoi occhi eppure era come se mi scrutasse. Provai un senso di disagio. Mi guardai intorno come se cercassi qualcuno.
Il pescivendolo, però, aveva ancora qualcosa da dire. Indicò il polpo e fece un gesto eloquente con la mano, come a suggerire che poteva prepararglielo subito. La donna scosse la testa.
«No, no. Lo voglio vivo.»
Erano le prime parole che le sentivo pronunciare. Era italiana quindi. Non so perché ero convinto che fosse francese.
L’uomo la guardò come se non avesse capito bene.
Lei ripeté la richiesta, scandendo le parole, e aggiunse che doveva metterlo in una busta con un po’ d’acqua.
Il pescivendolo rimase immobile per un momento, il retino ancora in mano. Poi alzò le spalle, con l’espressione di chi ha deciso che non vale la pena discutere oltre. Prese una busta di plastica robusta, vi versò un po’ d’acqua e vi lasciò scivolare dentro il polpo. La donna seguì l’operazione con attenzione, controllando che l’animale fosse completamente immerso.
Pagò, ringraziò con un gesto appena accennato e uscì.
La vidi allontanarsi con la borsa a tracolla su un fianco e, nell’altra mano, quella busta trasparente gonfia d’acqua. Il polpo si contorceva al suo interno, aderendo con i tentacoli alle pareti deformate della plastica. A ogni movimento, l’acqua oscillava nella busta, riflettendo la luce del sole.
Fu in quel momento che la mia curiosità diventò irresistibile.
Non riuscivo a immaginare quale fosse lo scopo di tutto quello. Una donna elegante, fuori posto in quella città, con dei documenti nella borsa e un polpo vivo in mano. Non sembrava un capriccio, né l’acquisto bizzarro di una turista. C’era una logica che mi sfuggiva, e volevo capire quale fosse.
