Quando sento che è al limite, mi stacco a malincuore. Lei riapre gli occhi, confusa, il respiro veloce.
«Torno subito, due secondi,» le sussurro, dandole un bacio umido sull'interno coscia. Corro in camera mia, frugo disperatamente nel borsone rischiando di far cadere tutto, prendo un preservativo e torno da lei. Mi rimetto sul letto, sopra di lei. Le mie gambe sono ai lati dei suoi fianchi e scarto l'involucro argentato.
«Vuoi metterlo tu?» le chiedo, porgendoglielo per farla sentire partecipe e spezzare la sua inevitabile tensione. Francesca annuisce e lo prende, ma ha le mani che le tremano e il respiro troppo corto. Cerca di srotolarlo su di me, ma è impacciata, e l'eccitazione del momento, unita alla sua inesperienza, rende tutto complicato. Le sorrido con dolcezza, mettendole le mani sulle sue. «Così.» L'aiuto a srotolare il preservativo sul mio cazzo.
Lo sistemo velocemente, poi mi stendo sopra di lei. Il contatto tra i nostri petti nudi, pelle contro pelle, è una scossa elettrica. Mi posiziono al suo ingresso, sorreggendo il mio peso sugli avambracci per non schiacciarla. L'espressione di Francesca cambia, l'attesa si mescola a una punta di paura. Il suo respiro si fa agitato. «Mike...» sussurra, aggrappandosi alle mie spalle. «Fai piano, per favore...»
«Piano. Pianissimo, te lo prometto.»
Sposto il mio peso tutto sul gomito sinistro, la mia mano destra scivola verso il mio pene, lo prendo e lo poggio alla sua entrata. Spingo in avanti i fianchi, cercando di entrare millimetro per millimetro. Lei è incredibilmente stretta, un calore che mi avvolge come una morsa, e sento subito il blocco della sua verginità. Di riflesso, lei si irrigidisce del tutto, piantando le unghie nelle mie braccia strizzando gli occhi. Mi fermo immediatamente.
«Tranquilla Francé, rilassati,» le sussurro a un millimetro dalla bocca, baciandole le labbra, poi la mascella, poi il collo. «Respira insieme a me. Dai. Così...»
Aspetto che i suoi muscoli cedano un po', distraendola con baci e carezze sul seno, finché non la sento espirare profondamente. A quel punto premo ancora, un colpo deciso ma controllato, superando l'ostacolo. Francesca lancia un piccolo grido soffocato contro il mio collo. Sono dentro di lei.
Resto immobile, affondato nel suo calore.
«Stai bene?» Lei annuisce lentamente, riaprendo gli occhi lucidi.
«Sì... sì, muoviti. Ti prego.»
Inizio a muovermi con una lentezza esasperante. Mi ritraggo quasi del tutto per poi affondare di nuovo, fermandomi ogni tanto per lasciarla abituare alla mia presenza, alla sensazione del tutto nuova di essere riempita. Dopo i primi affondi, la rigidità del dolore scompare e Francesca chiude di nuovo gli occhi, abbandonandosi completamente. Lascia andare la testa all'indietro e il suo respiro caldo si infrange direttamente sulla mia bocca e sotto il mio naso.
«Mh... così...» ansima, le mani che scivolano lungo la mia schiena sudata. «È bellissimo... cazzo quanto è bello...» Sento le sue pareti contrarsi attorno a me a ogni singola spinta. L'intensità della stimolazione precedente e la scarica di adrenalina la stanno già spingendo oltre il bordo. Inizia a gemere senza freno, piccoli gridi di puro piacere che sfuggono al suo controllo, stringendo le mie spalle come se stesse precipitando. «Vengo... Michael, io vengo... ah!»
Viene quasi subito, travolta da un'onda troppo grande per una che non l'ha mai provata. Il suo interno pulsa convulsamente attorno a me. Mi sfilo lentamente dal suo corpo, lasciandole lo spazio per riprendere fiato. Francesca è stesa sul lenzuolo disfatto e bagnato dal suo orgasmo, le braccia gettate all'indietro oltre la testa in un gesto di totale abbandono. Il suo petto si alza e si abbassa freneticamente, coperto da un velo di sudore che la fa brillare nella penombra della stanza. I suoi occhi sono chiusi, le labbra dischiuse in un sorriso stanco e meravigliato. È bellissima, stremata e vulnerabile dopo la scarica del suo primo vero orgasmo.
Rimango in ginocchio tra le sue gambe, accarezzandole dolcemente un fianco. Il mio corpo, però, è ancora teso allo spasmo, bisognoso di una chiusura.
«Vuoi che rientri?» sussurro, la voce resa roca dall'eccitazione trattenuta. Francesca apre gli occhi, lucidi e ancora persi nel piacere, e fa di sì con la testa, mordendosi il labbro inferiore per l'attesa.
Mi posiziono di nuovo sopra di lei e spingo in avanti i fianchi, cercando di riempire di nuovo il suo calore. Essendo ipersensibile dopo l'orgasmo, e ancora poco abituata alla mia presenza, le sfugge un piccolo urlo acuto, un misto di piacere e di bruciore improvviso. Mi blocco all'istante, il senso di colpa che mi gela il sangue. «Scusa, scusami Franci... t'ho fatto male?»
Ma lei scuote la testa sul cuscino, annullando ogni mia preoccupazione. Solleva le mani, posandole con decisione sulle mie guance, e attira il mio viso verso il suo.
«Baciami,» ordina, con una foga che non le ho mai visto addosso.
Faccio quello che dice e le nostre labbra si scontrano, le lingue si intrecciano e lei mi morde il labbro inferiore ogni tanto. È un bacio vorace, disperato e incredibilmente possessivo. Francesca schiude la bocca e cerca ancora la mia lingua, intrecciandola alla sua con una profondità che mi toglie la ragione. Le sue mani stringono il mio viso, le dita affondate nei miei capelli, tenendomi ancorato a lei come se fossi una sua proprietà, reclamando ogni centimetro del mio respiro. Si rifiuta di staccarsi, intrappolandomi in quella danza umida e carnale. Ricomincio a muovermi dentro di lei, accompagnando il ritmo furioso di quel bacio, perdendomi del tutto.
Rimane incollata alla mia bocca finché i polmoni non iniziano a bruciare. Quando finalmente è costretta a staccarsi, lo fa prendendo un respiro profondo e rumoroso, avida d'aria, il petto premuto contro il mio e gli occhi piantati nei miei.
Quella possessività, unita al calore stretto del suo corpo che continua a stringermi, spezza le mie ultime barriere. Sento il piacere esplodermi alla base della spina dorsale. Accelero il ritmo per gli ultimi, disperati affondi, i muscoli tesi al limite. Poi mi sfilo appena, gemendo il suo nome a denti stretti, e vengo, svuotandomi nel preservativo un istante prima di perdere del tutto il controllo.
Svuotato e tremante, mi lascio cadere al suo fianco sul materasso. Porto un avambraccio sugli occhi per schermare la luce e cercare di processare quello che abbiamo appena fatto. Restiamo in silenzio per qualche minuto, cullati solo dal ronzio del ventilatore e dal rumore dei nostri respiri che rallentano gradualmente, la mia pelle sudata incollata alla sua.
Sento il materasso muoversi. Francesca si mette a sedere, ma prima di alzarsi del tutto si sporge di nuovo su di me. Mi sposta il braccio dagli occhi per potermi guardare. Il suo viso è rilassato, radioso, spogliato da ogni insicurezza.
«Grazie,» mi sussurra, con una dolcezza infinita. Si china e mi regala un altro bacio, lungo e profondo, che sa di intimità pura.
Quando si stacca, i suoi occhi marroni brillano di una luce nuova, sicura e vagamente maliziosa. Un sorriso le increspa l'angolo della bocca. «Prima ti ho detto che non ti avrei chiesto di metterci insieme,» dice, la voce bassa e vellutata. «Ma ora non ne sono poi così sicura.»
Resto immobile. Le parole mi muoiono letteralmente in gola. Non riesco a dirle di no, bloccato dall'intensità di quello che provo per lei in questo momento, ma non ho nemmeno il coraggio di dirle di sì, schiacciato dal peso di Tommaso e della nostra vita fuori da questa stanza. La guardo e basta. E a lei, per ora, il mio silenzio sembra bastare come risposta.
Senza aggiungere altro, si alza dal letto e inizia a recuperare i vestiti sparsi sul pavimento, muovendosi con una grazia e una consapevolezza del tutto nuove. Sospirando, mi passo una mano sul viso e mi tiro su. È ora di rivestirsi, recuperare quella maledetta crema per le cicatrici e scendere in spiaggia dagli altri.
Usciremo da quella porta come se nulla fosse successo, anche se, da questo momento in poi, tutto è cambiato per sempre.
I giorni successivi diventano una bolla strana e bellissima, sospesa tra il sole della spiaggia e i sussurri nel buio. Francesca mi chiede uno sforzo, mi chiede di provare a far funzionare le cose nonostante il casino in cui ci siamo cacciati. Ci proviamo di nascosto, ritagliandoci istanti rubati: un bacio rubato nel corridoio mentre gli altri dormono, una chiacchierata mentre beviamo un cocktail da soli allo chalet della spiaggia. In quei giorni scopro in lei una maturità impressionante. Non fa scenate, non ha ansie infantili, gestisce il nostro segreto con una lucidità che mi lascia senza parole. Tommaso, da fratello maggiore attento qual è, ogni tanto ci fissa, nota qualche sguardo durato una frazione di secondo di troppo, ma non dice nulla. Osserva e tace.
