Esco col mio cono e la raggiungo al tavolo. C'è già Carlotta, che però fa appena in tempo a sedersi prima che le squilli il telefono. Alza gli occhi al cielo, borbotta un "scusate" e si allontana verso la piazza per rispondere.
Rimango solo con Francesca. Lei abbassa gli occhi sul mio cono, poi mi guarda. «Che gusti hai preso?» domanda.
«Stracciatella, pistacchio e biscotto,» rispondo, orgoglioso della mia scelta.
«Mi fai assaggiare biscotto?»
«Certo.»
Lei si sporge sul tavolino, prende la piccola cialda a ventaglio infilata nel mio gelato, raccoglie una punta di biscotto e se la porta alle labbra. «Mmh. Buono,» sentenzia.
«Vuoi assaggiare il mio?» mi chiede subito dopo, spingendo il suo gelato verso di me.
«A che è?»
«Bergamotto e cioccolato. Dicono che va molto qui.» Scuoto la testa, mostrandole che ho entrambe le mani occupate per via dei tovagliolini e del cono che gocciola.
«Non ho la cialda, ti ringrazio comunque.»
Lei alza le spalle con una naturalezza disarmante e avvicina il suo gelato direttamente alla mia bocca. «Eh vabbè, lecca. Non mi schifo eh.»
Resto un attimo spiazzato dal gesto e dal tono così confidenziale, ma la sua espressione è talmente limpida che annuisco. Mi sporgo in avanti e do una leccata veloce alla crema chiara. Il sapore aspro dell'agrume mi esplode in bocca, mescolato al cioccolato dolce.
«Particolare, è buono davvero.»
La serata scivola via tra chiacchiere e le solite sparate di Gabriele, finché la stanchezza del viaggio non ci piomba addosso all'improvviso, pesante come un macigno. Decidiamo di rientrare a casa presto, camminando lentamente nella notte calabrese, ma con la strana sensazione che sotto la superficie di questa vacanza stia già scorrendo una corrente inaspettata.
Il mattino seguente l'aria in casa è già pesante per il caldo umido. Ci alziamo uno alla volta, facciamo colazione con un caffè al volo e iniziamo a preparare le borse per la spiaggia. L'ultima a trascinarsi in cucina è Francesca. Ha gli occhi socchiusi e si massaggia le tempie, accusando un forte mal di testa.
«Penso proprio che non verrò in spiaggia con voi stamattina,» mormora, lasciandosi cadere su una sedia. Tommaso si infila la maglietta. «Prendi un Oki, è nella mia borsa. Poi se ti senti meglio ci raggiungi, sennò riposati.»
«È il caldo, lo sai che mi fa questo effetto. Mi sono dimenticata anche i miei integratori a Roma,» risponde lei con un sospiro.
«Quali ti servono?» intervengo io, infilandomi il portafoglio in tasca.
«Io devo comunque passare in farmacia per comprare una crema adatta alle cicatrici, sennò non posso prendere il sole.»
«Polase va più che bene, grazie Michael,» risponde, rivolgendomi un mezzo sorriso stanco. Tommaso mi allunga una banconota da venti euro.
«Pensaci tu, fra. Noi andiamo a prendere i posti.»
Quando rientro a casa mezz'ora dopo, l'appartamento è immerso in un silenzio surreale, rotto solo dal ronzio dell'aria condizionata. Busso leggermente allo stipite della porta socchiusa di Francesca ed entro. È stesa sul letto, a pancia in su, con il telefono tra le mani a scrollare distrattamente Instagram. Indossa solo una canottierina bianca di cotone e un paio di pantaloncini cortissimi. I capelli lisci, castano scuro, sono sparsi sul cuscino, incorniciando quel viso dai lineamenti delicati e i grandi occhi marroni che ora sono fissi su di me. Anche se è bassa di statura, ha un fisico snello e proporzionato, un seno moderato ma sodo che si intuisce perfettamente sotto la stoffa leggera, e un fondoschiena che negli ultimi giorni ho dovuto fare uno sforzo sovrumano per non fissare.
«Servizio in camera,» dico a bassa voce, per non farla spaventare.
Lei blocca lo schermo e si mette a sedere, incrociando le gambe. Mi sorride e prende il bicchiere. «Grazie. Mi hai salvata.»
«Come va la testa?» le chiedo, restando in piedi accanto al letto, le mani in tasca.
«Molto meglio, l'Oki ha fatto effetto quasi subito,» dice, bevendo un lungo sorso.
«Ottimo. Allora... te la senti di scendere in spiaggia? Gli altri ci stanno aspettando.»
«In realtà sto bene qua. Si sta tranquilli... senza Gabriele che fa il cretino, e senza mio fratello che mi fa da guardia del corpo.» Faccio una mezza risata, cercando di mantenere il tono leggero.
«Vabbè, Tommy fa solo il fratello maggiore, sai com'è fatto.»
«Lo so,» ribatte lei, piantando i suoi occhi marroni nei miei. «Beh, siamo in vacanza insieme, Franci. È normale fare gruppo,» dico io.
«Comunque non insisto, dai, se vuoi riposare ancora un po' io intanto mi metto il costume e scendo, poi tu ci raggiungi con calma,» continuo.
Sono già pronto a girare i tacchi, quando lei appoggia il bicchiere sul comodino.
«Aspè,» fa una pausa, e nel silenzio che segue la vedo respirare più in fretta del normale.
«Michael, aspetta un attimo. Devo dirti una cosa.»
Mi fermo con la mano già sullo stipite. C'è qualcosa nel tono della sua voce, un'incrinatura sottile, che mi fa voltare del tutto verso di lei.
«Ok,» dico piano. «Dimmi.»
Lei annuisce a sé stessa, come per darsi la carica, e stringe le mani a pugno lungo i fianchi per fermarne il tremito leggero. Non riesce a guardarmi per più di due secondi di fila: gli occhi le scivolano sul pavimento, poi sulle proprie mani, poi di nuovo su di me, come se ogni volta dovesse ricordarsi da capo di essere coraggiosa. «Ci penso da tantissimo,» comincia, con una risata nervosa e breve che le muore in gola. «E ogni volta che me lo immagino nella mia testa mi sembra tutto più facile. Poi sei davvero qui, e non trovo le parole.»
Resto immobile, il sacchetto della farmacia ancora stretto in una mano. Non l'ho mai vista così. Francesca non è il tipo che si espone: è sempre stata quella con le cuffie nelle orecchie, quella che osserva da un angolo, quella che a stento alza gli occhi dal telefono quando qualcuno le rivolge la parola. Vederla lì, tesa come una corda tirata all'estremo, che si costringe a restare in piedi davanti a me nonostante ogni fibra del suo corpo sembri volerla far scappare nella direzione opposta, mi disarma più di qualunque cosa potesse dirmi.
«Puoi dirmi qualsiasi cosa, Franci. Lo sai.»
Francesca si sporge in avanti con uno scatto imprevisto. Afferra il mio polso. La sua mano è calda. Prima che io possa dire qualsiasi cosa, mi tira leggermente verso di sé, guida la mia mano aperta e se la preme con decisione contro le sue tette. Sento il battito accelerato del suo cuore sotto il palmo, il calore della sua pelle attraverso il cotone sottile. Il mio cervello va istantaneamente in tilt.
«Franci, aspetta... no, non posso!» balbetto, sorpreso e con il fiato improvvisamente corto. «Per me sei come una sorella.» Lei mi lascia la mano, ma non arretra di un millimetro. L'espressione sul suo viso muta, passando da un'audacia nervosa a una delusione che le accende lo sguardo. «Ma perché no? Perché? Per mio fratello?»
«Sì, per tuo fratello,» le rispondo, la voce un po' più rauca del normale, «e anche perché ti ho vista crescere, porca miseria,» dico, e con uno scatto tolgo la mano dalle sue tette come se mi fossi scottato. Faccio due passi indietro, passandomi una mano tra i capelli, sentendomi intrappolato. Francesca non accetta la ritirata e mi viene incontro, fermandosi a un palmo dal mio petto. Devo abbassare lo sguardo per guardarla in faccia.
«Ma che fai, Francé!» le dico in faccia.
«Sai che sono ancora vergine?» La domanda mi arriva addosso come una secchiata d'acqua gelata. Il silenzio si riprende la stanza. Sento solo il sangue che mi pulsa nelle orecchie. Lei non distoglie lo sguardo. È una donna determinata, non più la bambina che ricordavo.
«Sono vergine perché la mia prima volta l'ho immaginata con te. E sono due anni che aspetto un'occasione.»
«Franci... hai diciotto anni, io venticinque,» provo a razionalizzare, la gola secca. «Sei bellissima. Hai un miliardo di ragazzi là fuori che farebbero la fila. Non puoi sprecare una cosa così importante con me. Se Tommaso lo scopre, poi? Mi ammazza. È il mio migliore amico. Io non voglio perdere lui, e non voglio rovinare il rapporto con te.»
Gli occhi di Francesca si inumidiscono impercettibilmente, ma non c'è fragilità, c'è solo rabbia e un dolore sincero.
«Rovinare cosa?» mi attacca, la voce che trema leggermente. «Pensi che per me sia un gioco? Pensi che sia solo questione di sesso, di togliermi uno sfizio? Io ti ho scelto, Michael. Mi sono tenuta alla larga da tutti i ragazzini idioti della mia età perché nella mia testa c'eri solo tu. Non ti vedo come l'amico di mio fratello da un sacco di tempo. Io vedo l'unico uomo a cui vorrei concedermi per la prima volta.»
