- Ma no, don Liborio – risposi sorridendo apertamente a mia volta – non vi preoccupate ... anzi, mi fate compagnia. Quando ci state voi in giro, mi sento più sicura ... –
- E ... signo’, ormai so’ vecchio. – mentre parlava, notai che, comunque, adesso che non aveva la luce del sole negli occhi, pur facendo finta di niente, non riusciva a evitare di spiare le mie gambe, slanciate dalle calze grigie e dalle scarpette col tacco. Avevo la gonna sopra il ginocchio, non abbastanza da essere una mini (non si addiceva alla mia età e alla mia mentalità).
Mi piaceva però, in certe occasioni, ricordare ai miei colleghi, che sotto il maglione abbondante, si nascondeva una donna, che, nonostante i quaranta fossero vicini, si manteneva ancora tonica e femminile.
- Ma che dite, don Liborio, voi vi mantenete così in forma? Fossero come voi gli uomini di città, dove lavoro io. – risi sincera – I miei colleghi sono tutti rammolliti e parlano solo del pallone. – a quel punto, come di prassi, gli chiesi se gradiva un caffè o qualcosa da bere.
Don Liborio si schernì, era troppo discreto, ma poi ammise:
- Veramente un bel caffè lo gradisco, voi lo fate troppo buono ... è logico, siete napoletana!
Bravo, - gli dissi – mo’ ce lo facciamo proprio: anche io ne ho bisogno. Sono appena tornata e mi stava prendendo la sonnolenza. Appena è pronto vi chiamo. –
E me ne tornai verso casa, rapidamente.
Stavo per andare di sopra prima, per spogliarmi e per fare la pipì, ma invece preferii indugiare.
Il caffè sarebbe stato pronto in un attimo.
Mentre aspettavo che salisse nella macchinetta, la mia mente vagò, forse solleticata, dallo sguardo sorpreso e affascinato del vecchio contadino.
Sapevo che era vedovo e, pensai: chissà se si masturba? Chissà se magari lo ha mai fatto pensando proprio a me?
Dopotutto, ero decisamente la più bella donna del circondario. Senza nessuna presunzione, ma le altre erano dei veri gabinetti, come diceva mio marito. Là intorno erano tutte famiglie contadine, dopo il matrimonio, le ragazze si lasciavano andare e, a trent’anni, erano già dei bidoni.
Non senza un pizzico di civetteria, decisi di farlo venire dentro, a prendere il caffè.
Così, mi affacciai dal retro e lo chiamai:
Don Liborio, venite, il caffè è pronto! –
Il vecchio stava controllando alcune cicas, sul bordo del nostro giardino, e si voltò, forse un po’ sorpreso.
Aveva sempre da fare e difficilmente entrava in casa di qualcuno, ma non ebbe il coraggio di chiedere che glielo portassi fuori.
Di buona lena, si lavò le mani alla fontanina e, asciugandosi con un fazzoletto che teneva in tasca, si avviò verso casa.
- Non volevo dare tanto disturbo, signo’! – disse fermando sulla porta, poi aggiunse – e vostro marito non c’è? –
- No, - risposi – oggi io ho fatto prima; non c’è la macchina perché mi ha accompagnato una collega. Sono sola soletta ... ma venite, accomodatevi. –
Leggermente impacciato, il brav’uomo fece qualche passo verso la cucina.
- E sedetevi due minuti, don Liborio – risi portando le tazze con il caffè fumante.
Sul tavolo avevo già messo una bottiglia di acqua minerale, fresca di frigorifero.
- Voi mi avete fatto il complimento? – continuai – E adesso il caffè ve lo dovete prendere come Dio comanda. –
Lui accettò di buon grado e sedette su una sedia, mentre io civettai e mi tornai a sedere sul divano, naturalmente la gonna scivolò in su, in su, sulle collant scure.
- Assaggiate ... e ditemi la verità! – lo guardai con la tazza in mano, fingendo di non vedere il suo sguardo, incollato sulle cosce.
Don Liborio sorseggiò il caffè:
- E’ buono, lo sapevo già. Voi fate il più buon caffè del vicinato. – disse cordialmente.
- Grazie ... ve l’ho fatto con la mano del cuore! – poi aggiunsi – Mi ero un poco appisolata ... –
- Mi dispiace – disse lui, veramente confuso – io non sapevo ... –
- Ma che dite? Si, si ... io ho mille cose da fare ... figuratevi – accavallai le gambe e mi misi più comoda sul divano – Volevo solo dire che adesso, riprendere mi rincresce. Figuratevi, parlando con decenza, che non sono ancora salita sopra, neppure per fare la pipì! –
Don Liborio, preso alla sprovvista, si agitò leggermente sulla sedia. Era un vecchio ed era all’antica, non era abituato a certe confidenze.
Gli sorrisi sfrontata:
- Beati voi uomini, che potete farla dovunque ... –
Il contadino rise.
- Signò, in campagna così si faceva ... – poi prese coraggio – senz’offesa, lo sapete quando io ero ragazzo, tanti anni fa, come si faceva? –
- No ... dite ... - dissi curiosa, non sapendo dove volesse andare a parare.
- Solo le ragazze giovani portavano i mutandoni, le donne che avevano figliato, insomma le femmine sposate che lavoravano in campagna, non portavano proprio le mutande ... tranne quando non potevano farne a meno, voi mi capite ... –
- Ah ah ... e perché? – risi spontaneamente.
- E perchè ... perchè ... non vorrei offendere ... – e si fece una risatina nervosa, mentre si alzava, visibilmente accaldato.
- Ma dite, don Liborio, mica sono una ragazzina ... – lo presi in giro, mentre il suo impaccio mi dava carica. Non riuscivo a non pensare al suo sesso ... ero curiosa. Come lo aveva? Si faceva ancora duro ... da quanto tempo non veniva?
- Non le portavano perché pisciavano all’erta ... in piedi insomma! – disse lui facendosi coraggio.
- Cosa? Non si accovacciavano neppure? – incalzai.
- Qualche volta si ... – sorrideva, ancora un po’ impacciato, ma l’argomento lo divertiva pure a lui.
- Noi ragazzini le spiavamo, proprio con la speranza che si abbassavano per vederle nude. Per questo pisciavano in piedi ... allargavano le gambe, ma non si vedeva niente. –
- Una vita campagnola ... – dissi perplessa – e io che pensavo che si proteggessero, di sotto intendo, con due paia di mutande.
- E signò ... il mondo è sempre uguale, credetemi. Anche allora si face all’amore. –
mi guardò con un’espressione sognante, credo ripensasse al passato.
- Il padrone se le ripassava quasi tutte, spesso senza vergogna ... come il cane. Se ne portava una dietro una pianta e la voleva trovare già pronta. –
Un calore intenso mi invase la vagina, costringendomi ad accavallare le cosce dall’altro lato.
- Aspettate ... volete un liquorino? – gli dissi, alzandomi a mia volta.
- No, grazie, signo’ ... sto bene così. Grazie per il caffè ... squisito e pure per le chiacchiere ... –
- Ma volete scherzare? – risposi io – Mi fa piacere sentire le vostre storie ... Eh! Chissà quante ne avete fatte pure voi ... –
Don Liborio rise, ma non disse niente.
- Sapete una cosa? – gli dissi con complicità – Sono anni che vivo in campagna ... ma non ho mai fatto pipì all’aperto ... qua fuori, dico ... –
Don Liborio rise sinceramente: - Ah signora mia, e che ci vuole, voi vi fate un problema che non esiste. –
- Sapete che cos’è? Sono troppo abituata a farmi il bidet, dopo ... –
Il povero vecchio, del tutto impreparato a tanta confidenza, trasalì, non riuscendo a trovare niente da rispondere alla mia sfrontatezza.
Mi ero eccitata ormai.
I pensieri libidinosi che mi avevano invaso la testa, le curiosità morbose su quel povero vecchio, mi avevano catapultata in un mondo di fantasie erotiche.
Giocai la mia carta ... ero decisa a vedergli il cazzo, il pensiero della sua probabile astinenza, mi faceva uscire di senno.
- Vi accompagno. - dissi, seguendolo dietro la casa. Poi, più diretta e un po’ troia, dissi con fina ingenuità – Mi avete fatto venire proprio la curiosità, vorrei farmi passare lo sfizio ... me lo fate un favore? –
Il vecchio era nel pallone, non riuscì a darmi una vera risposta.
- Volete farmi la guardia? – dissi complice e sorridente –Voglio fare la pipì, voi vedete se viene qualcuno? Tanto ... non ho vergogna di voi, potreste essere mio padre ... –
Don Liborio non capiva più niente. Era talmente confuso che non sapeva nemmeno se facevo sul serio, non sapeva se lo stavo trascinando in un brutto scherzo oppure no.
Non si aspettava nulla di quello che gli stava succedendo: era frastornato.
E quella sua, sincera, confusione fu la molla che mi diede la forza di essere più esplicita di quanto non lo fossi mai stata ... in genere sono abbastanza passiva, sessualmente. Tanto ... a che servirebbe industriarmi troppo?
Sin da ragazza, sono sempre stata abbastanza bella da dovermi più difendere dalle voglie di un uomo, che dal manifestargli le mie.
Insomma, se cercavo la possibilità di fare sesso non me ne mancava l’opportunità.
La sua ingenuità lo rese innocuo e indifeso, ai miei occhi.
D’altro canto ero più che sicura che l’uomo non avrebbe mai parlato di quella strana avventura. Non era un pagliaccio da osteria.
- Dove mi metto? – dissi, con la stessa ingenuità di una poppante.
Ero stata talmente diretta da fugare ogni dubbio in don Liborio, che ormai alla mia mercé, mi indicò, meccanicamente, uno spazio dietro un basso cespuglio di rose.
