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Cornifico mio marito in giardino
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Racconto25 min di lettura

Cornifico mio marito in giardino

Eccitata dall'astinenza del vecchio vicino lo stuzzico fino a farmi possedere nel giatdino di casa come una cagna in calore.

Giovanna Esse
1 anno fa · 5k letture · 0

Corna col vecchio

1

Quasi Natale, una casa di campagna nei dintorni di Napoli.

Cari amici, dovete sapere due cose prima di leggere questo piccolo resoconto: la prima è che io scrivo, scrivo ... ma poi, “faccio” ben poco, non tanto per restare casta fino al Giudizio universale, ma perché non ho molti vizi.

I vizi mi piacerebbero, e tanto, ma non me li posso permettere.

Non sono che una semplice impiegata, un po’ sul precario (come tutti noi, comuni mortali, al giorno d’oggi), pendolare, ma anche casalinga e mamma (non potendomi permettere “personale di servizio”).

Oh, intendiamoci, non sono neppure un’educanda ... forse, da questo, nasce il mio sfogo nello scrivere racconti erotici.

La seconda cosa è che sì, lo confesso, anche io ho la mia piccola (?) forma di depravazione. Da ragazza, quando facevamo all’amore col fidanzatino di turno, ci si arrangiava ... niente alberghi; raramente si rimediava una casa o una precaria garconnière.

Per lo più si scopava alla buona in macchina o in qualche luogo, più o meno appartato. Ora, dato che sono molto lenta nel provare piacere, in quell’epoca non riuscivo a venire quasi mai.

Mentre la precarietà e i pericoli (questo l’ho capito molto dopo) giocavano a favore del porcellino di turno.

Tutti gli adolescenti “soffrono” o, meglio, godono, di eiaculazione “veloce”, quindi, se la cavavano alla svelta con i preliminari (che a noi ragazze piacciono tanto) e cercavano subito di andare al sodo, sborrando il più presto possibile.

Magari, se la pace della “location” lo permetteva, se ne facevano due o anche tre.

Ma queste sono solo puntualizzazioni che tutti conoscono, ovviamente.

Il preambolo serve solo a confessarvi la mia “perversa” fantasia sessuale.

Quando, finalmente, raggiungevo la mia casetta tranquilla e gli spazi a me familiari, dopo la tempesta , diciamo, nella quiete di camera mia o nel bagno, ben chiuso a chiave, mi dedicavo a una lunga e deliziosa masturbazione.

Libera da affanni e senza fretta, mi attardavo deliziosamente sulle mie grandi labbra e sul clitoride, che, spesso, era ancora arrossato dalle decise e ripetute penetrazioni degli irruenti “compagni di gioco”.

Mi piaceva titillarmi e cercavo di farlo al più presto, in modo da ritrovarmi la pancia o la fighetta, ancora irrorate di sperma, a volte secco, altre volte, caldo, liquido e copioso.

Lo lasciavo fuoriuscire, a goccioloni, dal mio buco, e me lo trastullavo tra le dita, usandolo come lubrificante: era odoroso d’uomo ... e molto eccitante.

Questi momenti di estasi mi portavano a fantasticare e, le mie fantasie, erano incentrate su questi punti fondamentali: essere vista o spiata mentre facevo sesso col mio ragazzo e, inoltre, donare piacere a uno sconosciuto.

Non era tanto l’idea di essere posseduta per mio “gusto”, al contrario, il mio gusto, nei ditalini solitari, era rappresentato dal poter donare, il mio corpo, a chi tanto lo aveva spiato, desiderato, agognato.

Una specie di premio inaspettato, la vincita a una lotteria in cui non avresti mai sperato.

Tutte fantasie che credevo irraggiungibili o irreali, subito dopo che avevo goduto.

Poi sono passati gli anni e, grazie al mio attuale compagno, che come ho detto più volte, mi permette di esprimere la mia sessualità come meglio credo e, anche grazie a internet, qualche sfizio me lo sono potuta togliere.

Poca cosa, intendiamoci.

Con il mio uomo abbiamo imbastito, qualche volta, del sesso a tre, il cosiddetto: cuckold.

Altre, poche volte, abbiamo fatto l’amore davanti a tutti, diciamo così, in web cam, su un sito porno.

In entrambi i casi, nonostante io abbia goduto, abbondantemente, nel compiere l’atto (mio marito è molto attento alle mie esigenze) ho conservato la mia vecchia abitudine giovanile: una sana masturbazione, in pace e tranquillità, ricercando e ritrovando i segni dell’avventura appena trascorsa.

La seconda cosa che dovete sapere è che, quello che vi racconto ora, è successo proprio a me, un pomeriggio, in maniera del tutto inattesa.

Era venerdì, ovviamente, e dato che la settimana prossima è Natale, la direzione della ditta per cui lavoro, ha preferito incontrare anticipatamente i dipendenti, per gli auguri di rito.

Classica fetta di panettone che, notoriamente, ti resta sullo stomaco con le solite chiacchiere, affettate e inutili.

La cosa positiva è che, non potendo rientrare sul lavoro fuori sede, sono riuscita a tornare a casa verso le tre, in notevole anticipo, insomma.

Ero completamente sola e, al contrario, mio marito sarebbe tornato la sera, e pure abbastanza tardi.

Stressata dal venerdì prenatalizio e con in testa già tutti i pensieri delle cose che dovevo fare, mi concessi una stravaccata occasionale sul divano.

Il tempo di togliere le scarpe, chanel nere a mezzo tacco, ideali, sotto il tailleur grigio indossato quel giorno, per non presentarmi col solito jeans alla festa.

Indugiavo, con le gambe stese, tentata dall’idea di un piccolo, innocente, pisolino ma non me la sentivo di abbassare troppo la guardia.

Comunque, dopo, sarei dovuta uscire, avevo ancora delle cose da fare e, a volte, riposare cinque minuti per poi rientrare in attività, mi rendeva ancora più stanca e nervosa.

Svogliatamente diedi una controllata alla borsetta, che avevo lasciato cadere al mio fianco, e cercando di rinvenire, sperduto in qualche anfratto misterioso del divano, il telecomando della televisione.

Mi accorsi che sul cellulare c’era un messaggio e lo aprii. Era Eddy, mio marito, mi diceva che sarebbe tornato verso le nove e che ci pensava lui a recuperare nostra figlia dai nonni.

Che tesoro: un pensiero in meno!

Dovevo fare pipì, ma i bagni sono di sopra, e io non trovavo la forza per alzare le chiappe dal divano. Intanto, il telecomando non veniva fuori.

Il silenzio del meriggio e la luce soffusa che attraversava le tende, invitavano al relax.

Mentre mi concedevo ancora qualche minuti di pausa, improvviso, il classico ronzio di una sega elettrica, mi riscosse, colpendomi di sorpresa. E’ un suono a cui siamo abituati: vivo in campagna. Novembre e dicembre sono dedicati alla potatura e, nelle macchie e nei frutteti che ci circondano, è un concertino che non si ferma mai.

D’altro canto, non è un suono spiacevole, se ci fai l’abitudine.

Però, stavolta, il suono era un po’ troppo vicino per non attirare la mia attenzione. Per prima cosa, significava che c’era qualcuno molto vicino a casa mia; non che avessi paura ma,visto che abbiamo le porte sempre aperte (pessima abitudine, lo so), mi decisi, comunque, a dare una controllata di fuori.

Era anche un buon motivo per scuotermi dal torpore e riprendere l’attività.

Le pantofole erano lontane, rimisi le scarpe, non troppo idonee alla vita di campagna, ma non me la sentivo di recuperare le ciabattine adesso.

Uscii, ancora in tailleur, senza cappotto, tanto fuori era tiepido perché era stata una bella giornata, piena di sole.

Intanto, le raffiche della sega, risuonavano a scatti, ma ancora non ne vedevo l’autore.

Girai dietro la casa e, a pochi metri, su una scala, vidi don Liborio, un vecchio pensionato delle ferrovie, che faceva servizi da giardiniere un po’ per tutto il vicinato.

Come gli uomini di una volta, aveva la campagna nel sangue e, lavorare con le piante, era la sua passione.

Nella sua casetta, molto più sopra della nostra, aveva pure qualche a****le, che sapeva governare a regola d’arte, infatti era tra i nostri fornitori di fiducia, altro che “prodotti bio”.

Don Liborio, a prezzi d’amatore, ci procurava spesso qualche soppressata genuina, formaggi, uova e altre prelibatezze.

Era una figura tipica del nostro sentiero, a stento carrozzabile, ed era sempre impegnato a fare qualcosa.

Insomma, un brav’uomo. Nonostante avesse di certo superato la settantina era ancora in forma: asciutto, con la pelle che sembrava di cuoio, per il colore che gli dava la vita, costante, all’aria aperta.

Le sue grosse mani armeggiavano con la sega, colpendo, senza titubanze, i rami di un grosso castagno, le cui foglie erano ormai tutte cadute.

Approfittai di una pausa per salutarlo:

- Ehilà, buongiorno! – gli gridai, facendomi scherno a gli occhi con il palmo della mano.

Lui si accorse subito di me e si voltò, con il suo solito sorriso bonario.

Mi scaldò il cuore: pensai che in oltre dieci anni, non lo avevo mai incrociato, senza che mi donasse un sorriso. Che brava persona ... eh, gli uomini di una volta!

- Buongiorno, signò! – rispose immediatamente e si precipitò a scendere dallo scaletto, per venirmi a salutare da vicino – Scusate, vi ho disturbata? Io pensavo che non ci stavate, mi era sembrato che non c’era la macchina vostra ... –

Prima di andare avanti…

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