Sono aderentissimi fino al ginocchio, per poi scampanarsi, non esageratamente, fino ai piedi. Sul davanti, salgono con due fasce separate che lasciano scoperto l’ombelico per avvicinarsi sotto il seno, formare una scollatura a ‘V’ e congiungersi dietro al collo, lasciando la schiena completamente nuda.
Guardandomi di spalle, la fascia dietro al collo rimane completamente nascosta dai capelli, così che si ha l’impressione che indossi solo i pantaloni e che sia in topless.
Si portano tassativamente senza biancheria intima, data la loro eccezionale leggerezza e aderenza, ma sono modellati così magistralmente che, pur disegnando delicatamente il contorno del pube, non segnano il solco centrale, così da essere tremendamente sexy ma non volgari.
Manuel non li aveva mai visti, da quando li scovai in un negozio di abbigliamento vintage a Londra, poco prima che ci conoscessimo. Da allora, non li avevo mai messi. Penso che, se fosse stato il contrario, ne sarebbe stato gelosissimo.
Completai il look con un paio di sandaletti, ovviamente rossi, dalla linea tipicamente ‘seventies’, con laccetto sopra la caviglia, tacco di altezza media e piuttosto massiccio, come imponeva lo stile che stavo facendo rivivere, ma che favoriva il mio equilibrio durante il ballo.
Dopo un soffio di profumo, fui finalmente pronta. Quasi non osavo guardarmi allo specchio, per evitarmi il capogiro che mi viene quando il mio livello di fighezza raggiunge certi apici. Scusate la doverosa immodestia, ma ero veramente stratosferica e sembravo essere arrivata negli anni duemila teletrasportata dalla macchina del tempo.
Prima di mostrarmi a mio marito, cercai sul cellulare il brano ‘Disco Inferno’ (che nel ballo è sempre stato uno dei miei cavalli di battaglia), lo sparai a palla e feci a Manuel uno dei miei ingressi con il botto. Fortunatamente, non era seduto, se no si sarebbe ribaltato.
Mi guardava esterrefatto e io ballai girandogli intorno, muovendo le braccia e le mani nello stile tipico disco-music, fissandolo con uno sguardo che avrebbe potuto perforare il calcestruzzo.
Manuel non resistette a cingermi la vita e ad assaporare in anteprima i miei fianchi e il mio sedere, fasciati da quei pantaloni che li trasformavano in una irresistibile esortazione ad essere accarezzati.
Poi, inevitabilmente, spostò la mano sulla mia patatina, sfregandola con decisione e gustandosi la sua morbidezza invitante. Lo lasciai fare per circa un minuto, continuando a baciarlo ardentemente, ma fui costretta ad interromperlo, altrimenti sarei dovuta saltargli addosso all’istante per soddisfare la mia voglia di sesso, che era cresciuta costantemente durante tutta la giornata e che si era impennata da quando mi ero vista allo specchio.
Uscimmo dalla nostra camera e già la prima coppia che incrociammo nel corridoio mi guardò stupefatta.
Mio marito era al culmine del suo orgoglio e con una evidente erezione, già dopo trenta secondi che eravamo in giro. Figuriamoci cosa non avrebbe provato durante il resto della serata.
L’ascensore ci portò nella hall, a quell’ora piuttosto affollata. Presi per mano Manuel e usai tutta la mia forza di volontà e le mie energie per assumere l’aria di quella che non fa assolutamente caso al fatto di essere al centro dell’attenzione, mentre mio marito non riusciva a dissimulare i suoi sentimenti di fierezza per avermi al suo fianco, vedendolo osservare a tappeto tutti gli uomini che mi divoravano con gli occhi.
Quella sera cenammo nel ristorante principale dell’hotel. Manuel comunicò la prenotazione al maître che ci accompagnò ossequiosamente al nostro tavolo.
Prese le nostre ordinazioni e si allontanò. Mio marito era a dir poco raggiante. Prima che ci servissero gli antipasti, venne al nostro tavolo un signore molto distinto che si qualificò essere il direttore dell’Hotel, ci diede il benvenuto, si complimentò con me per l’originalità del mio look, ci chiese se fino ad ora tutto fosse stato di nostro gradimento e ci augurò un buon proseguimento di serata, ringraziandoci di aver scelto la struttura da lui diretta. Infine, si congedò facendomi il baciamano.
Le persone che occupavano i tavoli intorno al nostro ci guardavano incuriositi, chiedendosi chi cavolo mai fossimo per ricevere un tale benvenuto e, alcuni di loro, penso per non rischiare di fare la figura di quelli che non ci avevano riconosciuto, ci salutarono a loro volta. Sorridemmo per questa situazione che per noi, non avvezzi e molto rifuggenti dal jet-set, ci sembrò addirittura comica.
Terminata la deliziosa cena, ci trasferimmo nella hall, dove avevamo appuntamento con Max. Ci vide arrivare e ci venne incontro. Così agghindata, quasi non mi riconobbe, ed espresse molto vivacemente la sua sorpresa facendomi mille complimenti. Mi prese una mano e mi fece fare un giro su me stessa per potermi ammirare meglio. Poi salutò calorosamente Manuel, sottolineando anche a lui quanto fossi seducente.
Lo ringraziammo per quanto fosse stato gentile ad inviarci la colazione e per i fiori meravigliosi. Rispose che era il minimo che potesse fare per averlo onorato della nostra compagnia.
Ci annunciò che la nostra auto ci stava aspettando per condurci al locale dove aveva prenotato. Uscimmo dall’hotel dove, a fianco di una lussuosa berlina scura, parcheggiata davanti all’ingresso, l’autista attese che ci avvicinassimo per aprirci le porte. Il giovane mi osservò salire e mi mangiò con lo sguardo. Max si sedette davanti e partimmo.
Il tragitto fu breve. Quando arrivammo, dal finestrino vidi che davanti al locale c’era una coda di circa trenta o quaranta persone in attesa di entrare.
L’autista scese velocemente e aprì per primo il mio sportello, poi quello anteriore di Max che attese che anche Manuel scendesse. Ci precedette in direzione dei due mastodontici buttafuori che sorvegliavano l’ingresso. Loro lo salutarono e ci invitarono ad entrare immediatamente saltando la coda, aprendoci il varco posto davanti a loro, salutando anche noi molto cordialmente.
Evidentemente, Max era un habitué di quel luogo e gli riservavano un trattamento speciale. Ad attenderci nell’ingresso c’era un addetto con lo smoking che ci pregò di seguirlo e ci condusse nella zona VIP, anch’essa sorvegliata da un altro colosso di colore.
Il locale era veramente splendido, moderno e raffinato, con delle bellissime luci che gli conferivano un’atmosfera scenografica ma molto accogliente. Il salotto a noi riservato era prospicente alla pista da ballo, ancora quasi vuota, e rialzato di circa un metro rispetto al piano principale.
Giusto il tempo di sederci e due camerieri arrivarono con lo Champagne e con un vassoio di stuzzichini dall’aspetto molto invitante e ricercato. Max congedò i camerieri e si premurò lui stesso di riempire i bicchieri, poi alzò la propria coppa e brindò ‘Alla bellezza di tutte le donne’.
Ci chiese se avessimo trascorso una bella giornata e ci raccontò che lui aveva giocato a golf, sfidando un suo tenace concorrente.
Poi si rivolse a me, dicendo che era curioso di sapere di più della mia carriera di ballerina e mi fece ancora tantissime domande sul Crazy Horse e sugli altri luoghi o spettacoli dove avevo lavorato. Gli raccontai dei miei inizi alla Scala di Milano, della carriera nelle TV nazionali italiane, degli spot pubblicitari e dei telefilm e sceneggiati di varie produzioni internazionali, fino alla mia totale saturazione da lavoro e alla decisione di dedicarmi ad altro e, infine, all’incontro con mio marito, avvenuto poco tempo dopo.
Ciò gli fu da spunto per raccontarci ancora della sua adorata Eveline e di altri particolari della sua vita.
Nel frattempo, la serata si era scaldata e la musica ad un maggior volume attrasse parecchia gente in pista. Max mi incoraggiò a buttarmi nella mischia; afferrai Manuel e me lo trascinai appresso. Lui, solitamente riluttante al ballo, si lasciò andare, così ballammo per una quindicina di minuti, mentre Max e un sacco di altra gente non mi toglievano gli occhi di dosso. E sì che ce ne erano di belle ragazze, e anche più giovani di me!
Tornammo al nostro tavolo per bere e fare compagnia a Max. Il DJ mandò una serie di balli latini, così invitai Max a ballare; inizialmente si schernì, sostenendo che non sarebbe stato alla mia altezza e che mi avrebbe fatto sfigurare, ma io insistetti e, infine, lo convinsi a lanciarsi.
Ballammo tre o quattro brani. Poi, quando misero un pezzo disco, facemmo ritorno da mio marito. Max appariva visibilmente felice di aver ballato con me e non finiva più di ringraziarmi per avergli dato quella possibilità.
Arrivò al nostro tavolo un suo amico che lo salutò e si complimentò per la sua bellissima dama, ma Max, correttamente, lo informò che ero la dama di un altro e presentò mio marito al suo amico che, dopo un po’ di chiacchiere, se ne andò.
La serata proseguì in allegria. Io ballai ancora parecchio e, nel frattempo, portarono al nostro tavolo altri drink e una nuova serie di stuzzichini diversi dai precedenti.
Verso le 0,30 informammo Max che noi saremmo dovuti rientrare in albergo, perché al mattino ci attendeva il nostro viaggio di 600 chilometri fino a Barcellona (e tra me pensai che, prima di andare a dormire, volevo anche farmi una bella scopata con il mio amore).
