“Non dovresti invidiarmi niente. Hai visto che assedio incessante? Ti garantisco che ne farei volentieri a meno per godermi qualche ballo in tranquillità!”
A mezzanotte la discoteca chiudeva per non disturbare il riposo dei clienti dell’hotel, così ci trasferimmo in uno dei bar. Ci accomodammo su un divanetto, ordinammo due acque toniche e rimanemmo a conversare.
Ad un tratto scorsi un signore, distinto e con una certa disinvolta eleganza, seduto su uno sgabello al banco del bar che, quando incrociai il suo sguardo, alzò nella mia direzione un calice di Champagne in segno di buona salute. Istintivamente gli sorrisi e ricambiai il saluto alzando il mio bicchiere. Anche Manuel ricambiò cortesemente il saluto chiedendomi: “Non è uno di quelli che ti hanno tampinato in discoteca, vero?”
“No, però anche lì era seduto al bancone. Continuava a guardarmi e mi sorrideva.”
Cambiammo discorso ma fummo interrotti da un cameriere che arrivò con una bottiglia di Champagne in ghiaccio con due coppe, dicendo che era omaggio del signore laggiù. Guardammo in direzione del tizio indicatoci dal cameriere e lui ci salutò nuovamente.
Accettammo l'omaggio e Manuel fece cenno al signore di venire ad accomodarsi al nostro tavolo.
Mio marito si alzò per salutarlo e lui ricambiò molto cordialmente ringraziandoci; a me prese la mano, accennò a farmi il baciamano e disse di chiamarsi Max. Lo invitammo nuovamente a sedersi e ci presentammo anche noi.
Max era francese e abitava vicino a Parigi, aveva circa sessant’anni, brizzolato senza accenno di calvizie, molto galante, sicuramente con un’educazione superiore alla media e benestante. Vestiva sobrio, con pantaloni color crema, camicia di lino bianca, maglioncino verde mela sulle spalle e scarpe da vela.
Mi fece un sacco di complimenti, sia per il mio aspetto che per il ballo del quale rimase molto colpito.
Manuel mi incoraggiò a raccontargli i miei trascorsi professionali nel mondo dello spettacolo e non mancai di fare cenno ai due anni che vissi a Parigi per lavorare al Crazy Horse.
Alle mie parole fece un balzo sulla sedia e disse che, in quel tempio dell'erotismo più raffinato, solo le donne più belle e sensuali del mondo potevano lavorarci e che io ero tra loro.
Fui molto lusingata dalla galanteria di quel complimento e mi tornò in mente quanto la reclutatrice del Crazy Horse aveva insistito per scritturarmi e, dopo sei mesi di sue estenuanti insistenze, accettai a fronte di un compenso stratosferico con il quale, assieme a qualche risparmio, potei comprarmi l’appartamento in centro a Milano.
Max era un brillante conversatore e aveva voglia di raccontarci di sé: ci disse di essere vedovo da circa dieci anni di Eveline, una bellissima donna di cui ci mostrò la fotografia, che amava alla follia e che non avrebbe più voluto risposarsi in segno di rispetto nei suoi confronti. Aggiunse anche che noi gli ricordavamo loro due perché era riuscito a percepire l’intensità del nostro amore e della nostra complicità.
Finimmo insieme la bottiglia che ci aveva offerto e disse di non volerci rubare altro tempo, scusandosi per essersi intromesso nella nostra serata. Gli esprimemmo che, invece, la sua compagnia ci aveva fatto molto piacere. Infine ci chiese quali fossero i nostri programmi per i giorni successivi.
Gli riferimmo che il giorno seguente per noi sarebbe stato l’ultimo a Saint-Tropez, e che poi saremmo partiti per la Spagna, per cui avremmo trascorso la giornata al mare prima di affrontare un giorno intero di viaggio. Ci propose che, se avessimo gradito, avremmo potuto incontrarci per il dopocena e che ci avrebbe portati in un bellissimo locale dove, se lo avessi voluto, avrei potuto ballare ancora.
Accettammo volentieri e ci salutammo.
Appena si chiusero le porte dell’ascensore che ci avrebbe portati al piano della nostra camera, Manuel mi strinse a sé, mi baciò appassionatamente e approfittò del profondo spacco anteriore del mio vestito per infilare la sua avida mano in mezzo alle mie cosce.
C’era solo la mia sottile mutandina trasparente a fare da barriera tra il mio sesso e l’irruenza dei suoi toccamenti che mi faceva perfino barcollare.
Purtroppo, la corsa dell’ascensore fu breve.
Arrivati in camera, ci rendemmo conto che era molto tardi. Manuel mi chiese di sdraiarmi sul letto senza spogliarmi: aveva voglia di toccarmi ancora e lo lasciai fare per un po’, ma gli dissi che, pur avendone molta voglia anche io, ero abbastanza stanca e di non aspettarsi una super performance. Avremmo avuto modo di sfogarci l’indomani, che sarebbe stato il quarto giorno senza sesso, cosa per noi piuttosto rara.
Mio marito mi sorrise, raccolse tutta la sua forza di volontà e mi lasciò andare a prepararmi per la notte.
Povero! Mi immagino lo sforzo che dovette sopportare per non scoparmi in quel momento.
La mattina seguente fummo svegliati dalla reception alle 9,30 in punto: ci chiedevano se potevano servirci la colazione in camera. Chiesi a Manuel se ne sapeva qualcosa, ma mi rispose che non aveva ordinato nulla. Il concierge insistette, precisando che avevano un ordine tassativo, così dissi di mandare pure il cameriere.
Manuel riprese a ronfare, mentre io cercai velocemente di indossare qualcosa, dato che dormiamo sempre completamente nudi. Feci giusto in tempo a raccattare un pantaloncino e una t-shirt che bussarono alla porta.
Entrarono due camerieri: il primo spingeva un enorme carrello zeppo di ogni cosa immaginabile per fare colazione, comprese le uova che avrebbero potuto cuocere al momento nel modo che avremmo preferito. Quando entrò il secondo ne vidi praticamente solo le gambe, talmente era grande il mazzo di fiori che trasportava. Era composto da gigli, strelitzie, iris, lilium e rose. Mi chiese se volevo che li sistemasse in un vaso. Presi il bigliettino che lo accompagnava e vi lessi: “Con grande ammirazione, Max”.
“Accidenti, amore! Questa sì che è una conquista!” esclamò Manuel che, nel frattempo, si era ridestato e concluse: “Altro che la mia cameriera…”
“Cavolo, non abbiamo nemmeno il suo numero per ringraziarlo.” replicai.
“Non preoccuparti adesso. Lo ringrazieremo stasera.” concluse.
I due camerieri terminarono di prepararci la colazione e di sistemare ‘la serra’ e se ne andarono, rassicurandoci che la mancia l’avevano già ricevuta.
Fatta colazione, ci preparammo per la nostra giornata di mare e uscimmo.
In spiaggia parlammo un paio di volte di Max, rallegrandoci del fatto che si riescano ancora a trovare persone raffinate e di classe, in mezzo a tanta mediocrità che ci affligge.
Non volemmo strafare con bagni e tintarella per non stancarci troppo. Dopo cena, ci aspettava Max per portarci nel locale che ci aveva descritto essere veramente particolare ed esclusivo. Così, dopo qualche ora di ozio e di lettura, intervallati da un po’ di sano voyeurismo osservando gli altri frequentatori della spiaggia naturista, rientrammo in albergo verso le 17.
Come sua abitudine in vacanza, Manuel fece la doccia per primo, così da lasciarmi campo libero con i miei rituali fatti di cosmetici, trucco, capelli, etc.
Mentre mi facevo la doccia, mi vennero in mente molti film che erano stati ambientati a Saint-Tropez, la maggior parte girati negli anni ‘60 e ’70, quando la cittadina, allora poco più di un paesotto, era il clou delle località balneari europee.
Così, con l’abbigliamento e tutto il resto che scelsi per la sera, volli immedesimarmi in quelle atmosfere spensierate e gioiose.
Iniziai con i capelli, cercando di domare i boccoli, lisciandoli con la piastra e usando quantità abnormi di prodotti stiranti, così che, finalmente, vinsi la mia estenuante lotta all'ultimo ricciolo.
Li portai tutti indietro per lasciare la fronte libera e li fermai con un accessorio tipico di quell’epoca gloriosa: una ampia fascia dello stesso colore del vestito che tra poco descriverò.
Nel trucco per gli occhi in stile anni ’70, non può mancare il ‘Cut crease’ che ai giorni nostri desta sempre molta sorpresa, essendo oggi poco conosciuto in quanto usato solo in particolari occasioni perché veramente elaborato e lungo nella preparazione, ma che è veramente spettacolare e super scenografico. Così, iniziai il lavoro certosino di definire le linee con le matite, per poi applicare le varie tonalità di colore. La tinta base era un arancio intenso che sfumai con l’ombretto oro.
Con questo trucco, i miei occhi, già notevoli, sembravano il trenta percento più grandi e, pur essendo nocciola, sparavano come fari nella notte.
Per la bocca, la moda dell’epoca imponeva il contorno labbra di un tono un po’ più scuro, rispetto al rossetto che scelsi dello stesso colore del vestito.
Infine... rullo di tamburi… l’abbigliamento!
Quando misi questo capo in valigia, pensai che non avrei mai e poi mai avuto modo di indossarlo. Invece, eccolo qua, in una occasione che non poteva essere più appropriata, poco più di due giorni dopo la partenza. Aprii con cura la busta che lo conteneva e lo tirai fuori come una reliquia. Adesso, finalmente, vi toglierò la curiosità e svelerò il motivo di tanta suspense.
Trattasi di un paio di pantaloni rosso fuoco, originali del 1972, confezionati con un favoloso crêpe satin, leggerissimo ma non trasparente, liscio ma con un fondo vellutato che mi fa venire la libidine solo a pensarci. Quando me li infilai e sentii quell’incredibile tessuto scorrermi sulla pelle e avvolgermi le gambe, provai una vera e propria eccitazione sessuale.
