Fuori, il rumore di un motorino che accelerava nel vicolo sembrò scandire il tempo che restava. Maurizio la baciò ancora, questa volta con una lentezza che li fece tremare entrambi. "Immagina che sono io," mormorò contro le sue labbra. "Quando ti toccherà qui—" le prese un capezzolo tra i denti, delicatamente "—ricordati del mio respiro." Gloria annuì, sentendo il corpo ribellarsi alla mente. Il suo seno si era indurito sotto quella bocca familiare, come se non sapesse distinguere più tra dolore e piacere.
"E se..." Gloria esitò, le dita che giocavano con un bottone della sua camicia. "Se invece di odiarlo, per un attimo lo scambierò per te?" La domanda le uscì più crudele di quanto volesse. Maurizio si irrigidì, poi sorrise. "Allora sarà perfetto," sussurrò. "Perché saprò che mentre ti prende, stai pensando a me." Le sue dita le dissero il resto, scivolando tra le sue cosce ancora umide di lui. Gloria si lasciò andare contro il suo petto, il rumore del loro respiro che si fondeva con il ticchettio della sveglia sul frigo.
Maurizio la prese di nuovo senza preavviso, girandola contro il muro dove il calendario segnava ancora la data del pignoramento. Le sue dita le aprirono le natiche con una brutalità nuova, il sesso che le colava ancora lungo le cosce mentre lui la penetrava da dietro. "Così," ringhiò contro la sua nuca sudata. "Così ti prenderà?" Gloria sentì il dolore trasformarsi in qualcos'altro, una resa perversa che la fece gemere più forte del previsto. La parete era fredda contro le sue guance infuocate, ma il corpo di Maurizio dietro di lei bruciava come un forno. Ogni spinta sembrava volerla perforare, marchiarla, lasciarle dentro abbastanza di sé da contaminare chiunque altro.
"E quando ti sfonderà qui—" un dito le sfiorò l'ano mentre il cazzo continuava a sbatterle dentro con un ritmo disperato "—ricordati che è il mio." Gloria annuì, la fronte che batteva contro l'intonaco scrostato. Sentiva il suo seme scendergli lungo le cosce, ancora caldo, mentre lui le preparava l'altro buco con dita impazienti. "Lo farai?" chiese, la voce di Maurizio che le vibrava nella schiena. "Lascerai che ti prenda anche lì?" Gloria non rispose. Invece si arcò di più, offrendogli quel che non aveva mai offerto a nessuno. Un gemito le sfuggì quando la punta del suo cazzo le sfiorò lo sfintere stretto, bagnato solo dal suo stesso succo.
"Sì," ansimò infine. "melo faro mettere nel culo, ma sarà come se fossi tu a farlo." Le parole le uscirono come una confessione sacrilega. "Sentirò te dentro, anche quando sarà lui a spingere." Maurizio le morsicò la spalla mentre la penetrava lentamente, un centimetro alla volta, fino a quando Gloria non urlò contro il muro. Il dolore era tagliente, ma lei lo abbracciò come una penitenza. Ogni gemito che le strappava era una preghiera: fammi sentire solo te, fammi dimenticare le sue mani. Le dita di Maurizio le serrarono i fianchi mentre la prendeva così, profondamente, come se volesse scolparla dalla futura intrusione. "Così," ripeté Gloria tra i denti stretti. "Così lo immaginerò domani." La voce le si spezzò quando lui accelerò, il movimento che diventava meno fluido, più animalesco.
"Sborrami dentro," ordinò Gloria. "Si lo faro " disse Maurizio, afferrandole i capelli e tirandole indietro la testa. "Voglio che porti anche questo con te." La voce gli si incrinò sull'ultima parola, ma la spinta diventò ancora più violenta, come se cercasse di riempirla fino all'orlo. Gloria sentì il calore diffondersi dentro di sé, una seconda colata dopo quella precedente, e per un istante delirante immaginò che fosse abbastanza da sostituire completamente l'altro uomo.
Si lasciarono cadere sul letto come due cadaveri, le lenzuola fredde che aderivano alle loro schiene sudate. Gloria rotolò su un fianco, sentendo il seme di Maurizio colarle tra le cosce mentre quello nel retto le dava una sensazione di pienezza quasi dolorosa. Maurizio la strinse a sé, le braccia che le cingevano il ventre come a proteggerla da ciò che sarebbe venuto. "Dormi," sussurrò contro la sua nuca. Ma sapevano entrambi che non sarebbe stato un sonno tranquillo.
Il sogno arrivò come un ladro. Gloria camminava in un corridoio troppo lungo, le pareti coperte di ricevute di pagamento incorniciate. In fondo, una porta semiaperta lasciava intravedere un uomo seduto su una poltrona di pelle. Non era Farina come lo ricordava—non c'era la tuta macchiata d'olio, né l'aria da usuraio. Indossava una camicia bianca impeccabile, le maniche arrotolate su avambracci muscolosi che non avrebbero sfigurato su un operaio di una volta. Quando alzò lo sguardo, Gloria vide che aveva occhi scuri, intelligenti, circondati da rughe che parlavano più di sorrisi che di minacce. "Gloria," disse con una voce che non era lo stridio da topo d'ufficio a cui era abituata, ma un basso vellutato che le fece venire la pelle d'oca. Le tendeva una mano con un gesto che poteva essere un invito o un comando. Nel sogno, lei fece un passo avanti.
La stanza sopra l'officina nel sogno era diversa—non l'angusto stanzino sporco che si immaginava, ma una suite d'albergo con lenzuola di seta. Farina si alzò dalla poltrona e per la prima volta Gloria notò che era alto un metro e ottanta, non il nano che aveva sempre visto nella sua rabbia. Si avvicinò con l'eleganza di un uomo che sa aspettare, le mani che si muovevano nello spazio tra loro come se stessero già accarezzando l'aria dove presto avrebbe trovato il suo corpo. "Dimentichi che ti devo qualcosa," disse, e nel sogno la frase non aveva il sapore dell'umiliazione, ma di un debito che si sarebbe saldato con piacere reciproco. Le sue dita, quando finalmente toccarono la clavicola di Gloria, erano calde e pulite, senza le macchie nere di grasso che le aveva sempre immaginato.
Nel sonno, Gloria si sentì rispondere con un movimento che non avrebbe mai fatto da sveglia—si sfiorò i capezzoli attraverso la camicetta, sentendoli indurirsi sotto la stoffa sottile mentre il respiro di Farina le accarezzava la nuca. "Tre volte," mormorò lui contro il suo orecchio, e nel sogno non sembrava una condanna ma un invito. Le sue labbra trovarono il punto sotto l'orecchio che Maurizio chiamava "il suo pulsante", e Gloria si sorprese ad arcuarsi contro di lui come se il corpo avesse già accettato ciò che la mente rifiutava. Il sogno cambiò angolazione—era sul letto ora, le gambe aperte non per violenza ma per un'ansia che assomigliava alla fame, mentre Farina si liberava della cintura con gesti lenti che promettevano un'agonia deliziosa.
Maurizio la svegliò con un bacio sulla spalla che sapeva di caffè e rancore. "Svegliati amore, è tardi e dobbiamo alzarci," disse, le dita che le stringevano il fianco proprio dove nel sogno l'altro uomo le aveva lasciato un livido a forma di stella. Gloria sbatté le palpebre, il sesso ancora umido e pulsante come se avesse davvero passato la notte a farsi possedere da un fantasma.
Il bollitore fischiava sul fornello mentre Maurizio spalmava la Nutella su una fetta di pane raffermo con gesti precisi, troppo precisi, come se concentrarsi sull'angolo perfetto della crema potesse tenere insieme tutto il resto. "Dopo che hai chiamato Farina," disse senza alzare lo sguardo, "mi telefoni subito per dirmi l'orario?"
Gloria annuì, tirando su col naso mentre aggiustava l'elastico dei capelli. "Appena ci parlo ti faccio sapere." La sua voce era piatta, senza le oscillazioni teatrali delle scenate di ieri sera. Adesso erano due persone che discutevano un cambio di gomme, non un marito e una moglie che barattavano la dignità. Maurizio ingoiò il caffè in un sorso solo, lasciando la tazzina sporca di briciole sul tavolo.
La porta si chiuse con un click discreto, non uno sbattere. Gloria contò i passi che si allontanavano sul pianerottolo, poi il rumore della moto che si accendeva due piani più sotto. Il silenzio tornò. Galleggiava ancora nella sua testa quel sogno, quelle mani che l'avevano toccata con una sicurezza diversa, quel corpo che si muoveva con una fisicità che Maurizio aveva perso da anni. Si guardò le mani mentre insaponava il busto sotto la doccia. Non tremavano. Questo la sorprese più di tutto.
Il sapone scivolò tra le cosce con una schiuma che profumava di gelsomino, un regalo di Natale mai usato. Le dita si insinuarono nella piega ancora gonfia dal sesso della notte, sciacquando via tracce di Maurizio con movimenti meccanici. Poi, senza che il cervello desse l'ordine, la mano destra afferrò la peretta di gomma appesa allo scolabottiglie. L'acqua tiepida le colò lungo la schiena mentre riempiva il bulbo, il gesto così familiare che quasi la convinse di farlo per routine. Ma quando la punta di plastica le sfiorò l'ano ancora sensibile, un brivido le corse su per la spina dorsale. Non era pulizia. Era preparazione.
Il reggiseno a balconcino le sollevò i seni come un'offerta, i capezzoli che sfioravano la seta nera attraverso i fori della trasparenza. Mai avrebbe indossato questa lingerie per l'ufficio. Le mutandine a filo le entrarono nella fessura con uno schiocco umido, aderendo alla pelle ancora bagnata di doccia. Si passò una mano tra i capelli bagnati, immaginando dita maschili che li afferravano dall'alto. Non erano le mani callose di Maurizio quelle che vedeva.
