"E' che nonna sta male," balbettai, abbassando le palpebre come avevo visto fare a mia madre quando voleva sembrare fragile. "Ho timore per lei".
"Appena finisci la cucina chiama tua madre per sentire come sta ,se ti fa sentire meglio," disse alla fine, tornando al piatto, ma questa volta la sua voce era un po’ più roca. La forchetta graffiò il piatto mentre tagliava la carne con troppa forza. Non aggiunse altro, ma non serviva. Sentii il mio cuore accelerare fino a farmi quasi male. Il resto della cena passò in un silenzio elettrico, interrotto solo dal suono dei nostri coltelli e dal ticchettio dell’orologio. Ogni volta che alzavo lo sguardo, lo trovavo già fissarmi, gli angoli della bocca sollevati in un mezzo sorriso che non prometteva niente di buono.
Salire le scale quella sera fu come camminare sul filo di un coltello. Ogni passo mi portava più vicina a qualcosa che non potevo più fingere di non desiderare. Nella mia stanza, mi vestii con la maglietta più larga che possedevo—una di quelle che mio padre diceva essere "da maschiaccio"—ma sotto, le mutandine erano quelle più sottili che avevo, quasi trasparenti. Mi soffocai un istante, indecisa se lasciarle o cambiarle, poi sentii il bagno aprirsi e richiudersi lungo il corridoio.
Chiamai mamma e mi disse che la nonna era stabile ma ancora non si era riprese. Così decisi di proseguire il mio piano.
"Papà?" bussai alla porta della camera sua, la voce più sottile del solito. Dal dentro arrivò un rumore di lenzuola, poi: "Entra". Lo trovai già sotto le coperte, la lampada accanto al letto che gli illuminava solo la parte superiore del torso nudo. Il libro che teneva in mano si abbassò mentre mi scrutava, un sopracciglio sollevato nella semioscurità. "Ho chiamato mamma ," stringendomi le braccia al petto come fossi infreddolita. "Sta peggio. Non riesco a dormire. Posso dormire con te cosi mi calmo"
"Se ti fa star meglio d'accordo disse mio padre."
Mi avvicinai al letto con movenze esitanti, fingendo di non vedere come le coperte si gonfiavano sulla sua vita. Quando scivolai sotto le lenzuola, il calore del suo corpo mi avvolse come un abbraccio non richiesto. Lui ripose il libro sul comodino, il materasso che ondeggiava con il suo movimento. "Dormi ora," disse, ma la sua voce era più profonda del solito, come se le parole si fossero incastrate da qualche parte nella gola. Spensi la lampada e il buio ci inghiottì, lasciando solo il suono del nostro respiro sincronizzato.
"Papà ho freddo," mentii, avvicinandomi di un altro centimetro. Sentii il suo braccio irrigidirsi quando i miei seni ancora acerbi sfiorarono il suo fianco. "Mi puoi... abbracciare? Come fa la mamma?" Il silenzio che seguì fu così spesso che potevo sentir battere il mio cuore nelle orecchie. Poi, con una lentezza che mi fece bagnare ancora di più, il suo braccio pesante sollevò le coperte e si avvolse attorno alle mie spalle. La sua mano era enorme sulla mia spalla, le dita che quasi si chiudevano attorno alla clavicola. "Così va bene?" chiese, e il suo alito caldo mi colpì la nuca, carico di quell'odore muschiato che ormai conoscevo troppo bene.
Mi sistemai ancora, fingendo di cercare una posizione comoda, e questa volta non fu un caso quando il mio sedere arrotondato premette contro di lui. Sentii immediatamente la forma dura e calda sotto la stoffa dei suoi boxer, e trattenni un sussulto. Lui non si mosse. Non si allontanò. Solo un respiro più profondo, più lento, mentre le sue dita stringevano impercettibilmente la mia carne. "Ines..." sussurrò, ma non finì la frase. Lo sentii inghiottire secco, il petto che si alzava e si abbassava più velocemente contro la mia schiena.
Il mio corpo reagì prima della mia mente—un'arcata involontaria dei fianchi che fece strofinare il mio sederino contro il suo gonfiore. Un gemito strozzato gli sfuggì, e le sue unghie affondarono nella mia pelle attraverso il tessuto sottile. "Scusa," mentii con voce tremula, "è che... mi tremano ancora le gambe per la preoccupazione." Sentii la punta del suo cazzo pulsare contro di me, e dovetti mordermi il labbro per non emettere un suono. Era più grande di quanto ricordassi, più caldo, e il solo pensiero che solo qualche centimetro di stoffa lo separava da me mi fece fremere dalla testa ai piedi.
Il suo respiro si fede affannoso, quasi rabbioso, mentre una mano si insinuava sotto il mio fianco. Per un istante pensai che mi avrebbe spinta via, rimandata nella mia stanza con un rimprovero. Invece le sue dita serrarono il mio polso in un grip bruciante, guidandolo indietro sotto le coperte fino a farlo scivolare sotto l'elastico dei suoi boxer. La mia bocca si spalancò in un silenzioso "oh" quando le mie nocche toccarono quel calore vivo, la pelle tesa che vibrava sotto il mio tocco. "Se sei così turbata..." sussurrò contro il mio collo, la voce così roca che sembrava fatta di sabbia, "...dimostrami quanto ti preoccupi per tua madre."
Le sue dita mi insegnarono il ritmo—un movimento verso l'alto lento, quasi torturante, seguito da una discesa dove il palmo si chiudeva attorno alla circonferenza con una pressione che mi fece gemere. Sentivo ogni dettaglio sotto le dita tremanti: la vena serpentina che pulsava, lo smussato glande bagnato di precum, il modo in cui i suoi addominali si contraevano quando la mia punta delle dita sfiorava quella pelle sottile sotto la testa. "Più forte," ringhiò, e io obbedii, stringendo le dita come aveva fatto mia madre quella volta che lo aveva fatto venire in tre colpi soli. Lui emise un suono gutturale, la bocca che si apriva contro la mia spalla mentre il suo bacino inarcava per spingere più a fondo nella mia stretta.
La mia mano divenne uno strumento che non riconoscevo più—umida di sudore e fluido maschile, guidata dalle sue nocche pelose che mi regolavano la pressione. Il rumore era disgustoso e divino: lo schiaffo umido della carne, il respiro affannoso che gli usciva dalle narici, il cigolio del materasso sotto i suoi movimenti sempre meno controllati. "Metti l'altra mano qui," ordinò con voce strozzata, afferrandomi il polso libero per posarlo sui suoi testicoli pesanti. Sentii come si contraevano sotto il palmo, la pelle che si tendeva mentre lui si avvicinava al limite. "Così brava... proprio come tua madre."
"Perché non mi fai quello che fai a lei quando siete a letto?" La domanda mi scappò prima che potessi fermarla, una scheggia di voce che vibrava nel buio. La sua mano si bloccò sulla mia, le dita che si incastrarono nelle mie come serpenti intrecciati. Per un attimo credetti di averlo infranto, spezzato l'incantesimo, ma poi sentii il suo sorriso contro la mia nuca prima che i denti affondassero nella mia pelle. "Perché sei ancora una ragazzina," sibilò, ma le sue anche ripresero a muoversi, più veloci ora, il cazzo che scivolava tra le mie dita come un animale vivo. "E le ragazzine non sanno prendere un uomo come si deve."
Prova e vedi come saprò prenderlo, come lo prende mamma," dissi stringendo le dita attorno alla sua asta con una sicurezza che non sapevo di avere. "Mettimelo nel culo e scopri quanto sono stretta." La mia voce si era trasformata, diventata quella di una sconosciuta—calda di sfida, umida di promesse. Sentii il suo corpo irrigidirsi completamente dietro di me, il respiro che si fermò per un secondo troppo lungo. Poi una mano mi afferrò la nuca, schiacciandomi contro il materasso mentre l'altra strappava via di colpo i miei slip. Il lacerarsi della stoffa fu lo strappo che divise la mia vita in un prima e un dopo.
"Sei sicura, puttanella?" ringhiò contro la mia schiena, la voce così piena di bava che le parole mi si appiccicarono alla pelle. Sentii la punta del suo cazzo scivolare giù lungo il mio solco, bagnato del mio stesso umido, fermarsi a premere contro quel buco vergine che pulsava al ritmo del mio cuore. "Perché poi non potrò fermarmi." La minaccia mi fece contrarre tutto il corpo, un brivido che partì dalle scapole e mi scese fino ai polpacci. Annodai le dita nelle lenzuola, proprio come avevo visto fare a mia madre, e scossi il sedere in un invito muto. "Fottimi finché non ti prego di smettere."
