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LA troietta di papà
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Racconto18 min di lettura

LA troietta di papà

ragazza si fa sverginare il culo dal padre

Anna Bolerani
10 mesi fa · 4.6k letture · 2

Mi chiamo Ines, la prima volta che vidi i miei genitori fare sesso rimasi impressionata del cazzo di mio padre, enorme eretto, che entrava nella figa di mia madre, che gemeva tutta bagnata, mentre mio padre la scopava forte. Lui aveva la schiena sudata e i muscoli tesi mentre lei stringeva le lenzuola tra le dita, il letto cigolava ad ogni spinta. Una visione eccitante che mi aveva turbata cosi tanto da sentirmi tutta bagnata per la prima volta.

Da allora rubavo ogni occasione per spiare i loro amplessi notturni. Mi nascondevo dietro la porta socchiusa della loro camera, trattenendo il respiro mentre osservavo affascinata quel membro scuro e pulsante che si immergeva ripetutamente nella carne rosa di mia madre. Ogni volta che sentivo il rumore umido dello sfregamento e i gemiti soffocati di piacere, sentivo un fuoco divamparmi tra le cosce. Avrei voluto essere io sotto quel corpo muscoloso, sentire quelle mani grandi stringermi i fianchi mentre quel cazzo mi riempiva.

Quella sera però tutto fu diverso. Mia madre aveva iniziato con quel tono da gatta in calore che ormai riconoscevo bene: "Voglio che stasera mi sfondi il culo". Avevo quasi sbattuto la testa contro l'armadio per lo stupore, mentre osservavo mio padre sorridere ferocemente prima di afferrarla per i capelli e girarla a pancia sotto sul letto. Mia madre si era messa a quattro zampe, sculettando con impazienza mentre lui si preparava, sputandosi nella mano e strofinandosi lentamente l'erezione.

Sentii un brivido percorrermi la schiena quando vidi la punta del suo cazzo premere contro quel buco stretto e mai toccato prima. Mia madre mugolava, le dita che affondavano nel materasso mentre lui iniziava a spingere, lentamente, inesorabilmente, mentre la carne di lei si allargava per accoglierlo. "Cristo santo quanto sei stretta", ringhiò mio padre mentre finalmente scompariva tutto dentro di lei con uno schiaffo umido di carne contro carne.

Le mie gambe tremavano così forte che dovetti appoggiarmi alla parete. Sentivo il mio cuore battere all'impazzata mentre osservavo quel culo che si apriva e si chiudeva attorno alla sua asta, il mio respiro diventava sempre più affannoso mentre immaginavo quella stessa pressione, quel dolore misto a piacere, su di me. Le mie dita scivolarono da sole sotto l'elastico della mia mutandina, trovando il calore bagnato che mi aspettavo.

Mia madre urlò quando lui iniziò a pompare con forza, le sue chiappe rosse che rimbalzavano violentemente sotto ogni spinta. "Fottimi il culo, sì, rompimi!" gemette con voce strozzata, e io mordevo il labbro così forte da sentire il sapore del sangue. Il mio dito medio affondò dentro di me mentre immaginavo quelle stesse parole uscire dalla mia bocca, mio padre che mi chiamava puttanella mentre mi strappava quel buco vergine con la sua bestia scura e luccicante di sudore.

"Voglio riempirti di sborra fino a farla uscire dalla gola," ringhiò lui, afferrandole i fianchi con tale forza che le dita gli lasciarono lividi violacei sulla pelle. Il suo culo era così aperto che potevo vedere il bagliore umido intorno alla base del suo cazzo ogni volta che si ritraeva, la carne di mia madre che si chiudeva per un attimo prima di essere di nuovo invasa. Le mie dita erano frenetiche ora, sfregando il clitoride gonfio mentre cercavo di non gemere, sentendo l'umidità colarmi lungo le cosce.

"Sto per venire, , sbattimi fino in fondo!" urlò mia madre, la voce rotta da singhiozzi mentre le sue ginocchia cedevano. Mio padre la tenne su con una mano tra i capelli, l'altra che le schiaffeggiava il culo fino a farlo diventare rosso vivo. Il rumore era animalesco—il clap delle natiche, il gorgogliare del sudore misto al fluido che sgocciolava da lei, il respiro roco di lui che ripeteva "prendi tutta la mia sborra, troia".

E poi accadde. Vidi il suo cazzo pulsare violentemente, le vene che sembravano scoppiare mentre la prima ondata lo colpiva dentro di lei. Mia madre urlò, il corpo scosso da spasmi mentre veniva riempita, le dita che si graffiavano le cosce. Lui continuò a spingere, pompando ogni goccia nel suo retto stretto finché non ne colò fuori, bianca e densa, lungo le sue cosce tremanti.

Quando l'ultimo spasmo finì, mia madre si girò con una lentezza da gatta sazia, ancora tremante per l'orgasmo. Le sue labbra si avvicinarono alla punta ancora grondante del suo cazzo, la lingua che scivolò lenta lungo la lunghezza per raccogliere le ultime gocce di sborra. "Così buono," mormorò, succhiando la punta con uno sguardo che mi fece rabbrividire—una miscela di sottomissione e possesso che mi accese il ventre. Lui le tenne la testa ferma mentre lei puliva ogni centimetro, la bocca che si muoveva con una pratica che parlava di anni di questa intimità clandestina.

Io mi morsi il pugno per non gemere, il mio dito ancora sepolto dentro di me mentre osservavo quella scena con occhi famelici. Mia madre sorrise contro la sua carne, le dita che accarezzavano i suoi testicoli rilassati, e per un attimo mi chiesi se sapesse che ero lì, se lo facesse apposta per farmi impazzire. Poi lo lasciò andare con un ultimo bacio umido sulla punta, e lui borbottò qualcosa che non riuscii a sentire mentre le carezzava i capelli.

Mi allontanai dall'armadio a malapena in tempo, i passi pesanti di mio padre che si avvicinavano alla porta. Mi nascosi nell'ombra del corridoio, il cuore in gola mentre lui passava a pochi centimetri, ancora nudo e scintillante di sudore, diretto verso il bagno. L'odore di sesso e muschio maschile mi colpì come un pugno, e sentii le mie cosce stringersi attorno alla mia mano ancora umida.

Nella mia stanza, con la porta chiusa a chiave, lasciai che il tremore mi pervadesse completamente. Le dita si insinuarono di nuovo sotto l'elastico bagnato, trovando subito la piega calda e gonfia del mio clitoride. Era diverso ora—non più semplice curiosità, ma un bisogno fisico che mi faceva contorcere sul letto. Immaginavo le sue mani grandi affondare nel mio corpo invece che in quello di mia madre, la voce roca sussurrare oscenità mentre mi apriva a forza.

I mesi seguenti furono un’ossessione silenziosa. Imparai ogni gemito di mia madre, ogni variazione del respiro di mio padre quando cambiavano posizione. Li vidi provare di tutto—lei a cavalcioni con la schiena inarcata mentre afferrava i suoi polsi, lui che la sollevava contro il muro con le cosce strette attorno alla sua vita. Mi masturbavo freneticamente nell’ombra, registrando ogni dettaglio come lezioni sacre: la torsione dei fianchi di lui durante una penetrazione profonda, il modo in cui lei alzava le ginocchia per accogliere meglio le spinte quando era supina.

La mia fantasia più ricorrente era sostituirmi a lei nel momento in cui mio padre la piegava sul bordo del letto, i tendini del collo tesi mentre la afferrava per i fianchi. Immaginavo le sue dita che mi scorticavano la pelle mentre mi spingeva faccia giù, il cazzo che mi strappava un gemito a ogni colpo. Ma era solo nella mia testa, e l’impotenza mi divorava. Rubai una delle sue cravatte dal cassetto—seta blu scuro che ancora portava l’odore del suo dopobarba—e la usavo per legarmi i polsi mentre mi toccavo, sussurrando "Papà" contro il cuscino.

Quando mia madre annunciò che sarebbe rimasta dalla nonna quella notte, il bicchiere che stavo lavando mi scivolò di mano in un tonfo sordo. Mio padre alzò lo sguardo dal giornale, un sopracciglio sollevato mentre l’acqua mi schizzava sulle cosce. "Nervosa?" disse con quel tono che faceva vibrare lo stomaco. Lo fissai, le labbra leggermente aperte. Era come se il destino mi avesse messo davanti la porta spalancata, e io esitassi solo per il brivido dell’attesa. "No, solo… distratta," mentii, piegandomi per raccogliere i frammenti con mani che tremavano più del necessario.

La cena fu un silenzio carico di tensione. Lui mangiava lentamente, gli occhi che mi seguivano ogni volta che mi portavo una forchetta alle labbra. Sentivo il suo sguardo scendere lungo il collo, indugiare sulla scollatura del mio vestitino estivo troppo corto, quello che mia madre diceva fosse "da troietta". Quando posai il coltello con un tintinnio troppo forte, lui sorrise. "Cos’hai, Ines? Sembri… agitata." La sua voce era un ronzio basso che mi faceva contrarre l’addome. Scossi la testa, le ginocchia che stringevano insieme sotto il tavolo mentre il mio umido si trasferiva sulla stoffa.

Prima di andare avanti…

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