dita sui glutei. "Cazzo..." mormorò, i pollici che mi aprivano le natiche senza pietà. La luce del lampadario illuminò crudelmente le lacerazioni interne." L'ho fatto per te, amore?" dissi languidamente. Il suo dito mi penetrò senza preavviso. Un dolore acuto mi fece contorcere contro i cuscini di lino. "Ti ha rotto il culo, troia..." ansimò lui, frugando nel canale ancora dilatato. Le sue nocche sfiorarono le ferite aperte. "Senti quanto sei ancora aperta" "Non era quello che volevi?" sussurrai con una celata eccitazione. La punta del dito che raccoglieva tracce di seme rappreso. "Ha fatto proprio un lavoro accurato." La sua mano tremava quando la ritrasse coperta di sangue. "Hai goduto." "Si, ho goduto tanto. Ti dispiace?" "
No, lo sai che lo volevo." poi mi prese la mano e se la porto sul patta dei pantaloni che evidenziava un cazzo gia duro e pronto per la battaglia. Mi inginocchiai infilai la mano nella patta e lo tirai fuori.Il suo pene pulsava nella mia mano calda, teso come una corda d'arco. Lo guidai fra le mie labbra socchiuse, la punta sfiorando il palato mentre il sapore salato mi invadeva la bocca. Non era Lorenzo, non quella violenza sacramentale, ma la familiarità di Mario - la curva che conoscevo, i peli rossicci contro le mie dita. "Succhialo..." sibilò lui affondando una mano nei miei capelli ancora umidi di doccia d'hotel. Ogni spinta in gola mi ricordava l'altro, le dimensioni spropositate che avevano lasciato lividi interni. Quando le sue dita mi strinsero la nuca costringendomi ad ingoiare tutto, il dolore nell'ano si mescolò al piacere della bocca piena.Si alzò di scatto, lasciandomi boccheggiare sul tappeto persiano. "In camera" ordinò strappandomi la giacca. La luce dell'atrio illuminò le mie cosce mentre salivamo scale di marmo, serena. Nell'armadio a specchio della camera, vidi riflessa la mia schiena nuda: lividi viola a forma di mani sopra i glutei, il segno dei ditti sotto la scapola sinistra. Mario aprì il cassetto del comò. La carta velina scricchiolò quando estrasse un frustino di cuoio nero che non avevo mai visto. "Ti ha riempito di lividi" disse accarezzando la mia natica destra col manico, "ora lo faccio anche io". Il primo colpo cadde sulle chiappe ancora aperte con un suono di carne viva. Un urlo mi si strozzò in gola trasformandosi in singhiozzo quando il dolore irradiò dall'ano alla schiena. "Conta!" ringhiò afferrandomi i fianchi.Tre. Quattro. Cinque. I numeri uscivano frammentati tra i respiri rotti. Il cuoio sibilava nell'aria umida prima di schioccare sulle natiche in fiamme. Ogni frustata riapriva le microferite lasciate da Lorenzo, mescolando sangue fresco a sudore. La mia immagine nello specchio era una maschera deformata: mascella contratta, capelli appiccicati alle tempie, gli occhi dilatati dal terrore e da un piacere perverso che mi gonfiava il basso ventre. "Più forte!" implorai quando il settimo colpo mi fece piegare le ginocchia e iniziai a godere. Mario ansimava contro la mia nuca, il respiro affannoso che spostava ciocche dei miei capelli umidi. Sentii il suo pene indurito premermi contro i lividi mentre il frustino cadeva di nuovo. Otto. Nove. Dieci. Il numero dieci mi strappò un gemito lungo e rauco mentre le gambe cedevano e venni. Un piacere mai provato per quel dolore che mi legava ancor piu ami mio grande amore, a Mario. Caddi sul tappeto orientale odoroso di naftalina, il sapore del sangue in bocca."Ora basta amore," dissii sollevando una mano tremante verso il suo polso rigido. "Mi hai punito abbastanza." La pelle delle mie natiche pulsava come carne cruda esposta all'aria. Scivolai sul pavimento girandomi a pancia in su, offrendogli la vista del mio sesso gonfio tra le cosce aperte. "Adesso scopami. Voglio vederti godere come tu hai fatto godere a me" Le parole uscirono più come un ordine che una supplica. Mario lasciò cadere il frustino con un tonfo sordo. I suoi occhi - quelli stessi occhi che per dodici anni avevano guardato la mia pelle con devozione - erano pozzi neri di brama. Si inginocchiò tra le mie gambe tremanti, le nocche bianche mentre affondava le dita nei miei capelli strappandomi la testa all'indietro. "Dove vuoi la mia roba?" ringhiò contro la mia bocca aperta. "lo sai dove la voglio. Nel culo, sfondami come sai fare tu."Sentii la punta del suo cazzo premere contro l'ingresso ancora lacerato dal primo incontro. Un gemito mi sfuggì quando mi penetrò con un solo colpo secco, senza preparazione né pietà. Non era Lorenzo. Non quella brutalità quasi sacra, ma la furia familiare di un marito tradito che rivendicava il suo territorio. Le mie unghie scavarono il tappeto mentre il suo bacino schiacciava i miei lividi freschi. Ogni spinta martellava le ferite interne lasciate dall'altro, mescolando il sangue nuovo col seme rappreso. "Così?" ansimò lui affondando i denti nella mia spalla mentre mi inchiodava al pavimento. Il dolore si torceva nel piacere quando le sue dita trovarono il clitoride ancora sensibile. Una scossa elettrica mi percorse dalla nuca alle caviglie.Fuori dalla finestra aperta, un temporale scatenò la sua furia. Fulmini squarciarono il crepuscolo violetto. Il rombo del tuono coprì i rumori umidi dei nostri corpi, gli schiaffi della carne contro carne, il rantolo sincopato di Mario mentre spingeva più a fondo, più veloce. Il suo sudore mi colava lungo la schiena come pioggia calda. Sentivo le lacrime bruciarmi le tempie, non sapevo se di dolore o eccitazione. Lui mi sollevò i fianchi scoprendo lo spettacolo nello specchio dell'armadio: il mio ano viola ancora aperto come una ferita di guerra, le sue cosce muscolose che mi spingevano contro il pavimento, le mie mani che cercavano disperatamente una presa sul tappeto scivoloso. "Guardati!" ordinò lui con voce roca. "Guardati, voglio che diventi la sua puttana." "Lo diventerò, se ti fa piacere." La mia immagine riflessa aveva gli occhi stravolti di una lupa in calore.Un lampo illuminò i lividi sulle mie cosce mentre lui mi girava bruscamente a pancia in su. Le mie gambe si allungarono sulle spalle mentre si spingeva dentro di me senza pietà. Ognuno dei suoi colpi era una punizione, ogni gemito una confessione. "Sei tutta mia e lo sarai sempre, anche se diventerai la sua puttana!" ringhiò affondando i denti nella curva tra il mio collo e la spalla. Il dolore si mescolava alla corrente elettrica che saliva dal clitoride martellato dalle sue pelviche sfuriate. Mi aggrappai alle sue braccia mentre il secondo orgasmo mi scuoteva, ondate più violente del temporale fuori. Sentii i suoi muscoli irrigidirsi sotto le mie dita, il suo respiro spezzarsi quando esplose dentro di me. Caldo. Più caldo di Lorenzo. Più familiare. Più mio. Il seme mi riempiva le viscere mentre lui collassava sul mio petto sudato. Dormimmo profondamente fino al mattino.Turante la colazione, mentre preparavo il caffe, si avvicinò a me. Si appoggiò col cazzo, gia duro a prima mattina, sulle mie natiche infilando la mano nelle mutandine fino a toccarmi il buco del culo. "Ti fa ancora male." disse sussurrandomi all'orecchio.. Il calore del suo alito mi colpi sulla nuca mentre mi sfregava il cazzo sul sedere spalmato di crema."Si." sospirai appoggiandomi sul piano della cucina. "Ma non importa." Mi abbassai le mutandine lasciando scoperto il culo e mi sporsi verso di lui offrendogli il mio ano gonfio. "Vuoi entrare?""Non aspetto altro." dissiUn dito freddo mi penetrò delicatamente mentre si abbassava i pantaloni della tuta. Sentii la punta del suo cazzo premere contro l'ingresso stretto. Le mie cosce tremavano quando mi penetrò lentamente, rispettoso del dolore bruciante. Era una sensazione strana, dolore e piacere che si fondevano. Le mie dita si aggrapparono al bordo pianpo cottura mentre lui si muoveva dentro di me con un ritmo lento, quasi affettuoso. Le sue mani mi accarezzavano i fianchi, le sue labbra sfioravano le mie scapole. Ogni spinta era un sollievo dopo la brutalità della sera prima. "Si amore, cosi... lentamente, spingilo dentro, tutto... non mi fa più male. L'odore del caffè si mescolava al sudore. Con la mani mi tastava il clitoride regalandomi una sensazione di piacere infinito. "Si, così...sto per venire... fai piu, veloce...ancora. Siii cosi... ahhh. Quando venni, fu con un gemito soffocato contro la tovaglia a quadri. Lui seguì poco dopo, i denti che affondavano nella mia spalla come un sigillo di possesso. "Devi chiamarlo oggi, stasera ti voglio vedere con lui" disse estraendosi con un sospiro roco. Lo sperma mi colava lungo la coscia mentre mi rialzavo. "Si amore, piu tardi andando in ufficio passo da lui e lo invito a cena.Ero ancora fremente di piacere mentre digitavo il numero di Lorenzo sullo schermo del telefono. L'odore del caffè si mescolava al ricordo del suo cognac sulla lingua. Dall'altro lato, la voce roca dell'antiquario sembrò accarezzarle l'orecchio:"Aspettavo la tua chiamata". Gli occhi di Mario bruciavano sulla sua schiena mentre fissava il calendario sullo schermo. "Stasera per le otto, a casa mia. Quando esco dall'ufficio passo dal tuo negozio a prenderti " sussurrai
